PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (28)
Dateci
un meteorologo
per sapere dove soffia il vento


      
Appunti random sparsi su libri, spettacoli, film, e un lungo dolente elenco di lutti da Bea Bracco a Emidio Greco, da Vittoria Ottolenghi a Giovanna Bemporad, da Alfonso Maliconico a Mariangela Melato. Note varie sulle autopromozioni degli scrittori in rete, sulla cultura ormai espunta dai programmi dei partiti politici, sulla ‘restanza’ degli italiani. E, poi, dai Weathermen terroristi evocati al cinema da Robert Redford alle pratiche di tortura in Italia e negli Usa, dove vengono richiamate nella pellicola di Kathryn Bigelow “Zero Dark Thirty”.
      



      

 

 

di Marco Palladini





Il cuoco Mario, Sergio Zuccaro, Elmerindo Fiore, Ostia, 2009 (ph. M. Palladini)


Al Bar Sergio    Sergio Zuccaro è un poeta d’occasione e di occasioni. Come attestava Date, il suo libro in versi del 2007, le ricorrenze di eventi (e incidenti) della vita quotidiana, il reticolo dei suoi plurimi intrecci interpersonali e amicali, forniscono un continuo alimento alla sua ispirazione poetica.

Una piacevole e apprezzabile conferma di questa disposizione gnomico-letteraria arriva dal suo nuovo libro Bar Mario (Campanotto Editore, 2012) che è tutto concentrato in un unico luogo: un caffè-ristorante bizzarramente arredato e malmesso, che sta ad Ostia, a poche centinaia di metri da casa sua, imperniato sulla figura dell’eponimo gestore che ama farsi vedere con un improbabile cappello da cuoco-chef sulla testa. Zuccaro frequenta intensivamente questo locale perché istintivamente ama le zone marginali, laterali, periferiche della città. Quelle abitate da una popolazione di gente umile, scalcagnata, proletari, pensionati, disoccupati, immigrati in cerca di un approdo in cui potersi in qualche modo identificare e rappresentare. Il libro composto di testi brevi e brevissimi diventa, appunto, un laico breviario di poesia della vita e della strada che è, però, al contempo pure un evidente autoritratto per interposti ambienti, corpi, facce, oggetti, storie etc. La linea poetica minimale di Zuccaro reinventa, così, un microcosmo di umanità varia e lo consegna alla memoria letteraria, con affetto e ironia. Il suo Bar Mario è, quindi, anche o soprattutto un Bar Sergio. Dove Zuccaro, che coltiva il gusto della comunità di arte e di affetti, invita a intervenire altri amici autori: dal prefatore Donato Di Stasi a Maria Teresa Ciammaruconi, da Mimmo Grasso a Elmerindo Fiore, da Beppe Sebaste al fotografo Roberto Maresca che contribuisce con una serie di scatti del Bar ostiense.

È d’uopo, infine, da ultimo citare “Arredi”, una delle composizioni a mio avviso più felici della raccolta: “gli ombrelloni sono bandiere / le bandiere sono tende da sole / il sole è rosa nelle scritte / le scritte sono pagine trafitte al neon // il neon è edera per le pareti / le pareti sudario di cemento / il cemento stampo per fioriere / le fioriere giardino di cicche // le cicche il rosario degli avventori / gli avventori calchi di gesso / il gesso graffito per il menù / il menù la storia del giorno // il giorno è moneta per bottiglie / le bottiglie musica da strada / la strada l’ok corral dei giocatori / i giocatori semi per le carte”.       

 

 

 “Crash Trōades    Pur se viviamo in tempi di generale ‘smemoria’, chi decide oggi in Italia di mettere in scena Le Troiane di Euripide non può ignorare il precedente di una edizione-capolavoro del 1988 allestita dal regista Thierry Salmon presso i Ruderi di Gibellina. Sicuramente non lo ignora, per età e lungo percorso artistico, un regista come Giancarlo Cauteruccio che oggi firma Crash Trōades al Teatro Studio di Scandicci che dirige da oltre vent’anni. E forse non è un caso se lo spettacolo del regista calabrese va in direzione opposta a quello di Salmon. Il giovane regista belga (morto nel 1998 a soli 41 anni) approdava un quarto di secolo fa alla constatazione dell’impossibilità del tragico oggi, e andava oltre Euripide e la sua ‘pietas’ vedendo nel meraviglioso gruppo corale delle sue trentaquattro interpreti un ‘agon’, uno spirito di lotta e di potente reazione, supportato dalla splendida partitura musical-vocale di Giovanna Marini. Come se Salmon attribuisse alle sue Troiane il compito di portare avanti un sogno di rinascita oltre il tragico. Nella sua prospettiva l’umanità femminile rivendicava un potere palingenetico che sormontava i lutti e le distruzioni causate nel mondo della logica maschile della guerra.

Cauteruccio, mi pare che proceda con un segno opposto. Usa la ‘pietas’ euripidea per parlare dell’oggi e rafforza e innerva la tragedia antica con le tragedie del presente. Richiamate attraverso la voce della scrittrice Yolande Mukagasana che evoca il genocidio dei Tutsi in Rwanda, e le parole della giornalista Anna Politkovskaja capace di denunciare le stragi dell’esercito russo in Cecenia, e per questo condannata a morte dal potere putiniano. Direi, però, che la forza dell’allestimento di Cauteruccio non sta tanto in questo ‘aggiornamento’ del tragico, per via testuale o cronachistica. Quanto nella sua capacità visiva e iconica di dare forma all’espressività tragica, anche esulcerata, che promana dai corpi in movimento delle sue dieci interpreti. Bellissima è la scenografia di Daniele Spisa con un declivio color sabbia che si getta su una vasca-piscina in avanscena, circondato da passerelle e da sculture di  praticabili che proliferano a destra in una parete verticale, e a sinistra in un cielo ligneo da cui spiovono luci ora vitree, obitoriali, ora calde, da sabba del dolore. C’è una carrozzella che con un lentissimo movimento scivola nella piscina-mare e che diventa la postazione di riferimento della regina Ecuba, a significare la sua invalidità psico-spirituale, trafitta da alti lai. Ci sono cadaveri che galleggiano a pelo d’acqua, c’è un coro di giovani fanciulle biancovestite che animano una plurima coreografia tra canti, singoli pezzi recitati, azioni sceniche collettive. Con rotolamenti ripetuti nell’acqua e tuffi disperati o furiosi, e poi corpi frementi che vibrano, emanando schizzi con variegati gesti e un turbinoso rotear di lunghe chiome. Tutto molto suggestivo ed esteticamente impeccabile, secondo la matura cifra scenico-multimediale che è il segno precipuo del trentennale teatro di Cauteruccio. Che ormai per anagrafe (57 anni) e curriculum ha diritto ad essere indicato come uno dei residui maestri del teatro di ricerca nazionale.      





Un'immagine di Crash Trōades (2012), regia di Giancarlo Cauteruccio (ph. Gabriella Di Tanno)


Body Count    Anno bisesto, anno funesto, dice il proverbio. Ed è stato proprio così per il bisestile (o ‘bisostile’, due volte ostile) 2012 che per me si è chiuso sotto Natale con altri amici morti e imprevisti addii. Alla Chiesa degli ‘artisti’ in Piazza del Popolo a Roma, si sono tenuti i funerali di Beatrice Bracco, un’amica argentina che viveva da oltre 30 anni nella capitale dove era diventata una delle migliori insegnanti di ‘acting’. E infatti la chiesa era stracolma di suoi allievi, attori noti e meno noti di più generazioni, attivi sia in teatro, che in tv e al cinema. C’era molta commozione per la sua dipartita a 69 anni (ne dimostrava dieci di meno) per una malattia ai polmoni. Bea si era reinventata in Italia una vita dopo essere stata negli anni ’70 in Argentina un’intrepida avvocatessa che difendeva i militanti del movimento guerrigliero dei Montoneros (peronisti di sinistra). La criminale dittatura militare di Videla scatenò contro di loro una repressione durissima, eliminando o facendo sparire la maggioranza dei membri del gruppo. Anche Bea rischiò di diventare una ‘desaparecida’, una soffiata la avvisò che gli ‘squadroni della morte’ la stavano cercando, si nascose e riuscì avventurosamente a riparare all’estero. Quello che rammento è il sorriso sulle labbra con cui rievocava tutto questo, nei suoi grandi occhi nocciola c’era sempre, quasi uno stupore infantile per gli orrori e le infamie del mondo. Era una donna dolce e intelligente che lascia un figlio forte e bellissimo, Valentino, e il suo ultimo compagno, Pepe.

 

Alla Casa del Cinema si è invece tenuta una commemorazione di Emidio Greco, che più che un regista, come è stato detto, era un intellettuale che faceva dei film. Io mi innamorai del suo cinema da ragazzo vedendo L’invenzione di Morel (1974) da un romanzo dell’argentino Bioy Casares. Era una pellicola fantastico-metafisica, di grande eleganza visiva e geometrica, assai lontana dagli umori realisti o grotteschi della ‘commedia all’italiana’, ma pure dal barocchismo narcisistico felliniano. La sua opera filmica racchiusa in otto lungometraggi di forte matrice letteraria ha avuto alti e bassi. Due film apicali sono per me quelli derivati da romanzi di Leonardo Sciascia: Una storia semplice (1991) con Gian Maria Volontè e Il consiglio d’Egitto (2002) con Silvio Orlando. Io conobbi Emidio verso la fine degli anni ’90 confessandogli la mia giovanile infatuazione per Morel, il suo esordio cinematografico. Negli ultimi anni lo incontravo di tanto in tanto alle proiezioni del Premio Donatello e sempre i suoi giudizi erano scevri di invidie e livori circa i film degli altri e pieni di acume critico e di sapere professionale, come quando ti faceva notare dei particolari di montaggio o di inquadratura che ti erano sfuggiti. Ma con lui si parlava proficuamente anche di politica, di letteratura, di arte – amico di Alighiero Boetti, aveva  girato nel 1978 un documentario su di lui. Pugliese, traferitosi da ragazzo a Torino, poi approdato a Roma, Greco era un artista italiano di eloquio distinto e preciso, di sobria moralità. Era un gran signore, anche fisicamente all’opposto di quelli che sgomitano e trafficano nel sottobosco. Se ne è andato a 74 anni, in poco più di due mesi, colpito da un tumore fulminante. E la sua dipartita discreta e veloce mi è sembrata in linea con il suo elegante stile: un modo di togliere il disturbo senza fare rumore. Ma, come si è visto alla Casa del Cinema, Emidio rimarrà nel rimpianto di molti.              

           

Lo scorso dicembre è morta a 88 anni pure Vittoria Ottolenghi, la capostipite della critica moderna della danza in Italia. Io la conobbi negli anni ’80 quando scrivevamo entrambi su “Paese Sera” e mi toccò un paio di volte di sostituirla, a causa di sue indisposizioni. Dovendo andare a vedere la mitica Marta Graham Dance Company, rammento un suo sapiente e prezioso consiglio ‘tecnico’: “Per valutare se un danzatore balla bene devi guardare dalla vita in giù, guarda come muove le gambe e come mette a terra i piedi”. Il bello è che Vittoria non era una danzatrice mancata (ne ho incontrate molte) dedicatasi alla scrittura. Ma semmai un’anglista mancata che si era laureata nientedimeno che con ‘l’innominabile’ (e supremo) Mario Praz. Si era, poi, autoinventata critica di danza negli anni ’50 collaborando a lungo con l’Enciclopedia dello Spettacolo promossa da Silvio D’Amico. Dunque era un’autodidatta che si era fatta una profonda cultura sull’arte coreutica, pur senza averla mai praticata, ed era diventata un’amica personale di Rudolf Nureyev. Essendo un’antesignana e una pioniera della diffusione della danza nel Belpaese, oltre a scrivere autorevolmente su molte testate e a pubblicare saggi, promuoveva e dirigeva rassegne, festival, manifestazioni. Realizzava programmi televisivi e, insomma, si sentiva (ed era) un po’ la grande madre o madrina della coreografia in Italia. A volte si atteggiava pure lei un po’ a ‘divina’ e questo le scatenava contro le critiche di danza più giovani (tutte donne) che la giudicavano di gusti invecchiati, legati al balletto classico e incapace di cogliere il rinnovamento prodotto negli anni ’70-’80 dal Tanztheater di Pina Bausch o dalla ‘nouvelle danse’, per esempio, di Maguy Marin. Pure, senza di lei come apripista, tutte quelle ardimentose ‘critichesse’ forse non sarebbero mai esistite. Poi, certo lei aveva un occhio più incline al balletto, ma non trascurava le novità, anche minori e la sentii parlare benissimo ad esempio della coreografia contemporanea di Maurice Béjart e della sua scuola ‘Mudra’. E poi la ricordo anche come una romana verace di radici ebraiche, pronta alla battuta e con una visione della vita tanto impegnata quanto disincantata e anticonformista. Veniva da lontano ed è rimasta criticamente attiva e produttiva fino a pochi anni or sono. Con lei esce di scena una memoria vivente di sessant’anni di danza nazionale e internazionale. 

 

Altri lutti    Pure oltre l’anno bisesto, peraltro, continuano i lutti. In questo principio del 2013 se ne è andato Alfonso Malinconico 73enne magistrato, pittore e poeta, nato in Campania, ma residente a Latina, artista interdisciplinare di rigorosa tensione espressivista e, direi, di professionale habitus analitico.

 

Ed è morta anche l’84enne Giovanna Bemporad, autrice di vocazione classicista, amica di Pasolini, esimia traduttrice di classici greci, latini e tedeschi (da Goethe a Novalis). La sua ars poetica, racchiusa in pratica in un solo libro, era incardinata all’endecasillabo, inteso come metro di una musica delle parole che segna e celebra la più nota tradizione italiana. Pur essendo io, si può dire, un autore ai suoi antipodi, nondimeno la incrociai diverse volte negli anni ’80 e nei primi ’90 in occasione di letture pubbliche. Ricordo il suo casco di neri capelli, le sue giacchine blu con i bottoni dorati, le chemisiers di seta beige, i pantaloni chiari, e rammento il suo mettersi ritta in piedi, in posa quasi statuaria e declamare a memoria alcuni celebri attacchi dell’Odissea, suo cavallo di battaglia, da lei tradotti in smaltato, impeccabile ritmo endecasillabico. Talora socchiudeva gli occhi e agitava la mano nell’aria come se volesse dare il tempo musicale al fluire dei versi. Ecco, lì si capiva il suo totale compenetrarsi e vibrare con la materia poetico-sonora e personalmente apprezzavo la teatralità della sua lettura, la sua spontanea performatività, sia pure sversata soltanto sul versante del classico. Un po’ dava l’idea di vivere, effettivamente, fuori dal tempo e, dicono, che avesse le sue stranezze e bizzarrie, certo non così evidenti e autolesionistiche come quelle che assediavano i giorni di Amelia Rosselli. Era, comunque, la Bemporad una letterata purissima, di sapienza antica, una poeta figlia di una cultura umanistica oggi pressocché in via di estinzione. 

 

Sulla dipartita della 71enne Mariangela Melato mi sento soltanto di riproporre il tweet che le ho indirizzato: “Travolta dal solito, intumorato destino, lontana dall’azzurro mare d’agosto in cui la ricordavamo. Ciao Mariangela, attrice davvero unica”.          





Giovanna Bemborad (1928-2013)


Scrittori ‘senza rete’   Stare nella rete, ma ‘senza rete’, ossia senza protezioni, ma senza pure limiti e regole (anche autoimposte) da osservare. E così prolifera nel web il fenomeno dell’autorecensione (ovviamente iper-elogiativa). Ciò che ha costretto i dirigenti di Amazon ad intervenire per cancellare molte migliaia di schede che attribuivano 5 stelle (Grillo stavolta non c’entra) a libri e libercoli e che erano state postate dagli stessi autori o da loro stretti congiunti o amanti, fedeli amici et similia. Peraltro c’è chi non si vergogna affatto di tutto questo, anzi lo rivendica come il giallista americano Stephen Leather per il quale il marketing oggi si fa così e ‘tutti’ lo fanno pur cercando di nasconderlo mercè dei falsi account (gergalmente detti ‘sock puppet’) attraverso cui non soltanto parlare benissimo di se stessi, ma viceversa stroncare ferocemente i concorrenti. Insomma: è il mercato, bellezza! E voi moralisti d’accatto (e ritardati) non ci potete fare niente. La posizione di Leather (uno scrittore di ‘cuoio’?) rischia di essere assai realistica e pragmaticamente incontrovertibile. Del resto, nel sistema del libro-merce esasperato tra autopromozioni entusiastiche e interessate contro-stroncature forse c’è una mano invisibile e calmieratrice del mercato e, alla fine, effetti e anti-effetti pubblicitari si annullano. Certo, nell’era dell’editoria online che tra non molto dominerà il pianeta, il fattore F (=fake) assume un’importanza sempre maggiore, direi preponderante. E parafrasando Guy Debord, potremmo dire che nella società dello spettacolo ipervirtuale ‘il falso è un momento del vero’. 

 

     

Monti: l’agenda dell’agente    A proposito di fattore F, dilaga la falsificazione nell’attuale campagna elettorale dove gli schieramenti dei principali contendenti (Bersani, Monti e Berlusconi) tentano di far credere agli italioti (quelli che ci vogliono credere) che se andranno al potere cambieranno se non drasticamente, dimolto le cose. Il falso sta che l’Italia ha già ceduto parti rilevanti della sua sovranità politica alle istituzioni europee. Accettando di inserire il ‘fiscal compact’ addirittura nella costituzione, ha vincolato la sua politica economica e finanziaria al controllo della Bce e degli organi della commissione europea, non è possibile alcuno sgarro al pareggio di bilancio e alle misure di ulteriori tagli per ridurre il debito pubblico sul Pil. Ergo chiunque andrà al governo non avrà alcuna vera autonomia, potrà cambiare poco o nulla, l’Italia è sotto schiaffo e provare a negarlo è un falso clamoroso. L’Europa è un totem-tabù, nessuno osa dire che così com’è non funziona, o meglio funziona a solo vantaggio del capitale e delle banche. Il lavoro è sbaragliato, nel 2013 i disoccupati in Europa cresceranno ancora (oltre venti milioni) e non è un caso che un inappuntabile agente del capitale internazionale quale Mario Monti nella sua agenda ‘per l’Italia’ ipotizzi una sorta di salario di cittadinanza (un ‘reddito minimo di sostentamento’) per la moltitudine degli esclusi oggi e domani dal mondo del lavoro. I disoccupati come sottocasta di mantenuti sopravviventi: ecco, bontà sua, il welfare catto-montiano. Gli altri schieramenti al riguardo tacciono. E soltanto adesso misuriamo il drammatico vuoto lasciato dall’eclissi di una sinistra strategicamente pensante e oppositiva rispetto al sistema capitalistico.       

 

 

Il silenzio sulla cultura    A proposito di silenzio, è tombale quello dei partiti in lizza per le elezioni a proposito della cultura. Nessuno ne parla, quasi a voler dare ragione a Tremonti che sentenziò con la sua spocchia da professorino ‘lumbard’ che “con la cultura non si mangia”. Dimostrando di essere un ignorante anche come ministro dell’Economia. Eppure avrebbe dovuto sapere che l’insieme delle attività culturali in Italia produce, bene o male, il 5,4% del Pil, ovvero circa 76 miliardi di euro all’anno, dando lavoro ad oltre un milione e 400mila persone. Tremonti, del resto, per i suoi prolungati incarichi governativi al Tesoro è uno dei principali, se non il principale responsabile, del taglio nell’ultimo decennio di oltre un terzo del bilancio del Mibac (il dicastero dei Beni Culturali), attualmente attestato a 1,4 miliardi di euro, cifra che corrisponde allo 0,19% del bilancio statale. Una vera miseria se pensiamo che in Francia nel 2011 (con Sarkozy presidente) il bilancio dello Stato prevedeva per la cultura un finanziamento complessivo di 7,5 miliardi di euro. Ossia cinque volte la spesa culturale italiana. Di tutto ciò da noi si tace. Completo silenzio, ripeto, a destra, al centro e a sinistra. Tutti omologati, con la loro indifferenza, ad una visione anticulturale. E anche questa è, mi pare, una macroscopica anomalia nazionale.     

 

 

La “restanza” italica    Un acuto intellettuale cattolico come l’ottantenne Giuseppe De Rita, presidente del Censis, ha spesso il vezzo di introdurre nel circuito mediatico italico nuove espressioni atte a rappresentare le varie fasi congiunturali nazionali. Nell’ultimo rapporto del Centro Studi Investimenti Sociali ha tirato fuori un termine ideato da Jacques Derrida – “la restanza” – per qualificare la capacità antica, contadina degli italiani ad affrontare la crisi epocale e a sopportare i mutamenti della propria condizione. La “restanza” non è una semplice ‘resistenza’, è anche quello ‘che resta’ nel travaglio del cambiamento, un nucleo primario, duro e oscuro di valori basici impastato con la pazienza, la tenacia, l’abitudine a soffrire. La “restanza” è quindi la forza del popolo o, forse meglio, dei popoli italici a reggere nel tempo, a ‘perdurare’ pur nelle circostanze più avverse. La “restanza” è, in qualche modo, anche la forza di autoconservarsi, adattandosi ai peggioramenti. È la forza o l’istinto a sopravvivere a tutti i costi. Ciò che per De Rita è il vero senso della vita, al netto di tutti i sogni, le utopie, le chiacchiere da bar, le ciarlatanerie del demagogo di turno. C’è un fondo di realismo cinico in questa visione dell’intellettuale cattolico abituato ad ascoltare il murmure profondo degli abitanti della penisola. Sopravvivere, allora, va bene, lo capiamo. Pure se questo sopravvivere assomiglia per molti a un mero sottovivere.             

 

 

Resistere altrove    Quelli che restano e resistono e quelli che, invece, se ne vanno via, si muovono. Che magari è un modo diverso e più ‘up-to-date’ di resistere. Ad esempio, i tedeschi si muovono. Ho letto una notizia secondo cui un tedesco su quattro cambia città per cercare un posto di lavoro. La mobilità personale come precondizione della ricerca occupazionale. E questo mi fa venire in mente un amico che ha constatato essere in Germania gli affitti delle case sensibilmente più bassi che da noi. Qui c’è il mito del ‘mattone’, della casa di proprietà che una volta che l’hai acquistata a prezzo di ultradecennali mutui ti vincola ad un luogo per tutta la vita. Se, invece, sai che puoi trovare abitazioni a prezzi d’affitto convenienti è evidente che la spinta a spostarsi per cercare lavoro viene fortemente incentivata. Nel gorgo della crisi un modo di sopravvivere, forse è anche legato ad un rivoluzionamento dei comportamenti e dei parametri di pensiero. Essere farfalla invece che chiocciola?      





Weatherman  You don’t need a weatherman / to know which way the wind blows”: così cantava nel 1965 Bob Dylan in Subterranean Homesick Blues: “non hai bisogno di un meteorologo / per sapere da che parte soffia il vento”. Da quei potenti versi prese ispirazione un gruppo di studenti ribelli americani per fondare alla fine degli anni ’60 i Weather Underground, una organizzazione di sinistra rivoluzionaria che decise in breve di entrare in clandestinità e di praticare una lotta armata a base di attentati esplosivi che però non provocassero morti o feriti. Una forma di resistenza violenta che rispondeva alle numerose violenze repressive della polizia Usa che non esitò, ad esempio, ad ammazzare al tempo numerosi membri delle Black Panthers. Una violenza difensiva, potremmo dire, quella dei Weathermen, anche se ci furono casi di rapine o assalti finiti con delle vittime. Il gruppo si sciolse dopo oltre dieci anni e diversi militanti decisero di costituirsi. Il film, ispirato da un libro di Neil Gordon, che ha girato Robert Redford, The Company You Keep, propone dopo tre decenni in forma romanzesca una riflessione su quella esperienza di lotta politica e, soprattutto, sui legami nati nel fuoco di quella esperienza.

“La compagnia che conservi” (non “La regola del silenzio”, titolo omertoso-mafioso scelto dai distributori italiani) mostra come a decenni di distanza, pur tra persone che hanno spesso cambiato completamente vita, si attivi una sorta di solidarietà militante, permanga un vincolo profondo di amicizia, di confidenza, di reciproca copertura, di ‘compagnitudine’ appunto, che nasce dall’aver condiviso una scelta totale, radicale di lotta, che scaturiva da una visione utopica, alternativa. È cambiato tutto, quegli ex giovanotti ora sono uomini e donne invecchiati, ma dentro di loro resiste un filo tenace di sentimento antagonista al sistema. Quello che si è stati, quello a cui si è creduto non può essere cancellato da niente e da nessuno. Una delle battute chiave del film è, non a caso, “abbiamo sbagliato, ma avevamo ragione”. Orgogliosa rivendicazione della giustezza delle proprie posizioni e aspirazioni, pur nella presente condizione di scontitti della e dalla storia. Ed è emozionante che ciò venga rivendicato dall’ultima irriducibile, ancora in clandestinità, che ha il volto ancora bello e fiero della 71enne Julie Christie. Poi, naturalmente, il liberal Redford non tiene il punto sino in fondo e anche l’irriducibile cederà le armi, si consegnerà all’Fbi perché avendo da giovane rinunciato volontariamente a una figlia, cresciuta per le proprie scelte politiche con un’altra famiglia, non vuole che lo stesso accada alla figlioletta adolescente dell’ex compagno Redford, diventato nel frattempo uno stimato avvocato, che lei con la sua testimonianza scagionerà dall’accusa di omicidio. Insomma, anche nella morale democratica Usa, il ‘tengo famiglia’ è più forte di vecchie ideologie. Pur se una falla di credibilità c’è nel film proprio nel vedere il 75enne Redford come padre single di una dodicenne, di cui potrebbe plausibilmente essere il nonno. Ma il film è valido, anche appassionante nella sotterranea ricerca delle tracce della diaspora dei militanti Weathermen. E oggi che la crisi capitalistica si mostra in tutta la sua evidenza, e negli Stati Uniti riesplode la protesta guidata da Occupy Wall Street, mi viene in mente che adesso sì che avremmo bisogno di un meteorologo per sapere da che parte soffia il vento.

 

 

Torture    Lo Stato ‘forte’. La democrazia ‘forte’. Espressioni che andavano assai di moda nel circuito politico-mediatico 30-40 anni fa, per significare la necessità che lo stato democratico reagisse con decisione contro i suoi nemici – terroristi, brigatisti, integralisti et similia – e adottasse ferme e severe forme repressive per garantire la sua sicurezza e raggiungere i suoi scopi ‘costi quel che costi’. Epicentro e modello di tale idea e pratica di ‘democrazia forte’ sono sempre stati gli Usa. L’impero americano ha sempre anteposto i suoi interessi di superpotenza planetaria a tutte le ‘chiacchiere’ garantiste. Non stupisce, quindi, apprendere dopo oltre tre decenni che quando le Br sequestrarono nel dicembre del 1981 il generale yankee James Lee Dozier, le autorità Usa intervennero sugli organi di polizia italiani perche facessero ‘di tutto’ per giungere alla sua liberazione. Un ex commissario di P.S., testimone di quei tempi di fuoco, ha così raccontato che elementi dell’Ucigos (organismo nazionale dell’antiterrorismo) praticarono delle forme di interrogatorio ‘non ortodosse’ nei confronti di fiancheggiatori brigatisti. Un eufemismo per dire che si procedette a torturare i complici Br, in particolare con la tecnica del waterboarding. Che sarebbe una simulazione di annegamento ora tenendo premuta in un secchio sott’acqua la testa dell’interrogato, ora ficcandogli in bocca un imbuto per fargli ingurgitare litri di acqua e sale. Le torture, in cui si distingueva un poliziotto fascista, soprannominato ‘il professor De Tormentis’, raggiunsero, peraltro, il loro obiettivo: quello di ottenere informazioni utili per la liberazione di Dozier che avvenne a fine gennaio del 1982. Naturalmente il ministro dell’Interno di allora, il democristiano Virginio Rognoni, nega tutto o comunque afferma di non avere mai saputo nulla. Ma è un giochino arcinoto: anche nei film i capi danno le direttive, poi non vogliono sapere come il lavoro ‘sporco’ verrà condotto a termine. C’è del resto da rilevare che, ancora oggi, 2013, il reato di tortura non è previsto dal codice penale italiano. Un’assurdità che rivela l’attitudine dello Stato ad autoassolversi pure quando i suoi funzionari diventano dei torturatori di professione (basti pensare a quel che avvenne nella caserma di Bolzaneto a Genova, durante il G8 del 2001).





Il tema della tortura a go-go è riemerso anche in occasione della presentazione in America di Zero Dark Thirty, il film di Kathryn Bigelow che ricostruisce l’operazione che ha portato (secondo la versione ufficiale) all’uccisione in Pakistan di Osama Bin Laden. La Bigelow che lascia capire di avere raccolto notizie da ‘gole profonde’ interne alla Cia, in buona sostanza sostiene che le informazioni decisive per l’individuazione del covo di Bin Laden e la sua eliminazione, furono ottenute grazie alle sistematiche torture praticate nei confronti degli integralisti islamici e militanti di Al Qaeda catturati. La cosa pare assai verosimile e non sembra aver sconvolto più che tanto l’opinione pubblica d’oltreoceano. Dal canto loro, i capi della Cia negano che ‘tutte’ le informazioni cruciali provennero da quegli ‘interrogatori’, ma si guardano bene dal negare che la tortura era (ed è) per loro una opzione corrente. A strepitare sui media è stata la saggista Naomi Klein (quella del libro No logo) che accusa la Bigelow di essere addirittura come Leni Riefensthal, la cineasta amica e apologeta di Hitler, ovvero di esaltare la tortura come metodo vincente per annientare i nemici giurati degli Stati Uniti, laddove lei nel libro The end of America avrebbe dimostrato che i metodi repressivi basati sulla tortura non funzionano. Sinceramente la polemica artatamente montata dalla Klein sa un po’ di autopubblicità, ancorché sia commendevole il suo oggidiano ostentare il logo ‘No torture’.

Resta il problema, sollevato diversi anni fa dal filosofo Giorgio Agamben, di paesi democratici sedicenti ‘forti’ pronti a decretare, di fronte a una minaccia esterna o interna, uno ‘stato di eccezione’ che legittima qualsiasi pratica (inclusa la tortura) per dare forma a un paradigma sicuritario tanto paranoico quanto antidemocratico, ovvero sottratto a qualsivoglia controllo. I ‘De Tormentis’, gli apprendisti Torquemada sono tra noi, ci vuole poco a eccitarli e a scatenarli. Non lo dimentichiamo, in attesa che la tortura diventi (finalmente) un reato.                         

 

 

gennaio 2013

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006