FILOSOFIE DEL PRESENTE
TENDENZE FILOSOFICHE
Manifesto
delle mie brame


      
Pare diventata un genere editoriale della tarda modernità la forma assertiva del ‘manifesto’. Se ne pubblicano di ogni tipo: dalla economia alternativa al ‘new italian epic’, dalla filosofia pop al ‘nuovo realismo’, dai ‘beni comuni’ alla ‘decrescita’, dal ‘terzo paesaggio’ alla ‘catamodernità’, a moltissimi altri. Come un bisogno di fornire inediti ordini di senso tanto più ci si trova invischiati nelle spire inarrestabili della crisi del capitalismo globalizzato. Che, come argomenta Alain Badiou, alimenta una rinnovata spinta a una idea di comunismo come immediato rovescio dell’attuale rovinosa dinamica sistemica. Nuovi ‘spettri comunisti’ contro gli oggidiani e pessimi fantasmi al (e del) potere?
      



      

 

 

di Stefano Docimo

 

 

Abbiamo dunque a che fare con una circostanza

peculiare. Il postmoderno si ritrae, filosoficamente

e ideologicamente, non perché abbia mancato

i suoi obiettivi ma, proprio al contrario, perché

li ha centrati fin troppo bene (...) Ciò che hanno

sognato i postmoderni l’hanno realizzato i populisti,

e nel passaggio dal sogno alla realtà si è capito

davvero di che cosa si trattava.

(Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo)

 

 

È quella che propongo di chiamare la condizione

catamoderna: e non solo perché il cata- è il prefisso

della catastrofe, nelle cui vicinanze ci dibattiamo.

Anche perché il prefisso cata- indica una caduta

verso il basso e quindi si attaglia alla fase di “basso

Capitalismo” (come si dice “basso Medio Evo”) in cui

il nostro stesso continente sembra condannato a un

innarrestabile declino.

(Francesco Muzzioli, Manifesto della catamodernità)

 

 

 

1. Spettri del manifesto

 

 

Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo

in moto solo mediante un’attività comune di molti membri,

anzi in ultima istanza solo mediante l’attività comune

di tutti i membri della società. Dunque, il capitale non è una

potenza personale; è una potenza sociale. Dunque, se il

capitale viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente

a tutti i membri della società, non c’è trasformazione di proprietà

personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere

sociale della proprietà. La proprietà perde il suo carattere di classe.

(K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista)

 

 

In definitiva questo secondo Manifesto nasce dal fatto

che il periodo attuale, confuso e odioso, ci impone di

affermare che esistono verità eterne nella politica, nell’arte,

nelle scienze e nell’amore. E che, se ci armiamo di questa

convinzione, se realizziamo che partecipare punto per

punto alla creazione di corpi soggettivabili è ciò che rende

la vita più potente della sopravvivenza, allora otterremo

quel che Rimbaud, alla fine di Una stagione in inferno,

desiderava più d’ogni altra cosa: “La verità in un’anima

e un corpo”. Allora saremo più forti del Tempo.

(Alain Badiou, Secondo manifesto per la filosofia)

 

 

Di cosa la scrittura è il manifesto? Di quale teatro rappresenta così bene la sua stessa forclusione, tanto da dotarsi d'una coreografia simbolica che fa danzare quegli stessi segni in modo funambolico, financo scomposto? Di cosa si nutre insomma, di quale sapere nascosto si manifesta il suo orgoglio testimoniale, di quale trama s'intesse quel rapporto privilegiato, ma anche conflittoso con la voce che soffoca nel suo stesso suono, pur di annettere nuovi territori ancora inesplorati e infine, di quale supplemento è l'origine? La scrittura-manifesto viene così a ritrovarsi in uno stato di grazia determinato da questa sua doppia esposizione, trattandosi perlopiù d'una scrittura ritagliata dall'intero magma scrittorio, che viene così ad assumere inevitabilmente il privilegio d'una forma impropria e che riveste un grado d'eccezionalità: un evento, insomma. In tal senso, quella del manifesto è la scrittura inaugurale dell'evento, che pone se stessa in modo attivo ‒ ma fin qui niente di nuovo ‒ tale però da configurarsi come un  genere letterario a parte, diverso dal saggio, la cui tonalità maggiore viene a inoltrarsi direttamente nella sfera del politico, ma di quello trattiene l'urgenza del cambiamento, dialettizzandola.





Cosimo Ruggieri, "Quando sei in cima ad una montagna continua a salire" (proverbio Buddista).
Da una finestra del Chicago Museum Art verso l'auditorium del Millennium (2011)


Un genere che pare nato per la modernità e che oggi trova un vertiginoso plauso editoriale, vista la capacità di catturare con mano l'avventizio lettore cogliendolo sul fatto, blindandolo in una cornice proliferante, il cui dettato sembra essere la manifestazione di dissenso verso una realtà, così come si crede di averla posseduta da sempre. Si tratta di una predisposizione ad accogliere una realtà nel suo essere feconda, d'un richiamo ad una realtà che monta sullo scenario della scrittura della polis nei suoi molteplici elementi: dall'economia al new italian epic, dalla filosofia al nuovo realismo, dai beni comuni alla decrescita, dal terzo paesaggio alla catamodernità e tantissimi altri. Le avanguardie storiche hanno sempre proclamato le loro finalità in forma di manifesti scritti: dal simbolismo al futurismo, dal dadaismo al surrealismo, solo per citare i più noti. Fino al Manifesto del Partito Comunista, di Marx ed Engels, titolare del diritto di primogenitura. La modernità che non finisce ha bisogno dei suoi manifesti e dei suoi manifestanti, dagli indignados a Occupy Wall Street, dalle rivolte arabe fino ai cortei ed alle proteste in Europa contro la crisi. Ma c'è anche chi, come Hardt e Negri scrivono un non-manifesto, intitolato appunto Questo non è un manifesto: “I manifesti offrono lo squarcio di un mondo a venire chiamando in vita un soggetto che, sebbene fantasma, deve materializzarsi e diventare agente del cambiamento. I manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine rendendo obsoleti manifesti e profeti”[1]. Per Marx ed Engels, al contrario: “È ormai tempo, che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso”.[2] Una parola che si espone all’«aperto» della visione, proprio in faccia a quel mondo invasato dagli spettri del mugugno, dell'introspezione, della falsa coscienza; a voler come infrangere quei limiti localistici, rivolgendosi direttamente a quell’«ápeiron» illimitato, direbbe Anassimandro, a quell'infinito stesso originario, ma che si disperde in una molteplicità di configurazioni dell'essere, al mondo nel suo stesso apparire. “Parola-azione, contro parola-ricordo, dunque, evento contro situazione, mutamento contro stasi, memoria contro dimenticanza”[3]. L'oratoria politica ha al suo interno uno stadio orale-aurale precedente in ordine di tempo quello della scrittura alfabetica, supportato dalla stampa o dal foglio elettronico, che comportano mutamenti nell'ordine della percezione, per cui se: “la società orale tende all'estroversione (il suono socializza) quella scritta all'introversione (la fruizione individuale tramite la lettura isola). La società orale è partecipatoria e magica, ha difficoltà a separare l'oggetto dal soggetto della percezione; la scrittura realizza questo distanziamento, anche dove l'oggetto della percezione è il sé, la propria psiche, e sviluppa una nuova precisione verbale togliendo la parola dal ricco e caotico contesto dell'esistenza per porla in uno spazio neutro: la pagina scritta”[4]; si ha come l'impressione che il genere «manifesto» vada a colmare quel vuoto lasciato nelle strutture mentali dell'uomo scritto, proprio da quell'oralità della cultura precedente l'interiorizzazione dei caratteri scritti. È la scrittura che ci ha reso così esangui, che ha indebolito i nostri corpi e la nostra mente, sino a renderci spettrali? All'opposto dei replicanti, questa nostra genía di stressati, “che ci fa miseri fantasmi | fatiscenti zombi deprivati di futuro”, come denuncia sarcastico Marco Palladini in questa sua poesia:

 

Noi spettri

 

… degli spettri si aggirano per l’Europa:

ovvero tutti noi, precipitati in questo mediaevo

apparentemente senza più ideologia

ma dentro un’abbuffata di tecnologia

Siamo, così, schiacciati da una dittatura

dell’economia che ci fa miseri fantasmi,

fatiscenti zombi deprivati di futuro

 

C’è una Spectre (non di marxiana ma di ‘bondiana

memoria) che si aggira per lo scassato pianeta

Sono i mercati onnipotenti e inafferrabili

mani invisibili che spostano ricchezze inconsulte

e volatili, astratti e sconci derivati finanziari

che mettono concretamente in crisi milioni di persone,

come allegorie ambigue di sistema e derisione

 

Siamo qui noi spettri deambulanti a vuoto

e malati di disposofobia che accumuliamo

ogni genere di inutile merce e consumiamo

tutto il superfluo che dissennati produciamo

iper-obese fantasime di merdacea risulta

attendiamo illuminazioni da uno sciamano 

e intanto il primo ducetto scemotto subiamo

 

Siamo spettri che non fanno paura e che semmai

hanno paura della crescente inciviltà del mondo,

del lato sbagliato della sapienza, del fondo torbido

degli imprenditori, che sono poi astuti prenditori

Strani, bizzarri attrattori ci risucchiano nei tunnel

della denarocrazia, materia oscura e pragma fatale

ferocemente opposta al nostro spaziotempo destinale 

 

La stesura di un manifesto vuole rendere visibile ciò che non appare, quelle “mani invisibili che spostano ricchezze inconsulte | e volatili, astratti e sconci derivati finanziari | che mettono concretamente in crisi milioni di persone, | come allegorie ambigue di sistema e derisione”. Anche se dallo stress possono nascere nuove forme di libertà, come sembra sostenere Peter Sloterdijk: “Le rivoluzioni scoppiano quando, in momenti critici, i collettivi rivalutano intuitivamente il proprio bilancio di stress e giungono alla conclusione per cui l'esistenza di una posizione sottomessa che cerca di evitare lo stress risulta infine più costosa dello stress della rivolta”[5].





Paola Romoli, Accadrà uguale anche a me (dettaglio), 2010


2. Spettri del comunismo

 

 

È quel che ho proposto di chiamare l’ipotesi comunista. Ed è in

realtà un'ipotesi essenzialmente negativa, poiché è più sicuro e

più importante dire che il mondo così com’è non è necessario

piuttosto che dire “a vuoto” che un altro mondo è possibile. È

una questione di logica modale: nella logica che s’impone

politicamente si procede dalla non-necessità alla possibilità.

Per la semplice ragione che, se si ammette la necessità

dell’economia capitalistica trionfante e della politica

parlamentare che la sostiene, semplicemente non si riescono a

vedere, nella situazione data, altre possibilità.

(Alain Badiou, L'ipotesi comunista)

 

(...) il faut continuer, je ne peux pas continuer, il faut continuer, je vais donc continuer, il faut dire des mots, tant qu’il y en a, il faut les dire, jusqu’à ce quils me trouvent, jusqu’à ce quils me disent, étrange peine, étrange faute, il faut continuer, c’est peut-être déjà fait, ils m’ont peut-être déjà dit, ils m’ont peut-être porté jusquau seuil de mon histoire, devant la porte qui s’ouvre sur mon histoire, ça m’étonnerait, si elle s’ouvre, ça va être moi, ça va être le silence, là je suis, je ne sais pas, je ne le saurai jamais, dans le silence on ne sait pas, il faut continuer, je ne peux pas continuer, je vais continuer.(Samuel Beckett, L’innommable)

 

 

Pólemos

 

In ragione di un inizio, quale migliore auspicio di un Risveglio della Storia, contro le plaghe e le piaghe di un tardo-modernismo mascherato da post-modernità che pare, ahinoi e da più parti, aver mostrato il suo vero volto di reazione al servizio del capitale, divenuto in questo primo decennio di secolo crisi planetaria della finanza, così come ci viene presentata da un filmato che “assomiglia a uno di quei brutti colossal prodotti da quell'industria di successi prefabbricati che oggi si chiama «cinema». Non manca niente: lo spettacolo progressivo del disastro, la suspence prevedibilissima, l'esotismo dell'identico ‒ la Borsa di Jakarta messa sullo stesso piano spettacolare di quella di New York, la diagonale da Mosca a San Paolo, le banche che ardono ovunque dello stesso fuoco ‒, gli effetti a catena che terrorizzano: Ahi, ahi, ecco che i «piani» meglio elaborati si rivelano incapaci d'impedire il venerdì nero, d'impedire che tutto crolli o stia per crollare...Ma la speranza resta: in primo piano sulla scena, sconvolti ma concentrati, i pompieri del fuoco monetario (...) stipano migliaia di miliardi nel Buco centrale. Più tardi ci si domanderà (in un feuilleton futuro) da dove li abbiano tirati fuori, visto che, alla minima richiesta dei poveri rispondevano da anni, rigirandosi le tasche, di non avere un soldo” (Alain Badiou, L'ipotesi comunista, Cronopio 2011). Da un tale risveglio della storia Badiou trae un bilancio insieme filosofico e politico, mostrandone la traiettoria in una volontà emancipatrice che deve essere restituita alla sua origine, come fa dire al personaggio paule in una scena della sua piéce teatrale L'incident d'Antioche, durante un dialogo serrato col figlio david a cui ingiunge di abbandonare il potere:

 

DAVID. Che cosa chiedi esattamente?

PAULE. Te l'ho detto, che abbandoniate il potere.

DAVID. Ma che cos'è questo accanimento nell'esercitare la funzione

materna in direzione controrivoluzionaria?

PAULE. Siete voi la controrivoluzione. State distruggendo finanche le

tracce della volontà di giustizia. La vostra politica è volgare.

DAVID. E tu invece sei una persona distinta.

PAULE. Ascoltami. Lascia che assuma un tono maschile. La nostra

ipotesi non è mai stata quella di risolvere il problema del buon governo,

non ti pare? Non ci siamo mai impelagati nelle speculazioni filosofiche

sullo Stato ideale. Abbiamo sostenuto che il mondo poteva sopportare la

traiettoria di una politica revocabile, di una politica destinata a farla finita

con la politica. Cioè con il dominio. Sei d'accordo?

DAVID. Ti ascolto, professore.

PAULE. È accaduto che la realizzazione storica di questa ipotesi sia

stata a sua volta fagocitata dallo Stato. Dappertutto l'organizzazione

liberatrice si è fusa con lo Stato. Va detto che negli anni della

clandestinità e della guerra, essa si era dedicata interamente alla sua

conquista.

Così la volontà emancipatrice ha finito per sottrarsi alla propria

origine. E deve esservi restituita.

DAVID. Che vuoi dire?

PAULE. Voglio dire sostituita.

Nessuna politica giusta può oggi pretendere di continuare il lavoro

che l'ha preceduta. Il nostro compito consiste nello sradicare una volta

per tutte la coscienza che organizza la giustizia, l'uguaglianza e la fine

degli Stati e dei traffici imperiali da quello zoccolo residuale in cui il

problema del potere assorbe ogni energia.

Quale immensa portata avrebbe allora, se venisse da voi, la proclamazione

di una fedeltà la cui forma pratica significherebbe soltanto

riprendere il cammino della coscienza collettiva e del suo diventare

soggetto! Lascereste lo Stato a quelli che ne amano la pompa e la stupidità

assassina.





Nanni Balestrini, TristanOil, 2012


Plato, is that you?

 

La prima domanda del risveglio è: “Cosa sta succedendo?” Così infatti inizia il risveglio nel saggio citato di Alain Badiou[6]: si ricomincia col guardarsi intorno: “A cosa stiamo assistendo, in parte affascinati e in parte abbattuti? Al prolungarsi, in un modo o in un altro, di un mondo stanco?” Sarebbe forse questa “La modernità che non finisce. Non finisce, come non finisce la società capitalista cui corrisponde come un guanto”[7]? Continuiamo a consultarci col mondo esterno: “Consultiamo i nostri padroni” continua dunque Badiou, “banchieri riservati, tenori mediatici, insicuri membri di comitati importanti, portavoce della «comunità internazionale», presidenti indaffarati, nuovi filosofi, proprietari di fabbriche e di patrimoni, uomini di Borsa e di consigli di amministrazione, politici chiacchieroni dell'opposizione, notabili delle città e delle province, economisti dello sviluppo, sociologi della cittadinanza, esperti di ogni genere di crisi, profeti dello «scontro di civiltà», importanti capi della polizia, della giustizia e della «penitenziaria», valutatori di utili, esperti di rendimento delle risorse umane: tutte persone che non sono affatto di poco conto, e che dovremmo preoccuparci di non considerare come tali. Cosa ne dicono tutti questi dirigenti, tutti questi opinionisti, tutti questi responsabili, tutti questi «acchiappagonzi»? Ci dicono tutti che il mondo sta cambiando a una velocità vertiginosa, e che, per non finire in rovina o per non morire (per loro è la stessa cosa), dobbiamo adattarci a questo cambiamento oppure diventare, nel mondo che verrà, soltanto l'ombra di noi stessi”[8].

C'è forse una divaricazione, tra il drammaturgo e il filosofo che rivendica il suo gesto platonico per opporsi all'ideale critico della decostruzione? Tra l'autore dell' Idea del comunismo e il filosofo del matema? Se si vuol parlare di divaricazione, questa va a tutto vantaggio d'una visione generale a 360°, di cui Badiou è perfettamente consapevole e che lo spinge nella direzione di un “comunismo” originario, come nell'opera del giovane Marx: “In politica, l'estensione (prevista da Marx) del mercato mondiale modifica il trascendentale (il mondo, la scena attiva) dell'azione emancipatrice, e forse solo oggi sono veramente riunite le condizione per un'Internazionale comunista che non sia di stato o burocratica”[9]. Un ritorno alla triade categoriale fondamentale: l'essere, il soggetto e la verità, che lo riconduce a un pensiero forte, in contrapposizione al pathos della fine delle ideologie. Un ritorno ancorato saldamente al matema lacaniano ed alle matematiche più in generale, in una visione che non può non collocarlo al di fuori e in aperta opposizione alle tematiche postmoderniste, che considera allineate al modello di sviluppo capitalista: “La questione è sapere se questo insieme aneddotico di elementi costituisca un capitalismo «postmoderno», un capitalismo nuovo, un capitalismo degno delle macchine desideranti di Deleuze e Guattari, un capitalismo che sia capace di generare da solo un'intelligenza collettiva di tipo nuovo e suscitare l'insorgere di un potere costituente fino a questo momento asservito, che superi il vecchio potere degli stati, che proletarizzi la moltitudine e trasformi i piccoli borghesi in operai della conoscenza immateriale, un capitalismo insomma rispetto al quale il comunismo possa rappresentare l'immediato rovescio e il cui Soggetto sia in qualche modo lo stesso di quello del comunismo latente che ne sostiene la paradossale esistenza.”[10]

Un comunismo dell'Idea, dunque, interpretato secondo la costruzione dialettica di Platone.

 

 

 

 



[1] Michael Hardt, Antonio Negri, Questo non è un manifesto, Feltrinelli 2012, p.7.

[2] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista. Con un saggio di Bruno Bongioanni, Einaudi 1998, p.3

[3] Rosamaria Loretelli, La galassia della parola, in Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 1986, p.7

[4] cit. p.9

[5] Peter Sloterdijk, Stress e libertà, Raffaello Cortina editore 2012, p.34.

[6] Alain Badiou, Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali. Trad. di Luigi Toni e Michele Zaffarano, Ponte alle grazie 2012, p.7.

[7] Francesco Muzzioli, Manifesto della catamodernità, in  Verbigerazioni catamoderne. Con un Sussidiarietto di lettura di Marcello Carlino, edizioni tracce 2012, p.123.

[8] Cit., pp. 7-8.

[9] Alain Badiou, Secondo manifesto per la filosofia, Cronopio 2010, p.99.

[10] Cfr. Il risveglio della storia cit., p.16.




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