PRIMO PIANO
‘PAESOLOGI’ – 2
Le cento e passa monografie
di Gabriele Tardio


      
È morto di recente a soli 59 anni l’imprenditore agricolo di San Marco in Lamis che, seguendo una prepotente vocazione, nel giro di una dozzina d’anni aveva prodotto una imponente mole di ricerche storiche e demoantropologiche sul suo paese garganico. Studi condotti con la forte consapevolezza che, di fronte ad una precipitosa ‘modernità’, nutrita di elettrodomestici e di smartphone, c’era (e c’è) una terra, a rischio di oblìo e di abbandono, che bisogna caparbiamente provare a difendere nella sua cultura religiosa e nella sua identità umana e paesaggistica.
      



      

 

 

di Sergio D’Amaro

 

 

A metterle insieme formerebbero un molto visibile archivio in attesa della mano curiosa di qualche lettore. Da qualche anno, crescendo, accumulandosi a vista d’occhio, vestendo i panni del faldone inespugnabile, le carte prodotte da Gabriele Tardio sono diventate migliaia di tessere in grado di formare il mosaico di una comunità garganica. La curiosità ha ceduto prima allo stupore, poi all’attenzione: da dove scovava Tardio tutto quel materiale e perché lo faceva con tanta intemerata divorante passione, con la foga tipica di chi vuol assemblare conoscenze sepolte e riscattare verità magari ritenute ovvie?

  

Gabriele Tardio (morto recentemente a 59 anni nella sua San Marco in Lamis) apparteneva ad una famiglia di quelle che s’erano acquistati fama e rispetto in una piccola comunità del Mezzogiorno interno. Famiglia di borghesi benestanti, con dentro professionisti di specchiata autorevolezza e molto stimati dal popolo che sa riconoscerli. Come tutti i buoni rampolli di scelte famiglie, Gabriele (lo chiameremo d’ora innanzi col solo nome) si è ritrovato tra le mani biblioteche e documenti che erano passati di generazione in generazione a conoscere soltanto polvere e pesciolini d’argento. Lui non è rimasto inerte a contemplare vetustà infallibili, ma aiutato dal suo fiuto ha intuito che vi si potesse cavare qualche sparso sostegno storico a quanto lo aveva affascinato in tutti gli anni che la sua forte vocazione religiosa gli era andato suggerendo. Sarà stato il destino di quel suo paese garganico piegato alla devozione e all’emigrazione, sta di fatto che Gabriele è andato maturando un rapporto di consapevolezza di fronte ai processi che contraddittoriamente stavano stringendo le comunità simili alla sua: da una parte una precipitosa ‘modernità’, calata a tonnellate di frigoriferi e più recentemente a quintali di smartphone, e dall’altra una terra che, con tutti i rischi dell’oblìo e dell’abbandono, provava a insistere caparbia nella difesa della sua cultura religiosa e della sua identità antropologica e paesaggistica.





La Padula a San Marco in Lamis


Non poteva né doveva parere poco che inviti alla lentezza, alla riflessione, alla ricerca paziente si opponessero a tempi che, invece, imponevano velocità, superamento incessante del già dato, usura di ogni tradizione e di una memoria ritenuta retrograda. La mente di Gabriele, addestrata al lavoro di imprenditore agricolo, era sintonizzata da sempre col rispetto della natura e del territorio: natura e territorio che generano donne e uomini impegnati nella sfida della vita e dunque capaci di produrre beni, tecniche, cultura. La stessa attenzione riservata al lavoro della terra ha sollecitato, in tal modo, Gabriele a dare una risposta anche sul piano della ricerca storica e demoantropologica. La sorprendente produttività di Gabriele in veste di storiografo (oltre cento monografie nell’arco di una dozzina d’anni) la si deve forse interpretare come una naturale continuazione del suo lavoro di agricoltore: coltivare i documenti, rivoltare le zolle della memoria, scovare i semi giusti e metterli a frutto per farne venir fuori un vero e proprio vivaio. Ogni filone d’indagine è diventato una pianta da allevare, un tronco da allargare, un ramo da ricongiungere al suo albero. Per anni Gabriele ha coltivato questo nuovo campo, allargando e stringendo le maglie dell’indagine e recuperando argomenti che nessuno prima d’allora era andato toccando.

  

Ecco spiegata la stupefacente piantagione di quest’uomo da cento e passa monografie, col timone ben piantato in direzione dei ‘fuochi sacri’, a San Marco in Lamis chiamati fracchie. Un’ossessione, questa, per Gabriele trasformata in ben quattro tomi e diventata un dossier pressoché esaustivo a sostegno della domanda andata a buon fine presso l’Unesco per il riconoscimento di quel rito pasquale come ‘patrimonio dell’umanità’. Una passione divorante dell’‘agricoltore’ Gabriele per le nuove piante della sua ricerca, compiuta con la stessa tenacia, con la stessa ansia, con la stessa attenzione che si presta alla salvezza di un pezzo importante di natura. Sì, perché, la sensibilità che in questi casi si deve invocare è quella di chi si preoccupa di preservare gli equilibri ecologici ed eleva a suo obiettivo privilegiato la difesa ad oltranza di qualche dimenticata periferia, di qualche modesto francobollo geostorico trascurato dalle mappe.

  

Gabriele non aveva le stimmate del donchisciotte. Quando, per strada, illustrava queste sue monografie man mano stampate in esemplari artigianali col marchio del suo negozio di ferramenta, smetteva la sua cordialità e quasi si irrigidiva in un’accaldata spiegazione di quanto realizzato. Era il suo modo per far intendere che ci credeva in quelle cose, che tassello su tassello avrebbero saputo rivendicare la ‘dignità’ di un luogo che da periferico s’era accampato a capitale delle sue attenzioni. Viene in mente, al riguardo, l’itinerario che in questi anni ha compiuto lo scrittore-ecologista irpino Franco Arminio, di professione insegnante e ‘paesologo’ secondo la sua stessa definizione. Arminio, di Bisaccia, è un compassatore di paesi meridionali, ormai conosce tutta o quasi la Campania, la Basilicata, la Puglia. La sua sembra l’orma di Rocco Scotellaro, la stessa che insegue un mondo contadino che scompare, ma che s’accorge di quanto sia diverso da quello di città, alternativo in una dimensione diventata più larga, quella di un modo d’essere che fa a pugni col decantato progresso. Quel che cerca Arminio (anche nel suo ultimo libro intitolato Geografia commossa dell’Italia interna) è il recupero di un’umanità in bilico su una specie di catastrofe, di apocalisse del giorno dopo. Il suo paese, dice, è fatto più di case che di uomini, è un paese emigrato, un organismo geneticamente modificato (aggiungiamo noi), un luogo stravolto. Al Sud gli hanno fatto sempre credere, dice ancora Arminio, che altrove si sta meglio, che è meglio tagliare i ponti, perché che te ne fai della sua storia di bizzoche e di una borghesia piccola piccola?





Gabriele Tardio


Ecco, l’operazione di Gabriele, l’uomo dalle cento e passa monografie, appare, in ideale concordia con la mentalità di Arminio, come la difesa del paese, come una nuova inedita ‘paesologia’, magari in dissonanza/contrasto con l’altra scienza definibile come ‘paesanologia’ (quella dei cultori tradizionali di storia locale). È una scienza militante, interventista, operativa. Pone cunei di dubbi, crepe di certezze, sgambetti al pregiudizio. È come se promuovesse (questa inedita scienza non insegnabile fortunatamente in alcun dipartimento universitario) crediti di dignità, mozioni di fiducia, iniezioni di riflessione. E tutto cominciando nel rovistare archivi, dossier, carte predilette dai topi, file di vecchi libri dimenticati in soffitta. Sporcandosi con la storia più vera e meno illustre di quei mille e mille, come li chiamava Manlio Rossi Doria, ‘paesi dell’osso’.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006