FILOSOFIE DEL PRESENTE
SU GYÖRGY LUKÁCS
L’evoluzione ontologica dell’uomo
come essere sociale


      
“Individuo, lavoro, storia” è lo studio che Antonino Infranca ha dedicato al “concetto di lavoro” nel filosofo marxista ungherese. Il libro affronta numerose questioni, dal ruolo degli intellettuali alla coscienza operaia, al rapporto tra vita quotidiana e vita filosofico-culturale. Per il pensatore magiaro è, infine, appunto il lavoro che, liquidando queste antinomie, innesca un processo mirante a far nascere ‘l’individuo come soggetto storico della società’.
      



      


di Alberto Scarponi

 

 

Come risposta al bisogno odierno di vita intellettuale critica sembra, con sorpresa di qualcuno, prendere attualità anche l’opera di György Lukács. Per comprendere la cosa tuttavia, occorre forse distinguere fra ‘attualità’ e ‘voga’, essere attuale e venire-tornare in voga. Quest’ultimo, essendo fenomeno sociologico la cui incidenza culturale si limita al comportamento e nulla più, essendo cioè solo uno sbandierare parole per sentirsi insieme (Lukács lo definirebbe, in senso lato, «manipolazione»), merita, se proprio, lo studio dovuto a un sintomo, per individuarne la causa e affrontarla. Invece noi riceviamo come attuale soltanto ciò che vuole essere e sembra davvero una risposta effettiva, probabilmente necessaria, a una domanda che sorge da un vuoto di realtà. Per cui, quanto a Lukács, possiamo dire che in vari momenti storici sono stati in voga correlativi momenti diversi del suo pensiero, titoli, concetti, anche in senso di slogan contrapposti, ma mai che il suo lavoro di ricerca sia stato visto come risposta a una domanda generale, di fondo. Almeno non così come potrebbe esserlo oggi.

A tali riflessioni spinge la lettura del sostanzioso studio – Individuo, lavoro, storia. Il concetto di lavoro in Lukács, Mimesis, Milano-Udine 2011, pp. 412, € 24,00 – che Antonino Infranca ha dedicato appunto a rintracciare il senso d’insieme del quadro interpretativo lukacsiano della contemporaneità. Con impeccabile spirito accademico l’autore tiene a fermare le categorie filosofiche di tale quadro e i rapporti tra esse, il che è rispecchiato già nel titolo. Che è esatto, certamente, in quanto dice con perspicuità la saldezza filosofica del rapporto tra la categoria individuo e la categoria storia quando sia mediato dalla categoria lavoro, come accade qui nel sistema marxiano secondo il Lukács narrato da Infranca.





La statua di György Lukács a Budapest


La ‘narrazione’ stessa tuttavia,  per la sua logica archeologica, indurrebbe piuttosto a formulare una sequenza diversa: lavoro, storia, individuo, giacché – in contrasto con quanto, secondo Marx, il pensiero del Moderno ci ha raccontato nelle sue robinsonate grandi e piccole – qui l’individuo nasce, non al principio del mondo, ma invece come ultimo prodotto, ora possibile, (e tutt’e tre i termini vanno sottolineati) della storia, cioè della evoluzione ontologica dell’uomo. Ed è proprio perché soltanto a partire dalla fine si riesce a comprendere l’inizio (si sa: l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia), che Infranca, come dice, ha scelto lo scavo archeologico anche per studiare il pensiero di Lukács.

Così diventa chiaro. Nella sua ultima ricerca, l’Ontologia dell’essere sociale (scritta negli anni attorno al 1968), Lukács trova infine risposta alle due facce del problema con cui si era scontrato da giovane, all’inizio del Novecento: l’anima o le forme? la vita o l’opera? la vita quotidiana o la vita universale dell’intelletto? Non sorprende affatto dunque che il libro di Infranca, alla metà del suo procedere (alle pp. 193-198), sosti a rendere conto del dramma esistenziale che colpisce il filosofo nel 1911 di fronte al suicidio di Irma Seidler, pur dedicataria del testo (L’anima e le forme) che in Germania lo sta imponendo come una delle figure di rilievo della storia intellettuale europea.

Quell’alternativa era allora assai sentita e diffusa, nei suoi termini esistenziali (tanto per citare, in Italia Pirandello ad esempio dirà: la vita o si vive o si scrive), ma poneva un problema filosofico di valenza storica: come fare filosofia se il nuovo interlocutore dell’intellettuale – cioè l’uomo quotidiano, l’uomo di massa, l’uomo qua talis, non più socialmente selezionato in élite culturale distinta dalla materialità emotiva delle folle meccaniche – se questo interlocutore non è in grado di interloquire, se è al massimo un ascoltatore, che per giunta non sa ascoltare? E – per chi volesse risolvere tale problema adeguandosi al Moderno, quindi gettandosi nell’azione (come infatti Lukács farà nel 1918 scegliendo, con mossa consapevolmente etica, il comunismo) – la questione aveva anche una problematicità politica, che complicava la scelta etica generale.

Lenin, seguendo Kautsky, aveva risolto il dilemma attribuendo agli intellettuali riuniti in partito la competenza di interpretare e tradurre in termini politici (da ultimo anche etici) la coscienza operaia, che in sé si presentava immediata, sindacale (trade-unionista). Ma poi aveva giustamente guardato con sospetto verso Lukács stesso, quando questi, in Storia e coscienza di classe (pubblicato come volume nel 1923), nel tentativo di trovare una sintesi anti-elitaria fra intellettualità e quotidianità, la coscienza politica, cioè la coscienza che guardava alla totalità sociale, cioè la coscienza rivoluzionaria, agli operai gliel’aveva attribuita di diritto. (Una toppa peggiore del buco, giacché minacciava di svuotare la funzione di guida degli intellettuali.)





Operai al lavoro


Ecco però che nell’Ontologia il modo nuovo – non più semplicemente sociologico ma per l’appunto ontologico – di comprendere il lavoro, per cui lo si scopre struttura antropica dell’uomo, toglie di colpo l’antinomia fra intellettuali e uomini quotidiani. Il lavoro rende tutti, pur distinti nei ruoli storici o naturali, egualmente umani, giacché nel vivere stesso ciascuno lavora. In particolare con la sua necessaria dinamica strutturale (percezione del bisogno, decisione pratica, indagine sullo stato delle cose, posizione dei fini, studio dei mezzi, azioni, verifiche, valutazioni, autocritiche) il lavoro «ben fatto» con il suo finalismo critico toglie alla coscienza la fissità del feticcio (sociale) e, rendendola un processo (anche questo sociale), la apre ai momenti, ai ruoli, alla relatività delle opinioni, al problema della verità ovvero al riscontro pratico oggettivo, in definitiva alla vita critica. In breve, a ciò che è necessario per far nascere l’individuo come soggetto storico della società.

Proprio ciò che oggi ci manca sotto forma di bisogno di una vita intellettuale, vita non più relegabile a specializzazione di un ceto, l’antico ceto dei dotti che parlava all’aristocrazia sociale delle persone coltivate. Siamo in un deserto dove le oasi servono, certo, ma per brevi riposi provvisori. Per poi rimettersi in cammino e uscire dall’arido, dal transito, e tornare al lavoro, dove però occorre che ciascuno sia un individuo. Ecco allora che questa nuova figura sociale, l’individuo, ci manca perché, essendo ora possibile, la vediamo necessaria. La speranza è che la lettura del libro di Infranca  non resti soltanto un’oasi.

                                                                                                 

 




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