TEATRICA
IN SCENA: “A MAZON” - 1

Una danza
di ‘amoremorte’
sull’onda
della poesia


      
Presentato al Teatro Vascello di Roma, per una sola replica, lo spettacolo diretto e coreografato da Alessia Gatta, con la drammaturgia poetica di Giovanni Fontana, interpretata fuori campo dall’autore. Un allestimento plurilinguistico in cui la musica delle parole si trasfonde nel movimento dei corpi per una tensione all’attraversamento e all’impossibile, reciproco possesso.
      




      

di Maria Teresa Ciammaruconi

 

 

Anche quest’anno il Teatro Vascello ha confermato quella vocazione culturale che lo contraddistingue nel panorama dei teatri romani come paladino di un teatro di ricerca. All’interno della stagione appena conclusa un’ampia scelta di spettacoli di danza contemporanea ha intervallato la prosa, distinzione, danza-prosa, un po’ convenzionale, un tanto per intendersi che rende poca giustizia a quella commistione di linguaggi che spesso caratterizza il fare drammaturgico del Vascello.

 

Proprio nel segno di ardita contaminazione l’ultimo spettacolo del cartellone: A MAZON, coreografia di Alessia Gatta, drammaturgia di Giovanni Fontana. E già la de-finizione è quanto mai poco finita. Basti guardare la prima pagina (pagina?) del programma di sala: A MAZON  dislessia coreografica di Alessia Gatta, dove il titolo è preceduto dal nome della compagnia in parentesi quadra: ritmi sotterranei. Ecco che la scelta del nome di questo collettivo di ricerca attivo dal 2002, già sta ad indicare un intento che nell’assistere alla rappresentazione diventa dapprima palese, ma subito dopo pone nuovi quesiti.

 

Quale è il piano del “sotterraneo”? Quale quello della superficie? Musica, corpo, parola? Corpo della parola, dell’immagine proiettata, corpo dello spazio? Musica della parola, senso, ritmo del senso?

 

I linguaggi agiscono in concerto sul palcoscenico fusi in un’unica sin-fonia per la rappresentazione di una tragica eterna dia-fonia. Complicità di codici da sempre insita nel teatro, ma portata a nuove ed estreme conseguenze già da alcuni decenni con esiti diversi e che in qualche modo ha influenzato gran parte della drammaturgia attenta alla sperimentazione (si pensi ad esempio a tanto teatro-danza o agli spettacoli del Teatro di Valdoca con i testi di Mariangela Gualtieri).

 

Alessia Gatta dichiara che il suo punto di partenza è l’incontro tra pensiero – corpo – spazio (CosmoPeople giugno 2013), dove il pensiero “è inteso come concetto, coscienza, idee, desideri”.

È appunto il pensiero quello che scorre nelle parole che accompagnano tutta la rappresentazione di A MAZON. Le parole diventano visibili nello spettacolo, nel movimento dei danzatori, nello spazio che cerca geometrie da dissolvere al passo successivo; vivono il tempo di un’immagine, suggeriscono un parallelismo tra il gesto fisico e le proiezioni video, dove il bianco e nero sottolineano polarità latenti e ancora rilanciano nello sfondamento di senso. Le parole privano la forma della sua immediatezza, la sottraggono alla contingenza e la riproiettano in frastornanti vortici mentali (transverse projection). Le parole di Giovanni Fontana trovano corpo nella voce del suo autore che si intreccia con i suoni, è tutt’uno con la coreografia tanto da chiedersi chi sia nato per primo e rispondersi che non c’è più senso in questa domanda.





Il ritmo sotterraneo, questo era in principio, prima che qualcuno creasse strade inedite per precipitarvi dentro nell’estremo rifiuto delle convenzioni omologanti e consolatorie. Una forma di resistenza dove ognuno degli artisti mette a repentaglio le proprie verità a cominciare dalla grammatica del proprio linguaggio. Ed ecco entrare nel gruppo Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli che, utilizzando nuovi software per realizzare e proiettare manipolazioni audio-video, diventano sponda interattiva con corpi e voce.

 

È importante non considerare separatamente poesia, danza, video, musica. A MAZON esige che lo spettatore si predisponga ad entrare nell’ottica di in una poetica plurilinguistica dove ogni linguaggio trovi la sua legittimità nell’incontro con l’altro, non per propria incompletezza, ma piuttosto per quell’estrema rarefazione che permette di liberarsi da qualunque orpello e scendere al nucleo non ulteriormente divisibile. Se infatti si volesse – per concessione di un illegittimo arbitrio – individuare un tema, un centro coagulante che dia prospettiva alla geometria composita di questa rappresentazione, potremmo parlare di forze in guerra, di tensione all’attraversamento e all’impossibile possesso, potremmo parlare di desiderio colpevole e muscoli tesi a tragiche illusioni (danza d’amoremorte)

È questo che hanno inteso i molti giovani presenti? La loro accoglienza è stata calorosa, ma forse il ritmo sotterraneo dell’età ha permesso loro di leggere nei corpi in movimento la potenza germinale dello snudamento, nei versi la commozione dei contrasti.

 

Una sola sera di fine maggio per assistere allo spettacolo. La replica forse in qualche rassegna per iniziati alla ricerca di nuove frontiere dell’arte. Impossibile “dire” al gran pubblico, forse da molto tempo stanco di vecchie liturgie, o ai giovani alla ricerca di più autentiche emozioni, che l’arte ha già dato voce alla loro noia e al bisogno di un’espressività all’altezza dei tempi.

 

 

____________________________________

 

Regia & coreografia di Alessia Gatta / drammaturgia di Giovanni Fontana / artiere Viola Pantano / musiche di Federica Italiano / disegno e luci di Marco Policastro / istallazione e video Quiet Ensemble / costumi di Cristina Di Castro / copricapi di Sara Palmisani / missaggio di Luca Palumbo / voce di Giovanni Fontana / danzatori: Gioia Giglio, Viola Pantano, Eleonora Colasanti, Gioele Coccia, Karim Belharch, Laurent Minatchy




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Teatrica

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006