SPAZIO LIBERO
CINE-MANIFESTAZIONI
Positiva partenza
del Bracciano
LagoFilmFest


      
Nella profluvie e nel surplus competitivo (anche estivo) dei festival, ecco apparire una nuova e mirata rassegna che vuole essere una piccola sponda per rilanciare la controinformazione e la contaminazione dei linguaggi. Presentati nella cittadina laziale dal 4 al 7 luglio lungometraggi e corti, opere di fiction e di non-fiction, nonché videopoemi. Gli autori hanno dialogato con il pubblico attento e partecipe.
      



      

di Terenzio Zadi

 

 

Fra Taormina, Teramo, Capalbio, occhieggia in acqua dolce una sigla novella. Un’altra spiaggia rubata alla risacca delle idee?

Oggi il sintagma “fest” desta ridondanti sospiri. Rischiando l’anonimato, in una stirpe di eteronimi gemellari. Incasellato nella variatio etimologica e toponimica di sigle che moltiplicano annualmente. Moltiplicando schemi. Occupando spazio mediatico (solo) quando rigogliosamente finanziate e/o patrocinate. Festival come sintomo. Nell’italiota waste land in cui “crisi” è cifra stilistica di un campare abbarbicati sull’altalena, oscillando sull’orlo, ignorando il fondo del baratro, costruendo castelli di sabbie e pattume dove i cristalli perdono rifrazione. Il festival esprime la capacità/intenzione nostrana di dipingere baracconi sulle macerie, (ri)vendere marchi, lanciare “bellezza” attraverso affollate quanto indistinte traiettorie. Dimenticando i destinatari reali. Camuffando progettualità. Raffazzonando missione sociale. Il festival è banchetto. Zuffa bulimica di titoli, ma anche di sfere di controllo e di lobby coriacee. Il festival è lente opacizzata. È mercato e sfilata. Scenografia, minimal e infiltrata o colossale e tronfia, di “costumi” sociali, sponsor e testimonial. Corollario facile più che cinico, per un Paese nel quale la Cultura (e target stagni relativi) è sovente ostaggio degli investitori (mancati).

Allora, se il sintagma pass-par-tout perplime. O annoia. O si perde. Nel proprio moto uniforme di autoalimentazione il festival colonizza ogni angolo e appiattisce l’offerta già straripata. Tuttavia Festival è anche carnevale e presa d’atto, rivendicazione comune, isola di interazione, scommessa tra attori eterogenei e indipendenti. Il Bracciano LagoFilmFest [1], alla sua edizione battesimale (4-7 luglio 2013) ha giocato a carte scoperte. Inserendosi tra le kermesse inevitabilmente e strenuamente indipendenti. Definendosi da subito non un festival-da-canone, ma un’occasione paritetica e aperta di incontro/i. Nessun richiamo ai cugini maggiori, troppo lontani e altisonanti. Spazio, sin dal titolo, alla periferia-dormitorio che può vestirsi da bacino culturale perenne oltre che da cartolina-da-VIP periodicamente turistica. Manifestazione gratuita. Low budget. Organizzata da un’associazione no profit locale nata vent’anni fa. Ma diretta da giovani artisti e da critici e comunicatori emergenti. Un programma fitto, che ha ceduto alla tentazione barocca dell’esordio. Eppure anche per questo armonioso e incalzante, con molte opere nuove recuperate ad hoc dalle foci di una distribuzione esigua, e alcune importanti anteprime, tra sperimentazione e denuncia sociale. Una quattro giorni di fuoco e di nomi taglienti, strappata al calendario enogastronomico e alla sonnolenza del luglio canicolare. Un’inserzione felicemente pericolosa o innesto-test sul tessuto di una cittadina che ancora cerca un’identità culturale riconoscibile e pienamente vissuta.





Un festival multimediale, un percorso multifocale tra lungo e cortometraggi, giornalismo, arte e letteratura, per portare dal Centro ad altri centri autori e opere che comunemente, pur secondo prospettive diverse, vogliono sondare, mostrare, riscrivere, condividere la realtà e le sue contraddizioni. Non accettare la vulgata estetica, mediatica e politica. Esondare anzi dalla cordata del pensiero “unico”, omologato dal multitasking “social” e da poteri sempre più sistematizzati.

Non un concorso a premi, una gara di stalloni strigliati mescolati a buone promesse e a flaneur ribelli ivi intercettati e sedati, nel selvaggio mucchio. Bensì una rassegna-collage. Un montaggio in falso piano sequenza, impegnato e impegnativo, di opere messe in discussione in tempo reale dai rispettivi autori in mezzo al pubblico. Un momento, brevemente espanso, di riflessione civile, performativa, virale. Per far aprire gli occhi con una cura-Ludovico intensiva, generosamente partecipata, sia dagli ospiti che dai fruitori. Al festival di Bracciano si sono alternati nella sala-auditorio dell’archivio storico il giovane Fabrizio Ferraro, Davide Demichelis, Franco Fracassi e Massimo Lauria, Iolanda La Carrubba, Stefano Grossi, il veterano Fulvio Grimaldi, Marco Palladini, Fabio Traversa, Aureliano Amadei, Davide Cortese, Luca Tedesco. Ma anche poeti e artisti visivi, tra pareti e “griglie”, in uno scambio meta-, sensoriale, antiaccademico, di input e messaggi, tra fotografie, estrusioni materiche, arazzi pittorici, libri infiniti, versi replicanti e paesaggi cromatici, da Mario Carbone a Mario La Carrubba, da Dona Amati a Roberto Piperno, passando per Chiara Mutti, Lisa Bernardini e tanti altri.

Un gioco di specchi e di domande senza soluzione di continuità. Quattro pomeriggi e quattro notti di linguaggi inquieti, di indagini nel presente. Di ricerca e di contaminazione come ri-creazione, assalto e insieme abbraccio della realtà-magma. Se Quattro notti di uno straniero (T.O. Quatre nuits d’un étranger. Ispirato a Notti bianche di F. Dostoevskij (1848), 2013) di Fabrizio Ferraro, flette nel tunnel straniante del Bianconiglio una liminale Parigi in b/n. Illuminata dalla vita dell’artificio cinematografico o dall’artificio vivo di una storia d’amore appena lambita. Se Quattro notti spinge lo spettatore sul ponte, tra le scale a chiocciola e il traffico inabissato dell’esistere. Se Ferraro abusa del silenzio mentre i suoi protagonisti imparano l’alfabeto di un’attesa soggettiva e densa di immagine pura. Fratello dei cani. Pasolini e l’odore della fine (progetto e direzione artistica Marco Palladini, regia Iolanda La Carrubba, 2013) è verbo, pedinato impasto dialogico, immagine di parole, sogno di sintassi ermeneutica del passato-che-è-domani. Dal pellegrinaggio muto di due anime, al poema meta-teatrale e inchiesta, intima e sociale, simbolica e pubblica che con le sue anime-figure tematico-temporali (il Viandante, il Padre, la Madre, il Figlio e la Morte) scardina e ricompone Pasolini e i suoi/nostri mitologemi nella società della rimozione, delle ideologie ree e reificate, della borghesia consumata e della corruzione abulica della Natura.





Un'immagine di Fratello dei cani. Pasolini e l'odore della fine (2013 - ph. A. Morrone)


La parola e la realtà manipolata. La frammentazione dell’informazione embedded e le pastoie criminose della comunicazione globalizzata. Lo raccontano con una militanza pur intransigente che desidera edificare una nuova memoria storica, autori come Fracassi e Grimaldi, inseriti nel festival come tasselli complementari per una conoscenza consapevole. Da The Summit. Genova: i tre giorni della vergogna a Messico. Angeli e demoni nel laboratorio dell’Impero. Fracassi e il collega Lauria, con un team di giovani giornalisti, ripercorrono la tappe del G8 del 2001, seguendo snodi politici e letture empiriche deflagranti, dalla strategia del terrore istituzionalizzata all’omicidio fantasmatico di Carlo Giuliani fino al massacro-capro espiatorio della scuola “Diaz”. Dall’urlo munchiano dell’incipit di The Summit, disciolto eppure rappreso nel rap delle testimonianze, lucida tragedia, all’evocativo murales che campeggia della locandina di Messico. Nel suo documentario digitale, narrato dalla prima persona giornalistica che penetra ogni centimetro del viaggio, Grimaldi svela il Messico delle narco-mafie coperte dagli USA, principale destinazione-mercato, del traffico di droghe e di corpi, degli ammazzamenti tra clan, delle migliaia di vittime, del femminicidio, dei diritti mutilati, delle fabbriche, del terzomondismo ancora coloniale imbellettato da una democrazia posticcia. Voci e fotogrammi, sangue e statistiche, rivissuti dai protagonisti, sul suolo patrio, in piena terra di confine.

On the border. Un festival che scantona la vetrina farcita, i lustrini beceri e le ingombranti pretese di molti consimili. Un festival certo al suo vagito. Germoglio imperfetto che spera di non rimanere spiaggiato. Fanciullino che cammina sulla frontiera. Donandosi al pubblico, perché diventi parte attiva del risveglio civile. Per non dimenticarsi, e non smettere di chiedere “perché”.

 

 

 

 

 


[1] Bracciano LagoFilmFest, 4-7 luglio 2013. Archivio storico di Bracciano, Piazza Mazzini, 5. Organizzato dall’Associazione Culturale No Profit “L’agone Nuovo”. Ideato e diretto da Sarah Panatta e Iolanda La Carrubba, presenti anche come blog e web tv EscaMontage. Supporto mediatico “L’agone”. Patrocinato dalla F.U.I.S. e dal Comune di Bracciano.




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