LUOGO COMUNE
MARCELLO MARCIANI
Ambivalenti versi
di una scrittura metamorfica


      
Sono di recente uscite due raccolte del poeta di Lanciano: “La corona dei mesi” in italiano e “Rasulanne” (Rasoiate) in dialetto. Molto più convincente è il libro vernacolare che risulta pieno di racconti, di miti, di personaggi, di uomini, di figure, di gesti, di nozioni, di simboli, di accordi temporali e sintattici che fanno della natura poetica, strana e arcaica dell’autore abruzzese, un flusso continuo di sinergie.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

Sin dalla nota biografica ho avuto subito un sussulto. Ho letto: «Marcello Marciani» ‒ nome che suona come uno scioglilingua ‒ «nato e residente a Lanciano (Chieti), si divide fra i doveri della farmacia e i piaceri della poesia: universi fra loro in conflitto ma uniti dalla grazia lieve della rima[1]». Mi son detto “fosse solo per la rima l’unione sarebbe delle più blande”, ma soprattutto ho pensato “ecco un altro libero professionista che non riesce a stare lontano dalla poesia”. I versi più brutti sono scritti sempre da medici, dentisti, avvocati, da persone che riempiono con la poesia il vuoto di un lavoro asettico. L’argomento mi irrita perché la mia memoria torna a delle poesie di Orazio Mastrosanti[2] lette da ragazzo, anch’egli farmacista, che si paragonava a Dante Alighieri essendo entrambi appartenuti all’ordine medievale “degli speziali”. Per costui il sommo Dante era più farmacista che poeta. Un’affinità letta in maniera imbarazzante. L’orrore, e l’errore, sta nel pretendere che la poesia possa riempire vuoti, andare bene come attività del tempo libero, ignorando che niente è più avverso alla poesia del concetto di tempo libero. La verità è che per un poeta la poesia c’è sempre, se la porta a letto anche più di una donna, e niente è più lontano da quest’arte del tentativo di conciliarla a professioni che non hanno niente a che fare con la letteratura. Mi si dirà che Carlo Emilio Gadda era ingegnere. Certo! Ma Gadda era ingegnere come io sono ragioniere! Quello che Gadda ha fatto è stato lo scrittore a tempo pieno e ingegnere lo era per riconoscimento del titolo di studio conseguito. Un mestiere “borghese” nella vita di un uomo deve sempre figurare, perché a dichiararsi scrittore si viene preso per matto, quindi, meglio dare sostanza alla propria esistenza con una professione. Il fatto che Marcello Marciani sia farmacista mi spiazza, perché non scorgo nessuna causa meritoria per definirlo poeta. Poeta autentico, intendo! Poeta per la sostanza del suo linguaggio. La biografia di Marciani continua dicendo: «Viene tentato anche dal teatro e suoi testi in dialetto frentano sono stati rappresentati dal Centro di Ricerca Teatrale-Musicale “Il Tesoro di Tatua” e dal Cantiere delle Arti Amaranta[3]». Il problema di fondo è smettere di dare spazio ai mediocri, perché il ragionamento sulla poesia è un ragionamento che richiede anche pulizia e onestà intellettuale. Mi scuso con Marciani, ma non mi spiaccio! Io sono un critico e non un sacerdote che ha una parola buona per tutti! Spinto dal mio direttore responsabile, Marco Palladini, ad analizzare la poesia di Marcello Marciani, posso dire in positivo che mi è stata data la possibilità ancora una volta di essere preciso e di ribaltare la mia considerazione di figure ai margini per effetto non solo di una congiura che va contro autori e scrittori che meriterebbero ben altro spazio, ma di valutare altre realtà che si espongono al punto da sfiorare il ridicolo con la complicità di improvvisati editori.

I libri in questione di Marcello Marciani portano il titolo di La corona dei mesi (edito per i tipi LietoColle, p. 37, € 13,00; Varese, 2012) e di Rasulanne (edizioni Cofine, p. 45, € 7,00; Vicovaro [Rm], 2012). Il primo in lingua, il secondo in dialetto. Sul primo testo in lingua devo dire che Marciani è un poeta che possiede solo l’impeto scrittorio, ma non sa ordinarlo dentro lo spazio del ritmo e degli accenti. Nei testi della raccolta La corona dei mesi mancano proprio le virgole, cioè l’ordine della sintassi. Egli scrive come uno studente liceale che ha mitizzato la poesia ed ha stereotipato nella mente la figura del poeta, ma non “conosce” la poesia. Marciani, infatti, scrive i suoi versi componendo righi: inizia e va avanti fino alla fine, poi va a capo e ricomincia. Niente ritmo, niente musicalità, niente enjambement (tranne in qualche caso). Il risultato è una pagina poetica goffa, che si compone come un compito, come un esercizio forzato, in maniera schematica, paratattica, fredda. Si evince quel tipico sforzo di chi si agita gettando continuamente verbi e aggettivi nel testo, con la speranza che almeno uno di quelli dia spazio alla poesia e centri l’obiettivo. In questo modo il testo inevitabilmente si appesantisce e la poesia si soffoca. Dirò soltanto, per non annoiare il lettore, che qualcosa di onesto e di vero Marciani vuole sul serio comunicarlo, si sente che da parte sua l’impegno c’è, ma per essere poeta non basta pensare “in rima”, bisogna sacrificarsi al punto da mettere sé stesso al centro di un vortice, e studiare studiare studiare! Marciani ha studiato, indubbiamente!, ma farmacia e non linguistica e letteratura, per cui il suo sforzo si raddoppia perché egli ha bisogno di impegnarsi di più di quanto s’impegna un poeta che vive la poesia con slancio naturale. Marciani su questa cosa ci gioca, ammette ciò che un critico potrebbe, a detta sua, rimproverargli con troppa facilità non capendo il suo fare poetico. Scrive infatti «[…] il modello è poco adatto | così zeppe incollo a strofe spaparanzo sulla sillaba | i puristi strilleranno dilettante d’una cotica! | Sono un testo circospetto, servo o fregio un ideale?[4]».





Marcello Marciani


Di certo non si risponde ad una domanda posta per celia e per saturare il senso precipuo di una materia. Bisogna dire che a Marciani piace anzitutto possedere un gesto ludico, trattare con levità anche la gravezza della vita e del tempo, che è il tema che attraversa tutto il testo La corona dei mesi: la storia umana scritta seguendo i singoli referti temporali indicati nei mesi dell’anno. Chi si esprime in questo modo scrivendo «è un meningioma ignoto assiso nella mente | sul confine che frolla con calma il delirio | è una lattescenza del corpo e del ricordo | un conato di sbobba nell’allerta sismica…», intende anzitutto sbalordire. Azione tipica di chi antepone la sua conoscenza alla verità della poesia. Se Marciani, come in molti punti del suo libro pare evidenziare, desidera indicare una sorta di “angoscia estetica”, uno sconquasso lirico e politico anche detto in maniera ironica, gli consiglio di leggere Edoardo Sanguineti, il poeta della palus putredinis moderna.

 

[in te dormiva come un fibroma asciutto]

 

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;

ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,

deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto

della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,

la forma del tetto, il colore della paglia […][5]

 

Questi versi sono indicati non perché al “fibroma” sanguinettiano debba necessariamente seguire il “meningioma” di Marcello Marciani, ma più semplicemente perché il filo di un linguaggio poetico, in questo caso decisamente tecnico e proprio di uno specifico ambito di studio, è retto dalla capacità del poeta di saper trascendere comunque da quel linguaggio e renderlo poetico. Fare di altre espressioni, che sono atipiche ed estranee al lessico della poesia, il punto di riferimento per accezioni extra-letterarie. In poesia il linguaggio non deve diventare una linguaccia!

Nel secondo libro, invece, si può cogliere maggiormente qualcosa di più genuino e di vivido. Qualcosa che si può sul serio toccare con mano. Trattandosi di poesia dialettale non mi sono tirato indietro dall’accogliere richieste che meritano maggiore attenzione. Il titolo è notevole: Rasulanne, ovvero “rasoiate”. La forza di una falce che colpisce figure e concetti. Il libro è pieno di racconti, di miti, di personaggi, di uomini, di figure, di gesti, di nozioni, di simboli, di accordi temporali e sintattici che fanno della natura poetica, strana e arcaica di Marcello Marciani, un flusso continuo di sinergie. Un bel libro che soffoca! È questa l’impressione che si ha, così d’impatto, come il dialetto stesso di ogni luogo produce in chi lo ascolta, perché la lingua dialettale è lingua che brucia. Di rimando, entrando nel corpo del testo e di ogni singolo componimento, si comprende che Marciani dirige un’orchestra sinfonica il cui registro lirico-popolare è straordinario. Il lessico e la sintassi vanno di pari passo con il senso del racconto. Poesie scritte in dialetto frentano (zona geografica che interessa il basso Molise e il sud dell’Abruzzo), area di mia competenza legata alla figura di altri dialettali notevoli quali Giovanni Cerri (1900-1970) e Domenico Sassi (1872-1928). Marciani intinge la penna nel vasto patrimonio linguistico della sua città natale, Lanciano (Ch), e della sua regione, l’Abruzzo, cugina dei molisani e un tempo espressione di “sangue univoco”, prima che la scissione dell’area più a sud della regione, detta Abruzzi, portasse alla nascita del Molise, non così diversa da quell’area linguistica di appartenenza. Certo le linee di isoglosse sono molteplici e s’intersecano e mutano enormemente a seconda della posizione in cui ci si colloca per ascoltare la voce che accarezza i monti frentani. L’Abruzzo ha un dialetto meno sonoro, più squillante, rigido nel lessico (in Molise si dice «tiempe» e «cuocenà», mentre in Abruzzo si dice «timpe[6]» e «cucenì[7]») con maggior chiusura fonetica ma altrettanto notevole: un dialetto, dunque, ricco di termini importanti ed efficaci, che sottraggono sostantivi all’italiano e che rispetto al dialetto molisano, che risente dell’influenza linguistica dell’area campana, è intenso quanto lo scaturire della sua sintassi. In questo senso Marcello Marciani restituisce al lettore una bussola per orientarsi nelle carte della sua terra, creando un vero e proprio “teatro della coscienza” che non è dissimile dal “teatro della conoscenza” che lo infonde, lo anima e lo fa respirare. Dirò, per non generare complicate analisi, che il testo Rasulanne è rilevante, intenso, antropologico e mosso da una funzione linguistica demo-etnografica. Marciani racconta, racconta e racconta storie, l’una più avvincente dell’altra (dalla Scurdunanze de l’attore alla Durmecchiare; dalla Menche al Maštrepence; dal Campanare alla Vedellóne). Storie più che racconti, luoghi più che persone e cose più che figure umane. Nell’opera in dialetto di Marciani l’io spersonalizzato suona quasi come una bestemmia, cioè è forte, e in questo specifico caso rappresenta un suggerimento ulteriore al discorso, un’aggiunta semantica che fa del dialetto un idioma che sta al centro dal dibattito culturale e non fuori. Per dare subito un esempio di ciò che la funzione-dialetto esprime, si propongono i versi pieni di un “io” che ad oltranza, spersonalizzato quanto umano, precisa, semplificandolo, il concetto di appartenenza, di luogo, di storia, di vicenda. Versi che fanno da proemio al testo:

 

Chiacchiera murte o voce  areddunate

da cchiù sunne… o štrafunne… o da cacch’atre

quarte che vusse ‘n cocce e s’arebbèlle

a štu scrullà di jùmmere e di timpe?

 

(Chiacchiere morte o voci radunate / da più sogni.. o sprofondi… o da qualche altra / parte che spinge in testa e si ribella / a questo svolgere di gomitoli e di tempi? //[8])

 

Il discorso è subito in terza persona, non coinvolge il poeta, ma lo rappresenta come soggetto terzo, attore tra gli attori nello spettacolo di figure e di personaggi che il libro mette in luce. “Io”, dunque, spersonalizzato secondo questa logica, ma anche “io” autonomo, fiero, che non ha bisogno di un supporto narrativo che concordi necessariamente con un tema. Infatti, in queste poesie la parola restituita alla pagina è sul serio la parola del popolo, la parola che si esprime sicura nel dialogo parlato. Una parola che attrae tanto il teatro a cui Marciani pur si getta per meglio completare la sua azione di scrittore. Molti testi risaltano in quanto rappresentazione specifica e unica: rappresentazione naturale, spontanea, senza inibizione, della vita che diventa a sua volta poesia, facente parte della partecipazione al mondo reale non sorretto da una grammatica artificiosa. La lingua dialettale di Marciani sale dal volgo, dal popolo dialettofono, non è letteraria e limata come quella di Vittorio Clemente (1895-1975), altro poeta abruzzese, e di Salvatore Di Giacomo (1860-1934).





Di Marciani e della sua poesia, sia in lingua che in vernacolo, forse, davvero si può dire che non interessa affatto fare bella figura. Egli scrive, e scrive come un bambino che vuole a tutti i costi afferrare il significato di qualcosa, consentire alla lingua, sia scritta che parlata, di fare i suoi giochi, di compiere quelle “rasulanne”, ovvero quelle “rasoiate”, affinché sia detto qualcosa comunque, andando oltre la logica ermeneutica dei palazzi bui in cui si rifugiano critici e poeti laureati. Dal mio punto di vista tutto ciò è sinonimo di un intrinseco modo di fare poesia, una maniera che tocca il versante sia ludico che improprio di uno scrivere che segue un sentiero personale, senza legarsi specificatamente alla tradizione. Così salendo dal basso questa lingua dialettale, nello specifico di Lanciano, città in provincia di Chieti, rimane a vivere come un anfibio nella sua acqua vitale. Ed è una “scrittura anfibia” quella di Marcello Marciani, fatta di slanci verbali spregiudicati e rotti (nel senso di subordinati nella sintassi, come la lingua parlata che riproduce nei suoi testi in dialetto). Per quanto concerne lo scrivere in lingua egli è pletorico, dà al testo molto di più di quello che si richiede, mentre sul fronte del dialetto la scrittura è animata da un continuo fuoco che sprigiona senza paura, in senso diacronico, tutto l’universo semantico vernacolare, fatto di continui passaggi della e nella memoria. Il merito di Marciani sta nel perseguire un istinto e una logica quasi pirandelliana, che si trasforma e si uniforma al vortice di richieste che le contingenze circostanti sottopongono alla sua, così, metamorfica scrittura.

 

La durmecchiare

 

E i’ m’arepónne a šta ceštarelle

fin’a cche cresce lu cìtele belle.

Fin’a cche cresce e me maretà

m’accuzze e lu tiempe nen tè’ da passà’.

(popolare)

 

Ecche… è nu rusce d’ove che s’appicceche

‘m bacce štu jorne che me sbele… làsseme,

sole, ‘ntencarecà de me, ssu vaçe

nen me l’asciòje sta ‘ncretature, no

falle šta zitte ssa cummedie abbàlle

che pije le scale e ciuffélle a le recchie,

ma chi c-i-appùre pecché tu me rèsceche

nche la ciambòtte di štu monne fesse.

 

Ma chi cc-i-appùre addò’ po’ i’ šta vìe

che me scótele a vusse a vurravurre.

Šta via ufàne, di brillucchie e spicchie.

Di sole che me ‘ncòje me spaghegge.

A ecche ‘m mezze so’ gne na pianelle

scurtecòne sbusciate da ssi tacche.

A chi l’acconte ca me so’ ddurmite

penu trentanne e mo’ m’arsbéje e treme.

[…]

Che vutarelle è lu tempe che joche

nchesunne le frezze de štu sanghe!

Vall’a ccapìched’è ssu vuccalóne

che parle nche lu ventre e n’ pare senne.

So’ na vecchia bardasce scincelate

se pe’ tre vote quindecianne tenghe.

A chi l’acconte ca lu tempe

è na precoce ‘mpese a nu štramonne.

 

 

La dormigliona

 

E io mi conservo in questo cestino / fino a che cresce il bel bambino. / Fino a che cresce e mi può maritare / mi accuccio e il tempo non riesce a passare.

 

(Ecco… è un tuorlo d’uovo che si spiaccica / in faccia il giorno che mi scopre… lasciami, / sole, non curarti di me, codesto bacio / tuo non mi scioglie questo impietrimento, no / fallo star zitto quel chiasso dal basso / che sale le scale e fischia alle orecchie / ma chi lo sa perché tu mi raschi / con la banda di questo mondo fesso. // Ma chi lo sa dove può andare questa via / che mi scuote a spintoni a riffa raffa. / Questa via vanitosa, di gioielli e specchi. / Di sole che mi brucia mi spaventa. / Qua in mezzo sono come una pianella / tardiva bucata da codesti tacchi. / A chi lo racconto che mi sono addormentata / per trent’anni e ora mi sveglio e tremo. // […] Che mulinello è il tempo che gioca / con i sogni le frecce di questo sangue!/ Vallo a capire chi è questo boccalone / che parla col vento e non mi impara senno. / Sono una vecchia ragazza scarmigliata / se per tre volte quindici anni tengo. / A chi lo racconto che il tempo mio / è un’albicocca appesa a uno stramondo.)[9]

 

 



[1] «La corona dei mesi», di M. Marciani, ed. LietoColle, p. 37, € 13,00; Varese, 2012.

[2] «Il pioppeto sul Biferno e altre poesie»: tredici illustrazioni fotografiche, di Orazio Mastrosanti; presentazione del M.o Adolfo Polisena; Prefazione del Prof. Ottavio Poillucci, 86 p. , 5 p. di tav., 1 c. di tav. : ill. ; 21 cm; Roma, Nuova Impronta , 1976.

[3] «La corona dei mesi», di M. Marciani, ed. LietoColle, p. 37, € 13,00; Varese, 2012.

[4] Ibidem, p. 17

[5] Vedi Poeti italiani del Novecento, di P. V. Mengaldo, p. 956, Mondadori, 1978.

[6] Traduzione del sostantivo “tempo”.

[7] Traduzione del verbo “cucinare”.

[8] «Rasulanne», di M. Marciani, p. 11, edizioni Cofine, p. 45, € 7,00; Vicovaro [Rm], 2012.

[9] Ibidem a p. 11




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