LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (X)



      

di Gualberto Alvino

 

 

 

 

Monsignore. Io proprietaria, lui monsignore. Sì, la vita gira, eccome.

Sentirlo chiamare così e vederlo scendere lentamente lo scalone della curia con l’aria di un principe.

La bottoniera granato brillava nel buio dell’androne gremito di seminaristi: giorno d’udienza, tutti gli sguardi per lui, che si schermiva col pudore di un eremita, tergendosi la fronte, tenendosi alla balaustrata per non cadere, malgrado l’occhio fermo e le spalle da lottatore. Un mago della scena.

Non sapevo della promozione ma avrei dovuto aspettarmelo: non c’è prete più saggio, le sue omelie fanno storia, molti sono guariti grazie a lui. È convinto che in questo io abbia svolto un ruolo decisivo: spesso la santità nasce dalle colpe più turpi, e nessuna colpa è peggiore della nostra, dovresti gioire, sei lo strumento del Signore. Ogni volta che lo dice penso di avere un posto in prima fila all’inferno. Ma se c’è una giustizia tutti dovremmo finire in gola a Lucifero, dal primo all’ultimo, perché non mi giudico affatto peggiore degli altri, anche se valgo meno di una mosca e non perdo occasione per darmi addosso.

Quando mi sono chinata a baciargli l’anello mi ha stretto forte la mano, fino a farmi male, e ha mandato un sospiro, lungo, sofferto, quasi sapesse che volevo parlargli del piano. Solo di quello, s’intende, perché sua figlia non posso mai nominarla, neppure di volo, sebbene i nostri discorsi alludano sempre a lei. È il nome a inquietarlo: gli occhi si riempiono di lacrime e non dice una parola finché non vado via. Mi terrorizza quella maschera di selce, il petto che si gonfia, sobbalza, sembra scoppiare. Talvolta penso ha cancellato tutto, per lui sono davvero una parrocchiana bisognosa da trattare con pietà e Bianca l’agnello smarrito da riportare a casa. Sarà il suo modo di difendersi da un passato ingombrante, un modo di sopravvivere. Non mi sento di condannarlo: sono colpevole almeno quanto lui, perché non ho mai distinto bene e male e non posso fare a meno di ridere su chi giura d’esserne capace: fosse vero, il male non esisterebbe. Ma tu queste cose le sai meglio di me.

Gli ho chiesto di confessarmi, a voce alta, per farmi sentire da tutti. Mi ha guidato nella cappella deserta masticando orazioni e indossando la stola, forse la stessa su cui mi prese vent’anni fa, dopo il funerale del maestro, di schiena, sul bancone della sacrestia, col legno che mi segava la pancia, in una nube di vino dolce e incenso; gli dissi di lui e mi strinse con invidia, piantandomi le unghie nella carne, sballottandomi come un cencio, mi fece bere due volte, l’aria di chi dispensa nutrimenti, fiottava a non finire, se lo strozzava con le dita e lo lasciava di scatto accompagnando i getti con grugniti di stupore, mentre i bambini dondolavano sui salici e la perpetua scalpicciava dietro la porta accostata; fosse entrata, avesse solo tossito, Bianca non esisterebbe, e neppure il fienile. Ma forse neanch’io, tu, il sarto. Certi discorsi non portano da nessuna parte; li facciamo perché fingere d’ignorare che niente ha un motivo aiuta a mangiare la strada.

Non è durata granché, mi ha chiesto solo le cose di rito: ha lasciato parlare me, ed è rimasto tutto il tempo con gli occhi socchiusi, modulando un om punteggiato di singhiozzi, perso in una specie di trasogno in cui per un istante mi sono sciolta anch’io. Ho inventato qualche peccato veniale, perché so che gli piace finire con un rabbuffo e tre avemmaria: si rasserena quando decide le penitenze e pronuncia le formule, la voce si fa calda, dolce da non dire, ne ho bisogno, papà non parlava mai, e se parlava urlava, tutti a casa mia urlavano, perfino i parenti acquisiti, bastava un’inezia a irrigidire i diaframmi.

Dopo l’assoluzione ha appoggiato la fronte alla grata e ha detto qualcosa come bada, è lui a guidarli. Forse alludeva al demonio. Starò attenta, ho detto.

 

 

Con l’assegno di monsignore ho pagato la prima rata dei lavori e un programma che permette non solo di raffinare i suoni separando nettamente piste e rumori di fondo in un’infinità di canali, ma di muoversi nelle immagini come in una stanza ingrandendo decine di volte i particolari a una definizione che dire perfetta sarebbe oltraggioso. (Chi non ha sognato almeno una volta di poter fare lo stesso con la propria coscienza?)

L’ho provato: è una meraviglia. Alla bisca. Proprio così. L’ho provato alla bisca. Ho scavato crateri sul marciapiede di fronte a furia di passeggiare avantindietro cercando di dominare la paura come il ragazzo del motel, ma alla fine ho vinto. Se voglio aiutarlo devo conoscerlo, guardare le cose che guarda, sapere come vive, con chi, respirare la sua aria. Lui conta su di me, anche se non mi chiede niente.

Non vedevo l’ora di svegliarmi per raccontartelo. Ho sognato che mi tiravi i piedi: un figlio in fasce, altri che frignano, chilometri di bozze da correggere e avresti il coraggio di tenermi sospesa? Parla o ti butto giù dal letto. Ma camminavi carponi intorno al tavolo, arricciavi il naso di corvo serrando la bocca per non ridere e mi sentivo al sicuro, fasciata dall’odore di latte e panna fresca di quelle albe d’aprile alla baita.

Era tardi, quasi l’una. Gli ultimi clienti chiedevano il conto e altri entravano a gruppi di quattro: freschi, riposati, un’altra razza. Non un saluto: sguardi, intese. I giocatori sono così: animali notturni. Uno è rimasto fuori a sorvegliare la strada leggendo il giornale. A rovescio.

Il mio bicchiere era vuoto e il barista sbuffava, sperando che me ne andassi. Così ho preso dieci biglietti della riffa senza guardarli, ho pagato con un pezzo grosso, tenga il resto, da capogiro; intanto mettevo in mostra un mazzo di banconote da cinquecento, stropicciate, quasi fossero il frutto di una vincita rastrellata in fretta. Le ho fatte cadere e un tizio alto, magro, zigomi marcati, occhialini da sole e diamante al pollice mi ha preceduta con un balzo da pantera e le ha raccolte, vai già via? il bello deve ancora venire. Dipende da quanto, e niente Texas. Italiano, rilancio libero, dice con voce stracca, senza timbro, due reali dividono, si apre con quattro quinti di colore, alle sette ultimo giro, se le luci si spengono via i soldi dal tavolo e ciascuno per sé, non voglio storie.

Gli altri l’hanno fulminato, ma lui ha mosso un dito e la saracinesca s’è abbassata. Un tardivo l’ha fatta rialzare picchiando la lamiera a due mani, quasi la sfondava. Per un attimo ho sperato fosse il sarto: mi avrebbe pestata a dovere davanti a tutti, ma poi saremmo tornati a casa, legionarî, sabbie candide, qualche lacrima e l’incubo sarebbe finito.

No: una matrona sugli ottanta, orologio d’oro ramato, girocollo sfarzoso, capelli turchini, maglietta trasparente con su scritto Fata, cagnolino glabro incastrato sotto l’ascella: immobile, occhi chiusi, sembrava finto. Ho pensato alla vecchia del tram: l’avevo appena vista in quel sogno. Sapessi quante volte mi succede d’incontrare persone già viste nei sogni (tu credi sia il contrario, vero? meglio non contraddirti, la tua dialettica mi metterebbe alle corde in tre mosse e non potrei sopportare il tuo sguardo trionfale).





Alessandra Spranzi, L'impenetrabilità, fotoincisione, 2011


La saracinesca s’è abbassata di nuovo e il rumore di ferraglia mi ha triturato le ossa. Fuori tutti, ci siamo solo noi, adesso. Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi? soffrire? morire? Ebbene, sono già morta. Ecco. Non ho niente da temere, il più cancella il meno. Questo dicevo, ma la mente viaggiava: sono sepolta qui, non ne uscirò, e se anche fosse dove andrei? Soffocherei lo stesso, non basterebbe tutta l’aria dell’universo a riempirmi i polmoni, a strapparmi queste spine dal petto. Eppure sapevo che nessuno avrebbe potuto fermarmi.

Il barista ha alzato una botola e abbiamo sceso una scala di legno che metteva in un corridoio illuminato da una lampadina nuda col filo annodato. Nella stanza in fondo brillava una luce pure giallastra, ma più intensa. Dietro una porta di ferro ho intravisto la testiera di un letto su cui uno russava, mani fuori dalle coperte, profilo da imperatore; a terra due pitali colmi di cicche spente a metà. Due voci chiocce discutevano con calore: fughe, assegni a vuoto, pegni, cambiali, cambiali. Mai vista tanta furia di vivere.

Lungo il tragitto il cane ha ululato e la padrona ha messo un dito nella borsetta, l’ha estratto pieno di zucchero e gliel’ha spalmato sulle gengive: basta una presa, una all’ora, mi piazza il muso fra le pieghe della pancia e crolla, un angioletto; tu sei nuova o sbaglio? un paio di mani e vado? lo dicevo anch’io, per quietare il senso di colpa, poi t’accorgi di non far male a nessuno fuorché a te stesso, ma anche questo è da vedere: qui si paga tutto fino all’ultimo centesimo, e in un paese libero ognuno si ammazza dove vuole, sbaglio a pensarla così?

L’ambiente era spazioso, ma il soffitto così basso che se avessi alzato un braccio l’avrei toccato senza stenderlo. Ho cercato di calmare il panico immaginando grandi piane sotto volte stellate. È la tua occasione. Non puoi mancarla. Pergere.

Niente che facesse pensare a una sala da gioco, a parte i lumi verdi pendenti da una traversa di latta che tagliava in diagonale l’intero locale e il barista che passava di continuo a raccogliere le ordinazioni. I tavoli erano piccoli, di plastica traforata, da giardino, portacenere infami, tovaglie da bettola; ma i bicchieri di cristallo pregiato, lucidissimi, per invitare a bere. Il mio era già colmo d’un liquido aspro, rossigno: l’ho scolato con gran gioia della pantera, che l’ha di nuovo riempito guardandomi come si guarda un forziere dischiuso. Ho buttato giù anche l’altro tirando fuori i soldi e mi sono seduta spalle al muro per avere la situazione sotto controllo.

I quartetti si sono formati in pochi secondi e tutti hanno preso posto in un silenzio totale, di chiesa. C’era odore di muffa, rum stantio. E soprattutto di paura: avrei potuto palparla.

Fata mi lancia uno sguardo implorante e capisco che mi vuole con sé. La prendo sottobraccio e mi sorride: l’unico neo del poker è che non ammette alleanze: mors tua; ma tu non mi odî, lo sento.

Ho lasciato correre le prime quattro mani senza vedere nessuno perché tutti stessero tranquilli, anche se la fortuna mi assisteva spudoratamente: ogni volta che cambiavo le carte arrivavano quelle che volevo, e in due casi non ne ho avuto nemmeno bisogno. Ma alla fine ho dovuto rilanciare: asso e quattro donne: solo poker di kappa e reale avrebbero potuto battermi. Questo è giocare: opporsi al caso, segargli le gambe, scolpirselo a piacere.

Lei ne sostituisce tre, perciò ha senz’altro una coppia. Pantera ne scarta due col braccio destro un po’ piegato e si gratta più volte la mano fino a graffiarsela: troppo nervoso per avere qualcosa di buono. L’orso di fronte a lui mi fulmina con un’occhiata traversa picchiando la nocca sul tavolo: servito. Scala? full? colore? Niente che possa impensierirmi: se fosse poker cambierebbe una carta per confonderci. Come ho fatto io con l’asso, e tutti hanno pensato a una scala mancata. Lei ha sparato una cifra astronomica lisciando il cane: voleva impaurirci ma non aveva niente, era scritto nel tremore delle mani. Gli altri hanno rilanciato con boria e sono rimasti a bocca aperta quando ho raddoppiato ridacchiando per fingermi tanto brilla quanto inoffensiva. Una specie di saggia ira mi colmava. Chi m’avesse toccata si sarebbe ustionato. Quelli degli altri tavoli si sono voltati verso di noi, come nelle balere quando una coppia fa scintille. Il silenzio mi ghiacciava la pelle, ma ero calma: uno stagno. Quattro donne, e ho scoperto le carte. I due si sono scambiati uno sguardo feroce. Benché volesse scannarmi, Pantera mi ha riempita di complimenti, mentre Fata stirava i centoni e me li schierava davanti con fare connivente, francamente felice: è la prima volta? non dir di no, te lo leggo in viso. Le pupille di Orso mandavano bagliori che cercavo di schivare mettendomi di sguincio. E intanto Pantera disegnava garrote con le dita.

Non avevo mai visto tanti soldi, ma non era questo a rinfrescarmi il sangue, a farlo scorrere veloce nelle vene, a darmi quel senso di gloria e onnipotenza che il giocatore insegue a prezzo della vita. Sentivo che il male era finito, e che da quel momento tutto sarebbe cambiato: avrei riportato a casa Bianca e assicurato gli aguzzini alla giustizia, estratto il chiodo dal piede e dal cervello del tassista, liberato dalla sua tomba il vecchio delle tartarughe, divorato montagne di meringhe senza vomitare, regalato una selva alla volpe, ritrovato il professore scomparso, strappato per sempre mia madre ai fornelli e alla disperazione, avviato la nostra galleria, dipinto quadri memorabili. Avrei fatto tutto questo con la stessa facilità con cui le carte accorrevano al mio richiamo. Questo significa vincere.

Che avete da guardare? Non è finita. Vi ridurrò alla fame, striscerete fra gli sputi come lombrichi, dovrete supplicarmi di non infierire sulle vostre schiene nude, e farò pollice verso.

Mentre Orso mescola, Pantera fuma con aria evasiva e serra la mano sul bicchiere vuoto pensando al mio collo. Deve aver fatto così anche col sarto un istante prima di vuotargli le tasche. Quale dei due si romperà? il mio? il tuo? Ti sconsiglio di scommettere: il vento soffia a mio favore, e sembra proprio che non voglia tradirmi. Finalmente c’è una giustizia su questa terra.

Studiano le carte pizzicandone gli orli. Io non le guardo. Non le tocco nemmeno. Mi muovo solo per spingere i soldi al centro del tavolo con un gesto fiacco, automatico, poi accavallo le gambe, mi allungo sullo schienale e ingoio un sorso, quasi fossi stufa, annoiata, manca molto alle sette? non vedo l’ora di stendermi. Nulla di meglio per irritare l’avversario e indurlo a scoprirsi: l’ho imparato da te sui campi da tennis.

È lei stavolta a dirsi servita, il tono di chi ordini un tè in un bar affollato. Brava, dico con un lampo degli occhi. La sento ansimare e le faccio piedino per calmarla. Mi strofina una caviglia con la punta dello stivale e si mette a fischiare studiando il ricamo della tovaglia: vorrà farne uno uguale per sua figlia, che vive lontano, ai confini. Ne approfitto per attaccare una cimice sotto il tavolo con la scusa di stirarmi le calze.

Gli altri ne cambiano due, ma dovrebbero cambiarne quattro, dovrebbero passare, perché sono alla disperazione, sarei pronta a giurarlo; nessuno più di me conosce la paura, e loro ne hanno, ne hanno da vendere: non riescono neanche ad aprire la bocca, darebbero l’anima per un po’ di saliva.

Parola al servito.

Piatto, esplode lei svegliando il cane.

Credono stia fingendo, ma non è detto, e lo sanno: potrebbe fingere di fingere, o fingere di fingere di fingere. O non fingere affatto.

Pantera punta un terzo delle sue sostanze e Orso si adegua. Io raddoppio senza esitare. Fata m’accarezza con espressione pacata e triplica. I pesci abboccano. Anch’io, per non lasciarla sola. Alzo i lembi col mignolo: scala al fante. Lei scopre facendo tintinnare i bracciali: doppia. La straccerei, ma butto le carte e applaudo, mentre il cane ammassa la vincita con le zampe e si addormenta sul suo stomaco, più teso d’un nervo di toro.

Accendo una sigaretta e chiedo di saltare la prossima mano. Mi alzo e attraverso la sala come Achille la piana.

Un ragazzo con un braccio solo mi prega di sedere al suo tavolo per portargli fortuna. Davanti a lui pochi centesimi. Mostra il patrimonio: sei nove dieci donna asso. L’uomo alla sua sinistra apre di piatto e ognuno fa la sua puntata. Sta per passare, chiude il ventaglio. Gli dico di rilanciare tenendo il nove e cambiando il resto, asso compreso. È una follia, ma obbedisce. Eccole. Vuole che le tocchi. Le sfioro. Sputo la gomma nell’altra mano e attacco una cimice alla gamba del tavolo. Legge sudando: nove, nove. Vado via. Mentre apro la porta del bagno lo sento urlare di gioia. Qualcuno dice che se torno mi sgozza come un capretto.





Francesco Manzini, Anatomia, 2005


Basterebbero le scritte sui muri a capire in che razza di budello mi sono calata. Due finestre in alto: una dà sull’entrata (vedo le gambe del palo che finge di leggere), l’altra comunica con la sala. Meglio di così si muore. Mi rinfresco il viso, ritocco il contorno delle labbra, un’ombra di fard, spazzolo i capelli, poi metto un piede sul lavabo e sistemo le telecamere in modo che nessuno possa notarle, nemmeno lavando i vetri, che del resto sono lerci, opachi, non li toccano da anni, forse non li hanno mai puliti. Li spolvero con la manica per favorire le riprese e salto giù.

Voci lontane. Rumore di passi. Apro piano la porta. In fondo al corridoio i due delle cambiali salgono la scaletta seguitando a discutere. Il più alto passa alle mani: contrae il collo, alza i talloni, sta per dargli una testata; l’altro arretra, vorrebbe reagire ma increspa le labbra e desiste. Provar pena per sé è la peggiore delle condanne.

Mi assicuro che nessuno veda e scivolo fino alla stanza.

L’uomo dorme ancora, non s’è mosso di un millimetro; solo la mano destra, prima abbandonata, ora è chiusa a pugno e vibra come per contrazioni convulsive che si allargano in tutto il corpo simili a scariche elettriche. Mi tolgo le scarpe e semino i gingilli nei punti strategici. Scendendo dal cassettone urto una caraffa, la afferro in tempo, ma il manico gratta il pavimento e lui smette di russare: si gira, spalanca gli occhi, fa per alzarsi. Già mi vedo fra le zanne dell’orso e gli artigli della pantera. No: si lascia andare, lancia un sospiro e farfuglia qualcosa: una vecchia dai capezzoli ciechi in un tubo di piombo su cui sfila una processione di battenti sanniti, lui sulla collina col mitra inceppato. Potrei farne un racconto.

Qualcuno veglia su di me, lo sento.

Il male è passato, dimenticato, finito.

Non può succedermi niente.

Il senso d’onnipotenza si fa delirio.

Cambio pelle. Potrei sfogliarla come una cipolla.

Un tintinnio di calici. Il barista saetta nel vano della porta col vassoio pieno. Fra poco tornerà, accenderà la luce, entrerà per ritirare la caraffa, mi nasconderò, ma sentirà il profumo e il branco di sciacalli mi sarà addosso. Eppure non ho paura, non più; solo un formicolio in gola, una brama di sfida e di pericolo, una fame d’eccesso che devo sùbito saziare. Vorrei specchiarmi per vedere che faccia ho. Riprende a russare, l’alito mefitico riempie la stanza: avrà ingoiato due botti di vino. Si mette supino flettendo una gamba; la camicia si apre sul torace gonfio, glabro. Faccio scorrere lo sguardo come una macchina da presa: l’ombelico, le cosce tese, la massa dei testicoli. Mi avvicino, tendo la mano e abbasso piano la lampo, pronta a ritrarmi alla prima reazione. Non si muove. Tocco l’inguine, indugio sul ventre, arriccio i peli. Il respiro si ferma; spasmi involontarî; ricomincia: ampio, regolare. Glielo tiro fuori fino alla radice. Mi siedo sulla sponda e lo sfioro con le guance, col mento. Cresce. Lo sento in bocca. La schiudo.

Il barista scende la scala e avanza veloce. Dovrei andarmene di lì, ma so che passerà senza fermarsi: guarderà dritto davanti a sé, come se la stanza non esistesse.

Lo prendo. Chiudo le labbra senza stringere troppo, anche se vorrei morderlo, sentir battere la vena. Guizza. L’odore è intenso, stordisce: un prodigio di cui sono la causa. Succhio il siero caldo e acido che lacrima dal foro.

Il rumore si allontana, ma non basta, non ancora. Mi spoglio, metto un piede sulla traversa e m’infilzo appena in tempo a soffocare lo sprizzo. Gioia rubata settimo cielo.

Il tintinnio. Sfila col vassoio. Agito la mano per salutarlo. Non mi vede. Mi vesto in fretta. Incastro una cimice tra le stanghe del letto, cuore a mille. Attraverso l’andito inciampando a ogni passo. Me la stringo forte per farla tacere.

A un metro dalla sala rallento, inspiro profondamente, spiàno il bavero della giacca, ravvio i capelli, saluto un paio di spennati che sacramentano fra i denti, raggiungo il tavolo, dove Fata accarezza con una mano la testa del cane e con l’altra mucchi di banconote sotto lo sguardo furente dei due. Se l’è cavata anche senza di me, e alla grande. C’è una giustizia. C’è davvero.

Orso schiocca le dita e il barista gli porta un fascio da cento nuovo di zecca. Lui lo taglia a metà, vuota il bicchiere e fornisce il compare.

Manca poco alle sette: giusto il tempo di prosciugarci, è così? Ma dai sorrisi bugiardi capisco che sono gli ultimi. Magnifico.

Fata passa senza leggere e torna a esaminare la tovaglia ruminando tra sé.

Nessuno apre: o non hanno niente, o vogliono darmi a bere di non aver niente per prendermi all’amo.

Do un’occhiata alle carte: il deserto. Potrei tentare una bilaterale, ma la voglio più dura: ne chiedo una sola, e punto metà dei soldi sbirciando l’orologio; poi faccio squillare il cellulare sotto il tavolo e fingo di rispondere a qualcuno col mio tono da schiava: fra un minuto sono da te, perdonami, non accadrà più, vedrai. Mi stampo in faccia un’espressione sconvolta e li guardo come se avessi una fretta del diavolo, quasi a dire fate quel che volete, vuotatemi le tasche, riprendetevi tutto ma lasciatemi andare, o mi avrete sulla coscienza.

Fata mi sfiora un polso con la mano e sveglia il cane: sa che quello sguardo d’agnello mi mette allegria.

Con la nuova carta non formo neanche una coppia, mentre loro hanno certamente qualcosa: doppia, forse anche tris. Tuttavia rilancio, poi chino la testa e scrivo un messaggio. Simulo un errore. Cancello. Riscrivo.

Raddoppiano.

Raddoppio.

Pensano che se fossi in difficoltà passerei, che mi arrenderei pur di sganciarmi. Si giocano tutto per terrorizzarmi.

Lo faccio squillare di nuovo: grazie, mezz’ora è più che sufficiente, sarebbe un peccato, mai andata così bene.

Mi accosto al cane. Lei versa il rum. Le chiedo se ha una figlia che mi somiglia, un lume rubino, se siamo nelle cose o siamo cose. Tace, occhi sbarrati; poi mi tocca un ginocchio per dire ho capito. Non è vero ma annuisco.

Tutto, soffio spostando i soldi, mentre il mutilato impreca coprendomi la voce. Non sentono: leggono sulle mie labbra la loro condanna.

Orso fissa Pantera che ricambia con due scosse del capo. Vorrebbe vedere, ma rischierebbe troppo. Se mi obbligasse a mostrare l’apertura dovrei scavarmi la fossa con la lingua.

Prendo tutto e scappo via. Appena fuori strappo il giornale al palo e glielo metto in testa.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006