LETTURE
FRANCESCO RANDAZZO
      

Shechinàh (la presenza di Dio fra gli uomini)

 

Pp. 59, € 2,68, ebook acquistabile su www.amazon.it

    

      


di Alfonso Lentini

 

 

Scandito a colpi d’ala e di martello, questo lungo recitativo di sapore rap e di potenza visionaria degna della poesia beat, si snoda impetuoso, fluviale, serpentino; diremmo in lungo e in largo: “in  lungo” perché sembra attraversare secoli e millenni, segnato com’è da ripetuti inserti biblici, coranici, danteschi; e “in largo” perché spazia, fortemente avvitato all’oggi, nell’universo cangiante e maledetto degli attuali scenari metropolitani, nonché nei disastrati paesaggi interiori dell’uomo contemporaneo.

Shechinàh, di Francesco Randazzo è infatti un poemetto che somiglia a un volo vagabondo.

 

Uno sguardo aereo, un occhio, focalizza dall’alto schegge di mondo e ce le mostra caoticamente, in flusso e riflusso, attraverso progressivi accenni a storie filiformi, squarci espressionistici, ironie spezzettate, flash lirici, unghiate di improvviso surrealismo, risonanze beckettiane: un ragazzo, un vecchio, una donna, due carabinieri, appaiono e scompaiono nella corrente delle parole, attraversano un cosmo metropolitano, vasto e precario come la loro stessa natura. Sacro e profano impattano furiosamente formando un grumo inestricabile. Gesù si aggira perplesso fra le strade del mondo attuale, non viene riconosciuto e si becca solo distratti complimenti per il suo nome (“bello proprio / anche se ormai / nessuno lo usa quasi più”). La Maddalena diventa Giulio, un transessuale (che, morto di freddo, vende i suoi “brividi” “per un quarto d’ora di riscaldamento / su un’automobile coi fari spenti”). La città si presenta come una malinconica imitazione della savana, dove il verde, le zebre, i mammuth, i formicai sono ormai solo metafore che indicano elementi del paesaggio urbano e dove, di notte, “si chiudono i fiori di carne stanchi”. C’è un “imperatore”, ma è “assente” e “controlla ogni perturbamento dello share”, mentre il pubblico “mangiando patatine ben salate / si gode lo spettacolo / finché / cambia canale”. “E le mani si stringono a pugno / tenendo stretto il nulla / nostro, solo nostro / davvero”.

 

Il poemetto si configura perciò come un disparato e disperato inventario di ciò che siamo, nell’oggi e forse anche nel sempre, noi esseri umani, contraddittoriamente incastonati in un cosmo che ci comprende ma che non riusciamo a comprendere, attraversati dal male, alienati, distratti, insignificanti. Shechinàh è un affresco affollato, una sorprendente action painting di versi, un movimento assolutamente corale dove la polifonia frastagliata delle cose si sovrappone (misteriosamente accordandosi) all’intenso andamento monodico (ma altalenante e fluviale) dei versi. E mentre si fa strada il sospetto che non solo le apparizioni divine e i fatti sorprendenti siano nient’altro che un sogno, ma che sogno, mera apparenza, sia il tutto (“sogno di sogno”), aleggia fra i versi una forma di partecipe pietas, riassunta nella scena finale dove il braccio vendicatore di Dio che si appresta a distruggere il mondo è fermata da una bambinetta che lo commuove con la sua innocenza.

 

Francesco Randazzo è un noto regista teatrale, attore, performer, ma anche un intellettuale polivalente e infine poeta. Per questo Shechinàh, che è stato rappresentato a teatro per la prima volta a Zagabria e ora viene riproposto sotto forma di ebook acquistabile in rete, si pone come una “drammaturgia poetica orale” che costituisce un ponte fra l’attività teatrale e la scrittura poetica tout court. E per questo il poemetto punta su una netta prevalenza dell’oralità che, facendosi coro, tende ad assecondare un altro coro, quello sofferto e dissonante che sembra sorgere dalle fibre stesse del cosmo.

 




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