LUOGO COMUNE
LETTERA POSTUMA
AD ACHILLE SERRAO
In principio fu
’A jurnata,
poi la piena
di una vena dialettale inarrestabile


      
Personalissima epistola indirizzata all’amico, esimio poeta in lingua campana, provando a districare la matassa dei pensieri, dei ricordi, delle immagini, delle suggestioni comuni. Chi scrive è all’origine della fortunata svolta dialettale dell’autore morto lo scorso ottobre. Un rapporto cresciuto per reciproche, intense frequentazioni in librerie e cantine, bettole e periferie, parchi e cortili e palcoscenici in cui mescolare sonori versi e classiche canzoni partenopee. Era de maggio, poi infine: I’ vaco.
      



      

di Maria Jatosti

 

 Oh, non morite troppo presto, amici

René Char

 

Non è facile, amico mio, districare la matassa di pensieri ricordi immagini suggestioni che mi si affollano nella mente e mi gonfiano il cuore di commozione e pena e nostalgia e rabbia e trarne quel filo di lucidità indispensabile a evitare di incorrere nella trappola seduttiva e sviante delle parole. Mi sono proposta di “ricordarti” e cercherò di farlo cu pparole accorte, tentando di trovare quelle giuste. ‘A meglia parola è chella ca nun se dice. Per prima cosa, non parlerò di te poeta. Non è questo che conta. Altri l’hanno già fatto e lo faranno sicuramente beaucoup mieux que moi che poeta non sono. Non dirò dunque delle tue giostre, delle tue scene dei guasti, dei tuoi cammei, del tuo mondo agliummeruto ispido criptico prima della felice svolta. Non indagherò arresugliando nei segni di una elaborazione tesa e sofferta, di una ricerca stilistica solitaria, appartata, in cui si respira l’affanno del tempo e della morte. “Corto y tormentado es el tiempo de la vida y la vida es tan corta y vivirla es tan dificil que cuando uno comienza a aprenderlo ya hay que morirse.” Non tenterò neppure di spiegare a chi non ha avuto come me il privilegio e la felicità di conoscerti, quanto fosse ingannevole e lontana dalla tua interiorità raffinata e misteriosa la tua immagine dimessa, modesta, pudica, e quella tua ricercata sciatteria, quella nonchalance esteriore che ti caratterizzavano agli altri. Quanto la tua facondia, la tua ironia, il tuo istrionismo – che formidabile affabulatore eri! che attore! I tuoi racconti, le tue storielle in bocca ad altri si spogliano di ogni ricchezza immaginativa, di ogni suggestione trascinante – nascondessero, maschera infingimento, una fondamentale tristezza “montaliana”, un totale smagamento dalle lusinghe della vita. Rare erano ’e  ccumparenze ‘e na scarda ‘e sole nell’acqua futa della tua filosofica distanza dal mondo delle chiacchiere: parlavamo di freddo e di parole vuote come il vento. Bisogna averti conosciuto bene per saperlo, per capire lo sberleffo – estremo – di quella giacchetta bisunta, quella cravatta sghimbescia, quel fiore avvizzito all’occhiello, quelle scarpe troppo grosse per i tuoi piedi dritti in faccia alla morte, quella maschera guitta da jacuviello, che, mi sembra di vederlo, celava un sorriso sardonico, come a dire: ‘I sto ccà! E adesso, cari miei, sono affari vostri.





Achille Serrao (1936-2012)


Tenendo salde le briglie dell’emozione, non ricorderò il nostro primo incontro: Roma, libreria Croce, Corso Vittorio Emanuele, anno 1978 delle br e dell’amore, con Paolo, e Vanni e Ferdinando e Mario e Ruggero… Fu subito amicizia, simpatia, intesa, riconoscimento – tuo padre, come il mio, nun lassava ’o muorzo d’’a creanza dint’o piatto e nun jettava ’meza sigaretta, mai – e più tardi sodalizio artistico-letterario, complicità in spericolate imprese. Erano i perniciosi anni Ottanta che ci portiamo ancora sulle spalle, quando cominciai a trascinarti tra bettole e cantine, periferie e cortili romani improvvisati alle lettere: Baccina, Amatriciani, Coronari, Castel Sant’Angelo, oppure, ricordi?, il parco notturno dietro la casa di cristallo di Rodolfo e Giovanna, alta sul golfo azzurro di Gaeta. Tu ad affatturarci con la tua voce sommessa e gentile, che fosse “Bella quanno te fece mamma tua” o “Era de magge”, tuo dolcetenero tenerissimo mese, Roma o Napoli, il mio o il tuo dialetto, Belli o Di Giacomo, Petrolini o Viviani: sonetti, aritornelli, calasciunate o villanelle. Col sole e con la luna, con la pioggia e col vento: un copione, una chitarra, una camicia bianca da scena che ti avevo regalato e che ti andava corta di maniche, un leggio, un grappino per farti coraggio, e via e via… Che avventure!

Non racconterò come nacque la grande svolta. Lo dicono per me le tue preziose dediche: “Per Maria, nel cui nome e per conto tutto cominciò…” “A Maria che mi iniziò al peccato dialettale…”. In principio fu ‘A jurnata, testo da me sollecitato per “Napule se chiamma”, lo spettacolo di poesia e musiche partenopee nel quale entrasti fin dalla prima edizione, e che apre quell’elegante libriccino stampato poi nel Novanta dalle Grafiche Olmi in 500 esemplari, di cui possiedo il n. 77. Seguirono febbrilmente Mal’aria, ’O puntone, Trasette vierno, Speranzella ’e nu sole, che entrò anch’esso a far parte del mio spettacolo, e tutti gli altri che mi leggevi via via al telefono anche nottetempo quasi tu medesimo sbalordito davanti alla piena di una vena inarrestabile, appena usciti dall’ispirazione e già espressivamente perfetti nella bellezza dei suoni, ai quali mi abbeveravo a mia volta stordita, ’nzallenuta.

Né dirò di come per mio tramite, attraverso la bella impresa comune dei Pieghi di Poesia in lingua e in dialetto, nacque la fortunata, feconda amicizia con Franco Loi, con Lino Angiuli e altri che oggi condividono con me il dolore cocente della tua perdita. La vita sciulia ’mmiez’ ’e ddeta, amico mio, proprio così. La morte scorre severa, gli amici se ne vanno. Troppi. Cadono come d’autunno le foglie infin che il ramo e la loro pur lieve caduta scava abissi neri di solitudine in noi che restiamo attoniti, comunque sempre irragionevolmente stupidamente impreparati, a contare il tempo rimasto. E passerà anche il tempo del dolore, il tempo della memoria. La storia continua oltre noi che nella nostra disperata speranza continuiamo a  spingere avanti i nostri passi sempre più grevi in questi lunghi inverni del nostro vivere dissestato ’e mal’aria, ’e friddo e cche freddo; di noi che guardiamo la vita attraverso le crepe, le canniature, dei giorni sempre più vuoti del vuoto degli amici che si defilano muro muro ’a sotto tantillo ’e neve. E cchiove, ggesù ma comme cchiove!





Sì, amico mio, il tempo  passa – era ajere o puramente mo’? – ’a neve se stuta, e io, pe’ copp’a sta scalélla ’e penziere, cu’ ’a capa agliummeruta a chiedermi, a chiederti: è overo? è suonno? e a st’ora chi simmo? e quant’eremo chill’anno? E e mmò addò sì? Dove sei? Dove te ne sei andato spingendo ’a buattèlla ‘nnanz’e piéde. E cche ce lasse? na mappatélla ’e viérze, la vigliaccheria dei ricordi… E io. A chi chiederò lumi, a chi sottoporrò i miei dubbi fonologici-grafici circa il raddoppiamento delle consonanti in principio di parola per rafforzarne il suono e conferire durezza espressiva alla forma dialettale, in particolare la tua, quella partenopea, o campana come ami precisare, da me abusivamente adottata non di rado nei miei scritti? A chi telefonerò per essere illuminata sul senso di un vocabolo tratto da una canzone: Pino Daniele, estate 2012, on the road per Chieti.  Chi mi risponderà di là dal filo?

I’ vaco, hai detto, come un sospiro, un sussurro. E zitto zitto: I’ stongo ccà, hai concluso. Te sto vicino.

E io? E noi? Cosa ci resta? Aspettare. Sospesi, attoniti, in silenzio.

Hadda passà ’a nuttata.

 

 

Roma 19 gennaio 2013, a tre mesi dalla morte

 




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