FILOSOFIE DEL PRESENTE
SIMBOLI, NATURA
E SOCIETÀ
Alto e basso:
per una storia dell’opposizione binaria


      
Tutta la produzione di senso del vivere umano è dominata da concettualità oppositive, a partire dall’identificazione del piano superiore con l’anima, la cultura e la civiltà e del piano inferiore con ciò che è bestiale, volgare, infimamente naturale. Altre distinzioni sono le coppie leggero-pesante, dritto-storto, davanti-dietro e hanno finito per costruire gli schemi di percezione che comunemente utilizziamo per qualificare le persone nella gerarchia sociale.
      



      


di Sergio Toscano

 

 

1. Sinonimo di alto è: eccelso, eminente, sublime, sommo, supremo, elevato.

Sinonimo di basso è: piegato, infimo, inferiore, umile, volgare, plebeo, triviale.

Nel patrimonio concettuale comune, gli aggettivi alto e basso sono associati all’opposizione natura-cultura: la natura è bassa, la cultura è alta.

Già Sallustio suggeriva a chi desiderava eccellere fra gli esseri del mondo di adoperarsi per la cura dell’anima, per non condurre una vita come gli animali “che la natura ha foggiato con il capo rivolto per terra, e schiavi del ventre”.[1]

Delle antitesi corpo-anima, uomini-animali, al pari di Sallustio, si occuperanno nelle loro opere altri autori dell’antichità.

Ora, se si attribuisce alla cultura il significato assegnatogli da Bourdieu come un sistema di associazione dello stesso senso allo stesso segno, e dello stesso segno allo stesso senso, è facile constatare nella storia del pensiero la lenta e regolare stratificazione degli aggettivi basso-alto unitamente alle antitesi corpo-anima, animali-uomini.

 

 

2. Per una ricognizione della costruzione sociale del concetto di alto nella storia del pensiero può dirsi che esso si realizza per differenza: l’ascensione al piano nobile dell’esistenza presuppone, innanzitutto, un processo di differenziazione da tutto ciò che è riconducibile alla natura selvaggia, alla feritas.

In tal senso, negli scritti di Platone le persone prive d’intelligenza e virtù, dediti ai piaceri della buona tavola e simili, non innalzano lo sguardo a ciò che è veramente alto e come bestie tengono lo sguardo sempre in giù; in quelli di Cicerone, la natura obbliga gli animali a stare rivolti in basso, alla ricerca del vitto, al contrario dell’uomo cui ha dato la stazione eretta, volgendolo alla contemplazione del cielo.

Tutto ciò indica che, fin dai tempi antichi, è stato avviato il processo culturale di stigmatizzazione della natura con il progressivo confinamento nel topos basso di ciò che è animale, ignobile, umile, per l’appunto, basso, diversamente da ciò che innalza in alto, che non è animale, è nobile, elevato.

Sia l’alto che il basso, con tutte le derivazioni di significato, nel corso dei secoli sono stati utilizzati per designare, nominare sempre più vasti elementi dei rapporti e delle cose sociali; sul punto, è sufficiente esaminare, l’esibizione e utilizzo del vasellame e di altri ornamenti della tavola dei ricchi nel XIII secolo in cui “i cucchiai sono d’oro, di cristallo, di corallo, di pietra serpentina”.[2]

Non a caso, oggi, come rilevato da Bourdieu, tutte le opposizioni binarie come alto (sublime, elevato, puro) – basso (volgare, piatto, modesto), leggero (sottile, vivo, accorto) – pesante (lento, spesso, ottuso) o, dritto, curvo, davanti, dietro, eccetera, rinviano agli schemi di percezione comunemente utilizzati per qualificare le persone nella gerarchia sociale.

Ciò che si vuole qui evidenziare è che con l’uso sociale di oggetti, come nel caso esaminato, i soggetti attuano pratiche distintive finalizzate a operare un distacco dalla natura (non mangiare con le mani) e per attestarsi nella parte alta della scala sociale; ma, è pur vero che occorre esplicitare la produzione di senso sottostante all’attuazione di tali pratiche distintive, individuabile nelle giustificazioni ad esistere.





Jean-Paul Philippe, Miroirs du ciel, 2010


 

3. In una storia sociale della ragione sarebbe, quindi, utile ricostruire l’evoluzione dei significati che si sono progressivamente sedimentati nelle aree concettuali dell’alto e del basso ai fini di una migliore comprensione delle giustificazioni ad esistere, problema sia escatologico che sociologico.

Tale indagine sarebbe riduttiva se fosse limitata alla catalogazione storica dei principi di visione e divisione elaborati nel processo di differenziazione sociale; infatti, non si terrebbe conto del complesso dispositivo delle giustificazioni ad esistere inserito all’interno dello stesso processo.

L’edilizia funeraria e le pratiche di culto dei morti potrebbero, sul punto, comprovare detta tesi: vero è che lo sfarzo dei funerali serve alla vanità dei vivi, come scritto da La Rochefoucauld, ma è, pure, utile a giustificarsi nell’esistere in quanto tali.

La piramide, al pari della stoviglia d’oro, rinvia alla gerarchia sociale, esprime il rango del suo destinatario e assolve la necessità della produzione sociale di senso, tutelando il gruppo (operaio, cittadino, faraone) dalla messa in discussione del senso della loro esistenza.

 

 

4. Luogo e spazio sono, dunque, decisivi per stabilire il ruolo sociale del defunto ma, al contempo, costituiscono un contrassegno per caratterizzare la necessità, che sorge a un certo punto dell’evoluzione umana, di munirsi di significati ultramondani.

Nei templi funebri reali, in Egitto, gli alti funzionari ottennero il privilegio di allestire le proprie tombe nelle vicinanze dei templi e “in ogni epoca mirarono ad essere vicini il più possibile ai loro sovrani anche nella morte”[3].

Resta pur sempre commovente osservare come nel corso della storia i potenti hanno artificiosamente creato legami con il mondo invisibile per legittimare il proprio aldiquà e giustificare l’aldilà.

Nella camera del sarcofago di un antico sovrano egiziano “il soffitto è dipinto come un cielo azzurro con stelle gialle, e sta dunque a rappresentare l’aldilà celeste che si apre all’anima ba del defunto”.[4]

 

 

 

 

 

 

 



[1] “La congiura di Catilina”, Sallustio, Mondadori, pag. 25.

[2] “La civiltà delle buone maniere”, Norbert Elias, Il Mulino, pag. 191

[3] “La valle dei re”, Erik Hornung, Einaudi, pag. 7.

[4] “La valle dei re”, op. cit., pag. 21.




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