SPAZIO LIBERO
INTERVENTI – 1
Gli autori letterari
per una riforma
culturale,
intellettuale
e morale


      
Il Presidente del Coordinamento Nazionale del Sindacato Scrittori apre con questo testo un dibattito che si svilupperà dopo l’estate in un apposito Forum sul web e indirizzato a discutere le forme di rilancio dell’azione sindacale e a promuovere l’impegno delle forze della cultura contro l’imbarbarimento della società italiana e per la salvaguardia della democrazia anche nel mondo dell’arte oggi asservito a mere logiche di mercato.
      



      

di Mario Quattrucci *

 

 

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 9).

Così è …, se vi pare. Così, invece, non è. Se è vero che il Presidente incaricato dell’ultimo Governo non trova il modo, nel suo lungo discorso programmatico, di pronunciare la parola cultura. Quanto a chi lo ha fatto, dei suoi predecessori, sappiamo in che modo e in che senso.

Intanto dagli atri muscosi/dai fori cadenti  si  leva, stridente, il lamento delle cose. E di chi ancora non si rassegna, di chi ancora vuol credere in una possibile ripresa – non delle banche ma dell’intera società – del nostro Paese. Di chi, insomma, vuol rispondere ai reiterati richiami alla Patria – alla sua unità, alla sua Costituzione – in modo non retorico e televisivo, ma cercando di ricostruire se non il primato almeno il posto che la storia culturale ha assegnato agli italiani e all’Italia nel mondo:  della cultura italiana, cioè, e, per fortuna, della parte più colta e avvertita delle forze produttive. Una parte non maggioritaria, è vero, ma forza preziosa su cui contare e far leva.  

Intanto la percentuale del PIL destinato alla cultura rimane fra i più bassi d’Europa; ogni taglio lineare della spesa pubblica colpisce in primo luogo, con la sanità ed i Comuni, la cultura in tutti i suoi comparti: Scuola, Università, ricerca,  beni culturali ed artistici, cinema, teatro, musica, musei  e ogni altro bene prezioso di cui l’Italia va – o andava – giustamente famosa.

Ma non è ormai certo e dimostrato che la spesa per la cultura (ripeto: in tutti i suoi comparti) è quella che maggiormente produce lavoro, entrate,  crescita, sviluppo – e per di più sviluppo sostenibile, anzi progresso reale, umano e sociale? Sì, è certo e dimostrato.

In un suo articolo per  L’Espresso Philippe Daverio invoca un Piano Marshall per il Sud incentrato sulla cultura e sui beni ambientali ed artistici: e dimostra che investire in quei settori darebbe  al Sud molto di più – in termini di lavoro, crescita ed entrate – di quanto hanno dato le grandi concentrazioni metallurgiche, chimiche, industriali (per non parlare della cementificazione selvaggia) moltiplicato per trenta.  Nel documento che segue – relazione di Alberto Improda al Convegno di Torino su “Impresa e cultura, motori dell’Italia” – si può leggere quanto ciò sia vero su scala nazionale. Come d’altronde è già oggi  su scala Europea.

Ma, non so se come causa o come effetto di tali orientamenti anticostituzionali perseguiti dai governi degli ultimi decenni (e magari  sia causa che effetto), e certo con la complicità di quella che si è definita la cultura dominante, sempre più debole di pensiero mercificata e monetizzata, il livello culturale e morale del Paese sprofonda nel pantano. Né bastano taluni picchi d’eccellenza nella ricerca e nella produzione artistica per tirarcene fuori.

Seimila giovani emigrano ogni anno cercando in patrie diverse di mettere a disposizione della società il loro sapere e il loro talento; escono quattrocento libri ogni giorno ma (dati ISTAT) solo il 46% dei cittadini legge un libro in un anno (il 44% ne legge tre); fenomeni di squallore metropolitano nelle scuole, nell’Università, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle case e perfino nel Parlamento e nelle altre Assemblee elettive, denunciano un pauroso degrado culturale e morale, la crisi profonda di un’etica solidaristica, un preoccupante arretramento delle conoscenze storiche, scientifiche e artistiche: ha vinto, o sta vincendo, la concezione secondo cui  il prevalente (o unico) obiettivo del successo e dell’affermazione individuale (naturalmente misurabile in euro) può e deve essere raggiunto a prescindere, anzi contro, la cultura e il sapere.

 È questo degrado che porta al potere – quello centrale e quello diffuso, quello economico e quello politico – insieme agli emissari della  criminalità organizzata, o tutt’uno con essa, i figli migliori della proterva ignoranza.

Un’etica laica e repubblicana, antifascista e costituzionale, solidaristica, umana nel senso più storico del termine, è battuta in campo aperto, rimossa dalle leggi e dai comportamenti delle classi dirigenti e (purtroppo) del popolo, umiliata ed irrisa. Ma l’etica, come dice Odifreddi, non è un prodotto naturale: essa è bensì il risultato di un grande sforzo educativo e di un contratto sociale che si trasforma in legge suprema – la nostra Costituzione – e in norme civili, insegnamento, divulgazione del sapere e conquista di un’alta concezione del mondo – e dello Stato, e della cosa pubblica – che mette al centro il bene comune, la solidarietà, la libertà non come licenza di fare ciò che ci pare ma di operare senza repressioni né ostacoli economici e politici per la giustizia. Tutto il contrario, se non sono ottenebrato dall’odio per l’ingiustizia  che fa roca la voce, di quanto avviene nella realtà effettuale. Questa costituzione materiale  viene incredibilmente, vergognosamente, colpevolmente accettata anche da chi si proponeva alle origini, e dovrebbe per proprio statuto proporsi, il mutamento dello stato di cose presenti. Cristiano o marxista o liberale (gobettiano, s’intende) che sia… o, semplicemente, democratico.

E muore ignominiosamente la Repubblica.

Che fare, dunque? Cognosce quod immutabis, dettò come severo stemma all’impegno degli studi quel grande Maestro di latino di storia e di vita che fu l’antifascista Concetto Marchesi. Conosci  ciò che muterai, ciò che vuoi mutare. E da qui occorre partire.





Lucio Fontana, Tagli (part.)


Da una permanente, instancabile, capillare azione di insegnamento e divulgazione, nella quale s’impegnino donne e uomini di cultura e organizzatori di ogni ordine e grado, in tutte le forme praticabili: dalle lezioni nelle Scuole e negli Atenei, ai cicli di conferenze nei Circoli e nelle sedi delle Associazioni culturali, dagli interventi sui grandi media, sul  web, su tutti gli organi di stampa e su tutti i dazebao virtuali che si hanno a disposizione, in tutte le sedi sociali, politiche, culturali che s’aprano a tale corso nazionale diffuso, muovendo dalla denuncia dello stato di cose presente, dalle condizioni della nostra cultura – e perciò del Paese – per risalire alla storia, alla ricerca, all’arte, alla lingua. E, quando non s’aprano, rivendicando col  vigore e la forza di chi chiede il dovuto, che s’aprano e rendano spazio almeno quei luoghi e istituzioni che sono del popolo: radio e televisioni, assemblee rappresentative, Parlamento e Partiti… ché anche a coloro una ripassatina culturale farebbe un gran bene. Farebbe bene a loro, e soprattutto alla Nazione.

E non si parli di share: poiché è quotidiana l’esperienza di chi cerca di fare qualcosa, che esiste una domanda ampia e a volte assetata proprio di conoscenza, proprio di riflessione culturale sulle cose del mondo, proprio di ragionamenti sui valori da porre a base dell’agire civile e politico.

Ma, secondo il lascito di Gramsci e Gobetti, e secondo l’insegnamento fattuale di grandi leader sindacali come Giuseppe Di Vittorio – che fondò il nostro Sindacato Scrittori – o Agostino Novella (grandi intellettuali provenienti dalle file del lavoro manuale), e come  abbiamo sperimentato in cento anni di storia, nulla si ottiene senza la lotta.

 Ed è dunque alla lotta che oggi, da questa web rewiew, il Sindacato Nazionale Scrittori vuol chiamare le forze della cultura e del lavoro.

In questo tempo in cui si parla ogni momento e in ogni occasione di riforme  e  in cui ci si appresta a riformare la Costituzione – che andrebbe invece semplicemente attuata – la principale riforma da invocare e per cui occorre lottare è proprio ciò che si vuole impedire: una riforma intellettuale e morale d’Italia.

Che richiede una lotta su tutti i fronti, naturalmente. E dunque innanzitutto perché muti sensibilmente, anzi radicalmente, il rapporto tra il complesso della spesa pubblica e la spesa per la cultura; perché raddoppino, triplichino, si moltiplichino gli interventi, potenti moltiplicatori degli investimenti, in tutti i settori che riguardano i beni materiali e immateriali relativi alla cultura, al patrimonio ambientale artistico e culturale, alla Scuola alla Ricerca all’Università; perché, in una parola, si approfitti della crisi per iniziare a mutare il modello di sviluppo, basando la ripresa non su un nuovo assalto all’ambiente ma su una crescita sociale del Paese.

Una lotta, altresì, per l’applicazione delle buone leggi esistenti  tutt’ora disattese, e per nuove leggi riformatrici per il Teatro, il Cinema, la Musica, le Arti, i Beni culturali in genere.

Quali leggi? Esistono, giacciono nei cassetti delle Commissioni, molte proposte, ma noi chiediamo proprio al dibattito in questo forum che vengano pareri e proposte da vagliare, da mettere a punto, per rivendicarne da Partiti, Parlamento e Governi l’approvazione e attuazione.

Invitiamo a questa lotta tutte le forze della cultura italiana: ma non solo gli addetti ai lavori, bensì tutte le forze sane e laboriose, tutte le organizzazioni sociali che intendano uscire dalla crisi per una via rinnovatrice a base costituzionale.

Lo chiediamo a tutti, non soltanto perché la forza degli operatori di cultura, per quanto ampia e di peso, sarebbe da sola insufficiente, ma perché questa svolta, questa determinante riforma, non è questione settoriale ma nazionale, non riguarda gli intellettuali  ma tutto il Paese, la Nazione, tutti i cittadini. A partire dai giovani per il loro avvenire.

Chiamiamo perciò a una discesa in campo innanzitutto i lavoratori di ogni settore – fabbrica, ufficio, laboratorio, negozio – e insieme a loro le forze produttive più avanzate. È interesse degli operai, degli impiegati, dei lavoratori autonomi, ma è altresì interesse delle imprese, del capitale che voglia avere,  che deve avere, una funzione sociale (Costituzione della Repubblica Italiana) o, se si preferisce, una etica sociale e seguire almeno un po’ il pensiero e l’opera di Adriano Olivetti…, è interesse anche loro una ripresa e uno sviluppo sostenibile fondato sulla qualità (possibile solo mediante una svolta culturale) e non sulla (peraltro ormai irraggiungibile) quantità; fondato sulla crescita della produttività d’impresa e di sistema (possibile solo mediante una svolta culturale); fondato sulla moltiplicazione del valore aggiunto rappresentato dagli investimenti  in cultura.

Scendano, dunque, in campo i Sindacati, scendano le organizzazioni dei produttori: alla loro azione è affidato il compito di mettere al centro la questione culturale come parte sostanziale e decisiva della questione meridionale, della questione del Nord, della questione sociale, della questione morale. In una parola, della democrazia: dello sviluppo democratico del Paese, della salvezza e rinascita della Repubblica.





2010


Noi riteniamo che gli scrittori italiani abbiano un ruolo primario in questa battaglia di civiltà e di rinascita.

Innanzitutto con le loro opere, naturalmente, ma anche scendendo direttamente nell’agone. Essi hanno titoli uguali agli artisti di ogni campo e a tutti gli operatori di cultura per chiedere investimenti, riforme, un nuovo assetto della spesa pubblica in cui, come detto, l’intervento per i settori culturali pubblici e privati sia rivalutato e riqualificato, e per chiedere soprattutto un nuovo orientamento culturale e ideale della società politica e della società civile.

Dovrebbero farlo, possono farlo, a nostro avviso, innanzitutto chiedendo a se stessi di non piegarsi alle bronzee e squallide leggi del mercato, di lavorare per la qualità, di difendere i propri diritti di fronte alle  proterve controparti e ai poteri forti del mercato editoriale, chiedendo ai media e ai loro recensori e critici di sostenere l’innalzamento e non l’abbassamento del tono dei prodotti letterari ed artistici, e di garantire spazio e visibilità a tutte le tendenze.

Possono farlo – chiediamo loro di farlo – facendosi promotori di qualcosa in più dei legittimi utili e necessari reading e private presentazioni, promuovendo e organizzando meeting, dibattiti, convegni di studio e divulgazione volti a rendere partecipi  giovani e anziani di un dibattito e di una ricerca che, obliterati dal potere editoriale dominante, tuttavia esistono e sono vitali.  

Possono farlo, anche, rafforzando il loro Sindacato più antico e maggiormente rappresentativo, e in esso e con esso dare sostanza e continuità alla lotta per quella riforma culturale intellettuale e morale  auspicata e necessaria, e insieme per la difesa dei loro diritti.

Diritto alla libertà di espressione e all’equa remunerazione dell’autore; diritto alla privacy; diritto all’accesso alla cultura e ad internet per esempio, anche, “con la creazione di ‘Finestre di libera distribuzione’ ovvero siti o portali a cui gli autori si possano rivolgere autorizzando la libera circolazione del loro prodotto, e a cui possano essere affidati i prodotti che si propongono per la vendita e che prevedono dunque il pagamento del diritto d’autore, secondo contratti chiari e validi per tutti. E, insieme a ciò, lotta per la riforma della SIAE e dell’AGCOM e per interventi legislativi a tutela degli autori e del loro lavoro creativo.”.

Il SNS promuoverà ad ottobre un Convegno sul tema della cultura in Italia, e a dicembre si riunirà a congresso per definire le linee di un suo necessario rinnovamento di linea e organizzativo. Chiediamo di partecipare all’elaborazione di queste linee e alla definizione di una strategia di lotta degli scrittori italiani.

La CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) si è proposta di dare agli scrittori una rappresentanza diretta, includendo a pieno titolo nelle sue file gli scrittori che vorranno unirsi agli altri comparti del lavoro italiano nella gloriosa Organizzazione. Al termine del nostro dibattito e del nostro congresso  potremo determinarci su tale proposta, e decidere se divenire parte importante e qualificata della grande Confederazione fondata da Di Vittorio entrando, con piena autonomia, nel  Sindacato Lavoratori della Comunicazione (SLC).

Agli scrittori che ci conoscono, a tutti gli scrittori che operano sul terreno nazionale, a tutti coloro che si occupano di scritture e cultura, chiediamo dunque di partecipare a questo nuovo sforzo creativo: un modo rilevante di scendere in lotta e non restare a guardare.

 

 

 

*  Presidente del Coordinamento Nazionale del SNS




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006