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CINEPRIME –
"TO THE WONDER"
L’umanesimo tradito di Terrence Malick


      
Il nuovo film del regista ‘cult’ americano sembra oscillare tra l’implosione emotiva di “L’urlo e il furore” di Faulkner e la dissolvenza civile di dostoevskijane “notti bianche” come in un viaggio al termine del sogno Wasp. Tutto gira sull’amore e sull’autodistruzione dell’amore. La coreografia della vita resta impigliata nell’oscurità. E l’interrogazione religiosa, il richiamo al divino aggiungono un senso di ulteriore disincanto, desolazione, fallimento. I protagonisti sono Ben Affleck, Olga Kurylenko e l’ottimo Javier Bardem che interpreta il prete in debito di fede.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

Uomo: amore-carne. Macchina-scarto. Vivo del/nel dubbio. Temporaneo (quindi?) irrisolvibile nella contesa tra natura e intelletto civilizzato. Dopo la maternità meta-narrativa, celebrazione laica di una Grazia immanente e nascosta e interdetta. Dopo l’estasi genitrice strappata, nel dolore della “meraviglia” e del rigetto, al lucore amniotico di una cine-nebulosa. Dopo l’(auto)analisi del lutto collettivo inciso nell’utero-bara del Ground Zero rannicchiato nel cortile dello steccato. Le geometrie del liberismo individualista incrinate dalle tare genetiche del progresso e le intersezioni di vagabondaggi emotivi nell’impermeabile deposito della società “integrata”. Dopo The Tree Of Life. Big bang extra-fisico e preghiera amara composta nella trasparenza verticale di un’impalcatura altera e profondamente “patria”. Dopo The Tree of Life.

Il cantico francescano della tragedia inevitabile, veicolato da personificazioni monolitiche e incompatibili, fulgida compattezza di ombre, diventa danza spezzata di soggetti febbrili e multipli, fantasmi. Che continuano a domandare, spinti da una curiosità modulata senza scorciatoie consolatorie da disinganno totalizzante. Ma hanno perso qualsiasi speranza di contatto e di nozione del proprio referente. Che sia Dio o il compagno di letto, una pecora malata del gregge immiserito o la quinta sprezzante di un tramonto dell’Ovest. L’amore tesse le sfibrate membra del mondo moderno, impermeabile allo stupore autoriale. Tuttavia migra senza posa, e si smarrisce. Nei dialoghi interrotti di umanità dislocate, pulviscolari, parassitarie. To The Wonder [1] (Fra/Usa 2013). Terrence Malick prosegue eppure termina, perché definitivamente umanizzata, l’epica biblico-biologica dell’essere e insieme del cittadino americano medio. L’istanza esistenziale assorbita dall’accettazione della ciclicità storica evolve nella distopia senza maschere di caratteri (sempre velatamente biografici) che nell’inquietudine non vedono/leggono più bellezza ma stallo. Amore e autodistruzione. La coreografia della vita impigliata nell’oscurità. Il buio della resistenza si abbeverava prima nel miraggio della luce districata da infinite trasparenze. Luce ora incapsulata nella campitura tonale satura del nuovo mondo affiorato. Malick valica la frontiera, senza sconfessioni, avanza sulla mappa, pronto a misurare ancora l’albero, dalle radici alle punte flessibili dei più alti/lati rami.

Virata pianificata, concettuale ed estetica. Malick sostituisce il nucleo familiare deragliato, dunque piagato di una periferia WASP lentamente erosa dal tradimento delle aspettative, con un triangolo di individui senza meta e senza cittadinanza voluta e/o cercata, vittime già consumate, già periferiche. Prodotti dell’apparato globale, essi sono “crisi” e mobilità irrefrenabile. Sguardo incagliato nelle onde selvagge. Acque di risacca, come risposte confuse, respinte eppure trattenute da sabbia troppo morbida. Mani tremanti, tra attesa e perdono. Fruscio di abiti leggerissimi tra girasoli indiscreti. Umida protezione per un feto che crescerà tra dubbi previsti e crolli epocali. Testimonianza-resistenza di amplessi epidermici e di raggiro quotidiano, dannata e silente nella geografia contraddittoria del mondo.





Ben Affleck e Olga Kurylenko in To the Wonder (2013)


Un uomo, due donne, e a margine, anzi “oltre”, un prete “esiliato”. Quattro notti di quattro stranieri, a se stessi e alla società che li custodisce senza crescerli. Amarsi ai tempi della Grazia desertificata significa catturarsi ad intervalli irregolari, deprivarsi reciprocamente, rifiutarsi, senza avere il coraggio, di aversi generosamente, completamente.

“Dallo steccato, tra i buchi dei fiori arricciati” li vede giocare. Faulkneriano entomologo Malick sovrappone i piani narrativi, pellegrino di una solitudine inestirpabile, seppellita da una religiosità belligerante, vuota, intollerante. Dal culto borghese protezionista e resistente del self made man. Cintato da legami laccati e precari. Incrostati su quello steccato i sogni dei reietti, dei migranti, degli uomini tutti. Che talvolta, somma risibile disgrazia, (si) vedono. Come lo stesso autore, e si prefiggono l’impossibile dialogo con il mistero del vivere, con l’altro, con il Sé. Passando rapido per il Vecchio Mondo e i suoi tesori arcani e turistici, Malick torna nel Nord America. L’Ovest dove i miti adulterati tentano autoalimentazione. Delle voragini cieche e delle imprese di cenere. Del giardinetto brullo e rassicurante dietro il prefabbricato seriale. Dei motel per passioni casuali, merci anonime su tratte perdute, e dei castelli su coste scomparse per amori intermittenti. L’America che eternamente lecca superfici cicatriziali, esorcizzando tutto con una mano di bianco rappreso e perituro. Ectoplasmi confusi di una società ibrida per definizione e inconciliabile per natura (storica), coloro che riconoscono l’ineffabile mutevolezza dei sentimenti smarriscono ogni chance di soluzione, di appagamento.

Dall’estasi problematica al problema dell’esistere. Malick si infiltra nella materia elettrica delle relazioni uno ad uno, uccise. Grazia sconfitta dall’attualità suicida. Un uomo fallito, incauto e incompleto. Una donna abituata a tradursi da un paese all’altro senza mai toccare approdo. Un prete che taglia la comunicazione con Dio e al contempo non riesce a mimetizzarsi nella simbologia cristologica di una solidarietà militante che gli uomini tutti non possono accogliere, seguire, imitare, incarnare. Linguaggi del melting pot che tutto disarciona, sfoca, oblitera.  Malick come Faulkner incorpora la partitura ambigua e corale delle solitudini umane segnate dalla civilizzazione mutila e diseguale (baraccopoli e metropoli, acque tossiche e spiagge tumefatte, volti angelicati e malattie/debiti deturpanti). Inscena non più ninfale, abbagliato da luci ancestrali, anzi carnale e brutalmente analogico, il caos organico della vita, circoscrivendolo nell’Ovest amatissimo, laboratorio d’illimitato steinbeckiano “scontento”. L’afflato divino è irraggiungibile, il messaggio di Cristo, sangue e ossa moriture eppure esemplari, l’unico afferrabile anche se irripetibile, leggendario, inascoltato. Come sa il travagliato prete interpretato da un potentissimo, curvo, evacuato Javier Bardem. Il suo Padre Quintana vive le falle della propria chiesa, ha smarrito la vocazione come legame ad istituzioni istruzioni e missioni che non gli appartengono. Riconosce nei volti scompaginati, scavati, sdoppiati, dei suoi simili, la brama rugosa di una fine rapida, nelle veci zoppicanti di una fuga assurda.





Javier Bardem è Padre Quintana nel film di Malick


Quintana sfiora non ancora attonito ma atterrito, nella sua ripetuta grottesca supplica i destini dei protagonisti attoniti di Neil (Ben Affleck), Marina (Olga Kurylenko) e Jane (Rachel McAdams). Neil trova la giovane madre Marina, sguardo da sirena e scatto da migrante irrecuperabile nel dispatrio. Neil ama Marina nella “meraviglia” cartonata di Mont St. Michel, quindi la porta via da Parigi, dalla città delle luci al prefabbricato a due piani di una cittadina dell’Oklahoma, pianeggiante giustapposizione di caduta e rassegnazione. Il cuore non basta, lei parte e torna. Nell’intervallo Neil si rintana nelle braccia familiari della vecchia amica Jane. Non basta l’amore aspirato come droga volatile tra il prato e il pavimento. Non basta il tepore trasmesso dai suoni di un’arpa. L’Amore sale e scende le sue scale. Trapela da cortine di polvere, da rivoli oleosi. Non visto.

Da Shakespeare a Dostoevskij, braccando Faulkner sui fondali tridimensionali e porosi, ma fuori mano di una Terra impressionista e impressionata. Oklahoma assopito e baraccato, e la minuta pretesa dei suoi abitanti. Uomo: amore-cancro.

Nel mezzo dell’ineluttabile, l’amore inizia e finisce, e inizia di nuovo, sempre pago eppure mai sazio dei propri errori. Come le donne. Mute muse mutanti. Le donne di To The Wonder non recano fiaccole di salvezza. Madre angelica, madre strega, madre mostro. Madre. Necessaria, nucleare, ancella, testimone. Tarlata quanto il suo corrispettivo maschile. La donna, forse più ardita ma provata, agita e decide, fa e disfa, per saziarsi di vita. Lo fa la gitana sirena, Marina (raffinata e vibrata Olga Kurylenko), sballottata dall’Ucraina alla Francia agli Usa. Tenera e instabile, sorriso che fende come lama, occhi che scappano, oltre i confini ancora non immaginati. Lo fa Jane (insospettabile Rachel McAdams), abito conformista e ciglia increspate dal progetto dell’evasione mancata. Due creature sconvolte dalla civiltà e dall’amore.

Alter ego sbandati, da/verso funesta empatica devastante “meraviglia”.

 

 

 

 


[1] To The Wonder. Regia di Terrence Malick. Con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline, Romina Mondello, Tony O’Gans, Charles Baker, Marshall Bell. Sceneggiatura Terrence Malick. Produttori Sarah Green, Nicolas Gonda. Produttori esecutivi Glen Basner, Jason Krigsfeld, Joseph Krigsfeld. Direttore della Fotografia Emmanuel Lubezki ASC, AMC. Scenografia Jack Fisk. Montaggio A.J. Edwards, Keith Fraase, Shane Hazen, Christopher Roldan, Mark Yoshikawa. Costumi Jacqueline West. Musiche Hanan Townshend. Co-Produttori Hans Graffunder, Sandhya Shardanad. Produttori associati Charley Beil, Morgan Pollitt. In Concorso alla 69esima mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dal 4 luglio nelle sale. Distribuzione 01 Distribution. Fra/USA 2012. Durata 1h 52’




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