LETTURE
UMBERTO PIERSANTI
      

Cupo tempo gentile

 

Marcos y Marcos,  Milano – 2012, pp. 222,
€ 18,00

    

      


di Rossella Grasso

 

 

“Andrea continuava a guardare gli ippocastani: tra loro e i vetri adesso sfrecciavano rondoni neri e luminosi, maggio splendeva in tutta la sua gloria come nei versi di A Silvia. Si, lui non pensava alla rivoluzione culturale, ma ai versi di Leopardi e poi ai giorni della sua infanzia”. In queste poche righe è racchiusa tutta l’essenza di Cupo tempo gentile, l’ultimo romanzo di Umberto Piersanti.

La storia si svolge tra il ’67 e la fine del ’69: inizia con le prime occupazioni universitarie a Torino e termina poco dopo il primo omicidio del lungo periodo della contestazione, quella del poliziotto Antonio Annarumma, avvenuto a Milano il 19 novembre 1969. Per Piersanti, quando il movimento di contestazione sessantottino prende la piega della violenza, inizia un tempo veramente ‘cupo’, per lui che guardava il mondo con lo sguardo del poeta ‘gentile’.  Si potrebbe identificare questo momento con l’inizio degli anni di piombo che sconvolsero l’Italia con un’ondata di violenze politiche che l’autore, poeta del bello, non ha mai potuto condividere, pur aderendo alle idee di fondo del movimento.

A differenza di tanta letteratura o filmografia sul periodo della contestazione, Piersanti scrive una sorta di docu-fiction di pasoliniana memoria. I toni non sono né apologetici né denigratori: l’autore fa emergere i punti di forza e le debolezze del movimento studentesco che infiammò gli animi di tanti giovani che, come lui, parteciparono alle contestazioni. Attraverso le vicende e i pensieri di Andrea, Piersanti racconta la sua esperienza ed esprime molte perplessità su un periodo storico controverso, che ancora oggi ha delle zone d’ombra. Racconta del ’68 dei primordi, in cui la voglia di cambiare il mondo in nome di un’ idea radunava giovani delle università e delle scuole, racconta le occupazioni e le canzoni, le assemblee e i volantini che inneggiavano a un mondo migliore e più libero.

Descrive come, in poco tempo, abbiano preso corpo idee estremiste e ideologie delle rivoluzioni del mondo orientale trapiantate in Italia. Per l’autore sono questi modelli ideologici di riferimento ad essere assurdi: la Cina di Mao e della rivoluzione culturale, la Cuba di Castro e di Ernesto Che Guevara, il Vietnam di Ho Chi Minh. Ma Andrea/Umberto crede fortemente che qualcosa deve cambiare: partecipa al movimento anche se ha uno sguardo diverso, riflessivo, misurato e disincantato, tanto da arrivare ad affermare in assemblea, “ho grande rispetto per chi è morto gridando ‘viva Stalin’, ma il dittatore georgiano resta uno dei peggiori tiranni del secolo”.

Quello che proprio non va giù a Piersanti è che il rifarsi a modelli “dittatoriali” avvia un terribile processo di cecità ideologica che blocca i giovani in una rivoluzione poco o nulla concreta. Andrea non sopporta il fatto che si inneggi a simboli e idoli, senza conoscerne profondamente il significato e la storia, solo perché sia la massa a farlo: per non sentirsi soli e diversi si finisce per approvare un’idea che non si condivide o che non si conosce affatto. Il vero dramma di un’intera generazione è il “credo cieco”. Anche questa è stata un dei limiti del movimento sessantottino. Ma Piersanti non ha ansia di dare risposte giuste o sbagliate, non proclama verità indiscusse: il suo pensiero si muove come il ciclo naturale delle cose e si adatta alle situazioni storiche, purché l’uomo rimanga sereno e consapevole. In questo senso per lui la poesia e l’arte sono fonte di ispirazione.

Scrive: “… una poesia… può raccontare la mia emozione più lontana e segreta, il passaggio di una nuvola, un fiore che viene su dalla terra. L’arte può raccontare tutto, essa è al di sopra e al di là della lotta di classe”. Per Piersanti, prima di qualsiasi lotta esterna, è necessaria la rivoluzione interiore, attraverso il pensiero e la poesia che permettono di guardare le cose con più serenità, soprattutto in tempi di crisi. E la bellezza della natura che circondano Urbino garantiscono a Piersanti/Andrea questa costante rivoluzione interiore, una quiete che gli dà gioia, tanto da sentire il bisogno di rifuggire spesso in mezzo a quei boschi, lontano dal trambusto della rivoluzione sessantottina. Qui mette luce su un’altra contraddizione del ’68: la necessità del cambiamento e della modernizzazione dei costumi e delle abitudini contro la bellezza delle solite cose, di valori come la famiglia tradizionale e l’umiltà della vita tra i campi. Cos’è meglio? Andrea non saprebbe dirlo. Ciò che è certo è che il ’68 esprime la necessità del cambiamento che però pulsioni e bisogni contrapposti non riescono a far concretizzare: c’è troppa confusione tra i giovani e nessuno sa troppo bene cosa vuole. Per Piersanti questo è uno dei motivi che fece degenerare il ’68.

L’essenza poetica di Umberto Piersanti trasuda in molte pagine del libro e accompagna piacevolmente il ritmo incalzante della narrazione. L’autore urbinate non si tradisce mai: si palesa quale poeta e come romanziere, ma senza nascondersi dietro il libro di genere: non relega il ’68 a mero sfondo di vicende, ma racconta quegli anni dal suo punto di vista, senza cercare niente di spettacolare, non descrive scene di sesso, non calca i toni su violenze e grida, abitudini tanto care alla letteratura degli ultimi anni.

Cupo tempo gentile è anche un romanzo di forte attualità: serve sia a chi quegli anni li ha vissuti e non riesce a capire tanti eventi, sia ai giovani che oggi prendono quegli anni come esempio per riorganizzarsi in movimenti di rivolta. Non è un caso che i simboli e gli ideali grosso modo restino immutati; spetta ai giovani  conoscere la storia e capirne gli errori per non sbagliare il presente.

 




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