LETTURE
VANNI CODELUPPI
      

Ipermondo. Dieci chiavi per capire il presente

 

Laterza, Bari 2012, pp. 164, € 16,00

    

      


di Sergio D’Amaro

 

Ma in che razza di ipermondo viviamo?

 

“Gira il mondo gira…” scandiva molti anni fa Jimmy Fontana in una sua fortunata canzone, illudendosi che le cose fossero andate sempre così e avrebbero segnato anche il futuro. La vicenda infinita del mondo ce l’avevano raccontato anche i nostri nonni e più in là, crescendo, autori come Kant o Leopardi. Tutto naturale, tutto stupefacente. Poi inventarono il capitalismo e le merci, il telefonino e Google. Se prima il mondo era slow, ora diventava speedy, se la borghesia aveva codificato la privacy e il bon ton, adesso era ora di smetterla e di ritornare ad un selvaggio sé, magari sparato da una turbo-psiche. La modernità diventava una modernità eccessiva, una ipermodernità, e il mondo che la esprimeva un ipermondo.

 

Il sociologo Vanni Codeluppi intitola proprio così, Ipermondo. Dieci chiavi per capire il presente, il suo più recente lavoro, sintetizzando varie sue indagini apparse nell’arco dell’ultimo ventennio. A leggerlo si resta un po’ tramortiti e scarsamente ottimisti su come va questo ‘ipermondo’, basato sulla velocità, sulla continua trasformazione, su un’allarmante precarietà, su una travolgente consumabilità. Consumo, successo, visibilità, ricchezza: piaccia o non piaccia, questi sono i nuovi idoli da adorare, forti come sono di un fascino e di un prestigio che viene assicurato e amplificato dai media, certificato da testimonial di sicuro impatto, confermato da stili di vita apparentemente vincenti.

  

La vita degli individui resta contesa tra uno schermo della realtà e uno schermo dell’immaginazione, tra ciò che è tangibile e ciò che è desiderabile, tra i limiti del proprio territorio e l’illimitatezza del web. L’anima che vibra al fondo più sensibile è quella del consumatore, la cui più diletta attività è quella dello shopping. L’iperconsumo promuove il cittadino come consumatore e tale lo riconosce socialmente, escludendo di fatto i non-consumatori. Il nuovo credo cartesiano è ‘acquisto, dunque sono’, e non nel mercatino sotto casa, bensì nel centro commerciale, fatto ad immagine e somiglianza della città più glamour ma anche più ordinata, più razionalizzata, più premeditata, tipo Las Vegas o Dubai. Il consumo, le merci risplendenti nei loro package, le luci rassicuranti, l’armonia degli scaffali e il dolce andirivieni dei carrelli, sono il nuovo paradiso, il miracolo realizzato, l’abbondanza a portata di mano e vicina di casa della felicità.

  

Ma è vero tutto questo, o è un’illusione? La pubblicità ce lo fa credere, il marketing è capace di imporre le marche e di influenzare ogni più lontana periferia irradiandosi da New York, Londra o Parigi, la nuova ‘ipermetropoli’ che è il centro commerciale ci ingloba nell’involucro delle sue sicurezze. Così come le merci, anche il corpo viene esposto, subisce quella che Codeluppi chiama ‘vetrinizzazione’, ossia una messa in mostra e un diventare dei performer, esibendosi con oggetti-simbolo quali il Suv e atteggiandosi come dei divi, diventati più famigliari e assunti come modelli di successo e di ricchezza. Si giunge alla possibilità di trasformare il proprio corpo, con il botox ad esempio, o di esporlo o spiarlo impudicamente anche in forma pornografica (e si pensi che un quarto di tutti i siti presenti su Google è di questo tipo). Un’anima macellata, si direbbe, alla fine di un processo che ha portato il corpo al suo sezionamento, all’inquietante fenomeno della commercializzazione di parti di esso e a chiedersi in che razza di ipermondo ormai viviamo.

 




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