LUOGO COMUNE
MASSIMILIANO DAMAGGIO
Abitare il mondo scrivendo “Poesia come pietra”


      
Il 44enne autore di Desio, residente ad Atene, ha pubblicato per le edizioni Ensemble una raccolta di versi, con la prefazione di Carlo Bordini. È un libro che si colloca nel solco della ‘tradizione del nuovo’, ma non nel senso dell’onda sperimentalista, ma in quello di una deriva poetica che si immerge e fa i conti col reale cavandone fuori una scrittura come empirica visione delle cose e degli uomini, come sguardo nell’essenza concreta dell’esserci. Come se il soggetto cercasse nell’oggettivazione materica il senso di un verbo collettivo che da solo non è più capace di esprimere.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«Ma come potrà una poesia, ci chiediamo

pagare la spesa, la luce e la chemioterapia?

Cosa potrà contro lo sportello bancario

contro il mutuo che vien di notte

con le scarpe tutte rotte?

Esatto: cosa potrà

se tu che stendi le lenzuola dei versi

incolonni parole sulla pagina bianca

e poi alzi il braccio per scagliare una piuma

o peggio

per chiedere il permesso di andare a pisciare?»

(da Poesia come pietra, p. 14)

 

 

Dentro un percorso di tradizione i poeti migliori sono quelli che riescono ad attingere al suo fulcro. Uno di questi è sicuramente Massimiliano Damaggio. Autore di una raccolta poetica dal titolo Poesia come pietra, edito per i tipi Ensemble (pp. 119, € 12,00, Roma, 2012). Un testo che scioglie al suo interno un ritmo di retorica e che tale può risultare se si accetta unicamente il concetto che tutto è stato già detto da non ammettere repliche. È vero il contrario. Nonostante la “tabe poetica[1]”, come avrebbe detto Francesco Muzzioli, esistono poeti in grado di tirare fuori dal groviglio di esperienze, di stili e di forme, ancora una cifra stilistica capace di partorire delle reazioni. La tradizione indubbiamente consente questa possibilità. La tradizione è per un poeta un luogo non estinto, un luogo in cui recarsi gli consente di poter accrescere la propria sensibilità e stabilire anche quello che non gli piace e non accetta. Damaggio in tal senso si sa muovere nella tradizione, soprattutto nella tradizione del nuovo, che non lascia il linguaggio essere preda di uno sperimentalismo forsennato, ma lo guida su fronti di discussione che a loro volta diventano materia poetica. Efficace. Evidente. Come è ben detto, sia pur nella breve ma precisa prefazione al testo curata da Carlo Bordini, «il modo che ha Damaggio di deformare la lingua, di piegare la lingua, mi sembra la sua cifra distintiva. È un linguaggio a volte volutamente sgraziato, il linguaggio della realtà urbana; è come se Damaggio prendesse per il bavero le parole e le obbligasse a perdere la loro aura, a piegarsi all’iperrealismo».

Giudizio condivisibile ma ulteriormente estendibile al fatto che chiunque legga Poesia come pietra non può non accorgersi che il poeta è “cittadino del mondo”. Egli sente le cose circostanti con una sensibilità che a sua volta diventa sguardo scarsamente difettivo, anzi, mentre vede il reale, Damaggio non si smarrisce mai, non rimane confuso e accresce ancora di più lo spessore semantico del volto del mondo. Damaggio è poeta interessante anzitutto come uomo, come persona. Ecco la funzione del cittadino che egli è capace di riassumere. Egli deforma l’italiano, parte per la Grecia anziché vivere in Italia (dalla padella alla brace si potrebbe dire!), e si isola al punto che la sua riflessione sembra «la deformazione di uno straniero». Se Damaggio colpisce è perché non si risparmia, perché vive e soprattutto perché non vuole essere “grande” a tutti i costi. Le onorificenze della poesia sono favole per bambini troppo viziati. Egli sa benissimo che ci sono stati nella letteratura esempi di uomini che per la loro libertà hanno pagato con la vita, eppure il poeta è come se ci dicesse che nonostante il caos storico e temporale, economico e culturale, vivere è l’unica cosa che bisogna continuare a fare. La grandezza si conquista restando sul campo e scegliendo territori meno ospitali dove non si evolve economicamente, però si cresce, si cresce culturalmente e nella coscienza. Egli stesso dice di sé: «Io, tutto sommato, sono uno che incolonna parole, uno scrittore in verticale. Il fatto che questo libro s’intitoli Poesia come pietra non significa che io debba assolvere un qualche ruolo specifico. La mia pietra è, purtroppo, la realtà. Comunicare una visione delle cose, nei miei pezzi. […] Non si tratta di essere pasoliniani ma, molto più semplicemente, umani.» Ecco esplicato il senso della “grandezza” come esigenza di vivere, di essere uomo. È questo un punto di umiltà che pur negando quel “sacrificio” pasoliniano, a sua volta torna prepotente sulla realtà come sistema o quantum inscalfibile. Allora soddisfacente sul piano stilistico e critico è la funzione che Massimiliano Damaggio conferisce alla poesia.





Poesia come pietra. Connubio militante e avanguardistico. Connubio di ragione e di fede, di passione per le cose che si vivono e in cui si crede. Ma poesia come pietra significa anche cosa morta. Cosa che vive nell’essenza concreta dell’esserci. Pietra è ciò che si tocca. Materia spigolosa e acuminata, che se scagliata ferisce e uccide. Di tutta questa evidenza materialistica la poesia è epurata. Essa non ha nessuna forza reale, nessun significato. La poesia è inutile? D’accordo! È questo un dato acquisito da tantissimi scrittori e critici, ma meno evidente è come dentro l’inutilità si possa cercare ancora una ragione specifica di sentimento. E per sentimento non s’intende il tono lirico, ma una continua riflessione che man mano produce verità di sguardo, alterità e preghiera. E si, perché i due temi fondamentali di Poesia come pietra sono, anziché la lotta, la sofferenza e la pietas: la continua ammissione che esiste ormai un percorso che sta conducendo l’umanità verso un limite ineludibile. Damaggio scrive: «invoco liricamente l’amicizia delle pietre | che non cambiano il loro progetto: | esistere […]». Significa che la poesia sta. Significa che la poesia regge ancora le ragioni di un conflitto e che più di altre scienze, bene intese come sperimentazione di un metodo, anche la poesia a sua volta reagisce nel non reagire così come si verrebbe che accadesse. La poesia è reazione interna alla persona che commette, come suggerisce Massimiliano Damaggio, ancora un atto di fede, un simulacro di preghiera.

 

Poesia odierna

 

Colleghi poeti, chi l’avrebbe mai detto

che avremmo scritto per non avere voce

che ci saremmo impegnati così a fondo

per ritornare, convinti, al geroglifico?

 

Che avremmo chiacchierato fra te e un tè

allegri carcerati nei nostri circoli illetterati

mentre l’universo è ancora in espansione

e più s’espande e più siamo ininfluenti e petulanti

-                       affollatissimo gruppo di coliformi?

 

Stamattina, in piazza, si tirano pietre

(colleghi poeti, chi l’avrebbe detto?)

e nessuna di queste è una nostra poesia.

 

Colpisce il lettore tutta questa oggettivazione materica (pietra, piazza, stomaco, mani, dita, merda, gas, fari, semafori, incendi) presente nei testi della raccolta. Ogni verso definisce uno spazio oggettivo in cui l’uomo in quanto soggetto agente sul reale non agisce più, è comandato, ordinato, la sua coscienza è prestabilita da un futuro che è un verbo che non si può più coniugare. Allora rimane la merda. Sempre quella. La merda. Lo scarto che diventa più importante di chi lo produce. Si respira nei versi di Damaggio una sorta di finis hominis, una decisa soluzione per la cessazione del genere umano. L’alba che tanto si attendeva si capovolge e diventa un tramonto: «Tra gli uomini e l’escremento | io trovai maggiore l’escremento ||» [p. 69]. Non solo “la fine”, ormai sempre più evidente e messa indubbiamente su un piedistallo da una civiltà che tanto più sa di non farcela e più stabilisce cosa è più importante ribadire, quindi che stiamo morendo, allo stesso tempo il senso delle parole è un senso che si svuota sempre più di significato. Con una logica degna della beat generation, di una generazione già passata che ha coltivato il seme della reazione ai significati ordinari, Massimiliano Damaggio scrive che «Le parole sono soprammobili faticosi» [. 68]. Non ce la fa! È questo il punto della riflessione di questo poeta. L’uomo non ce la fa a ricominciare daccapo. Non è l’ordine, ma il principio che manca. Il mondo che abitiamo è un mondo in cui le piazze diventeranno sempre più “lacrimogene” (nella fusione lessicale di lacrima + lacrimogeno), cioè piazze in cui si piangerà amaramente il tanto caro esistere e in cui i centri commerciali saranno le nuove pagode, i nuovi templi dell’eccesso e del successo. La definizione e la soluzione non è originale, che il mondo sia una cloaca maxima, come già indicavano i latini, non giunge a noi nuovo come significato, ma ci giunge nuovo l’odore, perché quello che abbiamo prodotto lo abbiamo prodotto con un metodo che non accetta che si dica il contrario per trovare una soluzione alla fine.

 

Sonetto rude

 

oggi entriamo, anche noi, in poesia

con questo endecasillabo sconnesso

senza bellezza, senza rima, ruvido

tra i semafori obliqui dell’incrocio

 

ci arriviamo pulendo i parabrezza

scrostando il vetro con l’unghia nera

per levare la merda di piccione:

è questo qua il nostro analfabeto

 

è un sonetto di ferro arrugginito

che abbiamo trovato nel cassonetto

è il nostro tetano maleducato

 

è la carta vetrata sulla lingua

è la lingua vetrata sulla carta

il carretto coi rifiuti che tiriamo





Untitled, (Sun Rock, after A Walk at Dusk, Angeles National Forrest, California), 2004


Se la poesia è dunque rifiuto a sua volta, ingegno trovato nel cassonetto senza più originalità, l’uomo non può far altro che interpretare il ruolo di chi non ha né spazio e né meta. La soluzione dell’uomo consiste nell’essere uomo fino in fondo, contenendo tutte le “pietre-pensiero” che avrebbe voluto scagliare. L’uomo di Massimiliano Damaggio è anzitutto individuo di sostanza che cerca nelle strade del mondo quel verbo collettivo che da solo non può più esprimere. La poesia è utilizzata per disegnare non una poetica ma l’imminente futuro, costituito da una realtà che si abita senza nessuna proprietà e facoltà di scelta.

 

Uomo (1998)

 

Come sarcofago con gambe

nella giornata mutilata

                                          antiestetico

ingerisco l’aria a pagamento

e quando sputo (perché sputo)

la saliva e le altre sostanze inquinano gli asfalti

-                       e vengo multato.

 

I mari umani

                     imbottiti di acidi

liquidano i miei gommoni

(quelli di gomma, quelli di metafora)

e lo stupore delle guance paffute

quando parlo un linguaggio articolato

e mi vedono dritto in piedi

-                       proprio come un uomo!

 

Nei loculi della notte

sudato come un semaforo morto

con una bara per ogni ora del giorno

legata alla caviglia

 

non ho un posto dove andare

né un paese da abitare

né una casa in cui restare.

 

E poi siedo

insieme ad altri lontani perenti degli uomini

vomitando fra i buchi dei denti

la reazione giornaliera di vita.[2]

 

 

 



[1] Vedi Come smettere di scrivere poesia, di F. Muzzioli, Lithos, Roma, 2011.

[2] Tutti i testi sono tratti dall’opera Poesia come pietra, di M. Damaggio, Prefazione di C. Bordini, ed. Ensemble, Roma, 2012.




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