PRIMO PIANO
‘PAESOLOGI’ – 1
Franco Arminio,
‘camminante’
ed umanista


      
“Geografia commossa dell’Italia interna” è l’ultimo libro del 53enne scrittore di Bisaccia che torna a percorrere i paesi dismessi e sgarrupati del Mezzogiorno. Un ‘flâneur’ alla Rocco Scotellaro senza più le sue eroiche speranze, ma attento ai particolari, ai più umili dettagli dei luoghi che visita. Come un ironico e poetico entomologo capace di scoprire la sottostante filosofia di un mondo alternativo che continua a persistere ad onta di tutti i disastri che ha fatto la politica.
      



      


di Sergio D’Amaro

 

 

Il titolo di questo libro di Franco Arminio Geografia commossa dell’Italia interna (Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 130, € 14,00) è davvero singolare, ma è un titolo totalmente appartenente, millimetricamente appartenente, a questo autore. Invece che flâneur nella Parigi del XX secolo, alla maniera di Walter Benjamin, Arminio è flâneur tra quel che resta dei paesi dismessi e sgarrupati del Mezzogiorno. È, in questo, erede di Scotellaro, ma di uno Scotellaro che non ha più le stesse eroiche speranze di Rocco, ma al contrario ha infilato i panni del disilluso profeta di apocalissi già avvenute. A cinquant’anni dal primo Centrosinistra, del resto, cosa ci si può effettivamente aspettare da una situazione che invece di finirla con atavici problemi irrisolti ha aggiunto quello tutto nuovo di un’emigrazione giovanile ad alto tasso di master?

  

Arminio è un cinquantenne alla ricerca di un centro di gravità almeno provvisorio, visto che non riesce più a capire o a digerire una politica che è incomprensibile ed indigesta, e visto che le popolazioni amministrate da questa politica sembrano proprio refrattarie ad invertire la loro direzione. È un intellettuale, Arminio, uno scrittore, un uomo di scuola, un giornalista, un viaggiatore? Forse è tutto questo combinato in una bella dissonante armonia volta per lo più ai toni malinconici dell’osservatore minuzioso, dell’ironico entomologo che scopre paese dopo paese la sottostante filosofia di un mondo alternativo. Tutto cade sotto l’occhio di Arminio, il più piccolo particolare inconsistente, il più piccolo moto dell’anima, il più umile angolo di vicolo, la più anonima finestra in anticorodal.





Lui è un “paesologo” e tale a più riprese si definisce e anzi per questo è ormai conosciuto e apprezzato. Una parola che si è inventata forse in opposizione ad urbanista, forse perché la lenta dimessa rivoluzione che oggi è in corso non sta più tra le polluzioni micidiali della città, svanita nel gas del suo dichiarato progresso, ma sta nel darsi le dimensioni di una piazza riconoscibilmente umana, di un sentire più sintonizzato con la natura, con uno spirito che non rinnega l’ambizione di un volo pindarico. Dal paese può ricominciare qualcosa? Certo, se ci togliamo quella mentalità del vittimismo, del disfattismo, della sconfitta preventiva. Il paese inteso come rapporto con i ritmi naturali e come terapia contro l’“autismo corale”, quella malattia cioè che ha preso tutti e che rende incapaci di comunicare, di credere, di ricostruire. In un certo senso è avvenuta un’altra guerra e oggi più che mai bisogna avere il coraggio di farcela. Arminio è un camminante verso una nuova terra promessa, verso un mondo più vivibile, verso un “umanesimo della montagna”, come lo definisce lui stesso.

  

In questo libro, che è anche commovente, perché parla di un riscatto che può avvenire, Arminio ritorna oltre che scotellariano anche leviano, in quel parlare di “contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento”. Più che una democrazia radicale esorta ad una “democrazia locale”, più che a regioni e a province fa appello a quello che sembrerebbe la reincarnazione del comune rustico, di quel comune autonomo teorizzato in altro tempo da illustri meridionalisti. Arminio si dichiara più volte in preda alla desolazione, allo sfinimento, ad una sorta di demartiniana crisi della presenza. Invoca l’esempio di Manlio Rossi Doria, richiama la sua voce inascoltata, intona ogni tanto una specie di rap battendo insistentemente sul tasto di qualcosa che gli preme.

  

Il suo Sud, dalla Puglia alla Lucania, dal cratere del terremoto aquilano a quello della sua Irpinia, dai calanchi di Aliano ai paesi illuminati da una luna dei Borboni ancora perfettamente bodiniana, sa essere suggestivo, ancora straziato, sicuramente incolpevole. Proprio cinquant’anni fa, col cosiddetto boom, la scienza avrebbe potuto risolvere molte cose di questa situazione. Non volle la politica, non vollero quei padroni del vapore attenti alla lentezza estenuante delle decisioni finite nel nulla dell’indecisione. Eppure l’Italia aveva allora un Mattei, un Olivetti, un Rossi Doria, un Buzzati Traverso, profeti lasciati puntualmente sotto il sole del deserto.





Franco Arminio (a sinistra)





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