LUOGO COMUNE
VISIONI CRITICHE
Su alcuni ‘contenuti interni’ della poesia di Marco Palladini


      
Un’approfondita, ermeneutica lettura di “Attraversando le barricate”, l’ultimo libro (Robin Edizioni) del poeta romano. Un moderno ‘cantore’ che mostra da una parte un epos e un ethos invettivo da fromboliere e combattente in versi. E dall’altra parte prova a fare sartrianamente i conti con ‘le Néant’ del mondo contemporaneo. Mettendo in campo una polisonorità, come assunzione di uno stilema d’aggiornamento di una scrittura poetica che parla dell’oggi con il linguaggio dei nuovi umani-post-umani di oggi.
      



      

di Cesare Milanese

 

 

1. Chiamiamolo pure “il cantore”, come dice di lui Marzio Pieri in postfazione (e in versi) ad Attraversando le barricate.[1] Infatti, la denominazione di “cantore” si addice al performer Marco Palladini, capace di una tale estensione di voce e intensità di penetrazione in chi, anche soltanto leggendolo, in effetti, lo ascolta.

Volendo rendersi convinti di ciò, fin da subito, riportiamo questi versi che potrebbero essere collocati a mo’ d’esergo dell’intera raccolta. È un esergo che contiene il tutto di questo libro: “Ci arrumbavamo nella Crazy Crisis / che razzola nei bassifondi di un Occidente / malato in stato terminale: qui è manifesta / la vera nekropolis di noi spiritual zombies / che ci dimeniamo nei night-club de le Néant… / poi fuori ci meniamo nel vuoto dell’infuturo.”[2]

Ebbene, tutto ciò che, da parte nostra, seguirà, non vuol essere altro che un commento “allargato” (niente di più) a questi sei versi, che si collocano in posizione programmaticamente e concettualmente centrale della raccolta sotto il titolo Materialisti a Matera.

Certo, l’appellativo di “cantore” ha un suono antico, che potrebbe apparire troppo antico se riferito all’intenso aggiornamento lessicale e “modale” utilizzato da Palladini, ma poi dovendo tener presente del recupero, proprio dell’antico, nell’era presente, da parte, per esempio, di un Paul Zumthor (riscopritore della validità permanente dell’oralità-oratorietà, proprio nel senso dell’eterna “cantabilità” della poesia), allora la figura di Palladini poeta s’inquadra perfettamente nella dicitura di “cantore” che gli può essere attribuita.

L’oralità, peraltro, è una via della performatività della poesia, ieri come oggi e oggi come ieri, anche se “depositata” come trascritta nella pagina dove la parola sarebbe, di per sé, ferma e silenziosa: ma anche così, se “agìta” performativamente, la parola stessa può essere fatta apparire mobile e sonora. Ed ecco allora, che il nuovo tipo di poeta, nel suo dover tener conto del processo della performatività, insita nella natura della poesia, si fa performer con i mezzi che la sua epoca gli mette a disposizione: ai fini dell’innovazione della poesia stessa, ovviamente, e a conferma della sua eternizzazione.

Comunque sia, per Marco Palladini, la performanza come sventolìo dei versi è sempre in testa: sicché i suoi testi “in pagina” devono essere considerati completi se percepiti anche come se fossero esposti “in voce”. Pertanto essi vanno letti come se al contempo fossero anche pronunciati. Tali testi, infatti, infatti, hanno già in sé (già in pagina) l’imprimatur del tono e del timbro dell’essere detti in una pronuntiatio già inscritta in essi, nella loro stessa lessicalizzazione, impostata, peraltro, con una “messa in voce” (sia fisica e sia mentale) tutta particolare: diretta, immediata e frontale, carica (ed ecco qui il principale “contenuto” semantico della “produzione poetica” di Palladini) di un’intenzionalità da “avversione”, peraltro apertamente conclamata.

È un’intenzionalità d’avversione che, da interna, si fa subito esterna all’indirizzo di “contenuti” di vita considerati a loro volta avversi: avversi alla vita e avversi al tempo stesso alla poesia che intende essere, come deve essere, per sua natura, una questione di vita, autentica. Si tratta, pertanto, in questo caso, di una poesia da “presa di petto” (barricadiera, infatti) della “situazionalità” dell’odierno, marcata dalla negatività nei confronti della vita, per l’appunto, autentica. Poesia da conflitto, quindi, che, come tale, non può e non deve che rimanere tale.

Ci sarebbe da dire: qui c’è dell’epos.





2. Ed è così che è. Ne rende conferma l’energia d’invettiva con cui Palladini si esprime nei suoi testi, non solo quelli della presente raccolta, ma anche in quelli di tutti gli altri suoi libri. Testi “a invettiva”, certo, giacché non solo per gli antichi, ma anche per i contemporanei, gli indignati sogliono essere produttori di versi. Tuttavia, si sa, che la sola indignazione non basta neanche a se stessa. Palladini, infatti, lo sa, per cui ogni sua allocuzione è sempre il portato di una sequenza che sa essere ragionativamente analitica, non solo emotivamente impulsiva e compulsiva.

Si tratta di una “ragionatività” raffinata e completa, giacché sa cogliere i dati, che costituiscono per lui i “contenuti” del suo sistema, in simultaneità sia nel versante della condizione storico-politica, sia nel versante della “situazione” esistenziale, che da tale condizione deriva. E lo fa, soprattutto, mai discostandosi dalla corporeità, dalla psichicità, dalla “spiritualità” (vale a dire dai lessici e dai linguaggi), che costituiscono la pregnanza della realtà nella sua più stretta attualità: perciò nella sua effettiva “situazionalità” concreta.

L’“odiernità”, quindi, è il suo tema, sui cui aspetti, sia di superficie e sia di profondità, egli ritiene di aver motivo di pronunciarsi in termini d’avversità, soprattutto in ragione del fatto che, in questo particolarissimo presente da “congiuntura” da realtà mancante “strutturalmente”, il conto storico non torna. Diciamo storico perché la storicità, essendo la sede specifica della politicità, è ciò che determina le tematiche di cointeressenza del poeta, il cui atteggiamento complessivo in proposito, come si è già detto, viene a porsi in posizione di un’antiteticità che palesa in pieno la propria aspettativa da conflagrazione possibile.

È a tale riguardo, allora, che l’adozione della metafora della barricata viene così a costituire il più appropriato correlativo oggettivo che vale a conferma di tutto un concetto complessivo, entro il quale, infatti, l’impresa dell’attraversamento (delle barricate, come dice il titolo) è esplicitamente indicativa della natura della cosa storica (perciò politica), in funzione della quale le barricate vengono, tradizionalmente, erette.

Tale cosa, in nome della quale le barricate vengono erette e vengono attraversate, dispone di tutta una serie di determinazioni, tutte peraltro declinabili verso una stessa direzione-intenzione: ribellione, rivolta, insurrezione, eversione, ecc. ecc., tutte “forme”, peraltro, ugualmente e variamente incentrate su un termine fisso che in sede storica, per l’appunto, fa da categoria generale e addirittura universale. Quale, infatti, lo è il termine di Rivoluzione.

Ebbene, questa è la Cosa che risulterebbe mancante nell’“odiernità”. Tanto è vero che è su questa specialissima assenza del concetto-chiave della dinamica politica della realtà che, di recente, si è venuti arzigogolando sulla “fine della storia”. Però, finita o no che questa sia, “qui”, nella poesia di Palladini (una poesia testimoniale di tale evento quale movente interno della storia stessa), la nozione basica di Rivoluzione resta costantemente in presenza come ipostasi costitutiva: per la semplice convinzione, tutta “interna” al sistema elaborato da Palladini stesso, che per il fatto di essere stata, essa potrebbe (dovrebbe) esserci sempre. Solo ipoteticamente, oppure anche realisticamente?

Faccenda questa che qui, in tale considerazione relativa al testo in questione, non farebbe questione, tuttavia, anche supponendo che la Cosa principale della storia, pur non essendoci più, almeno nei modi in cui è già stata, e avendo essa stessa, perciò, messo fine, con la sua fine, alla fine della storia, è in questa “situazione” da crinale epocale tra il prima e il dopo l’era della Rivoluzione “classicamente” intesa, che la “speculazione” di Palladini si attesta e anzi si “attestardisce”.

Si badi bene, però, “speculazione” tutta incentrata sul presente: tutta attinente all’indicativo del presente, posto sotto denuncia e ripulsa, senza scostarsene mai per indulgere alla consolazione di porsi fuori “situazione”. Palladini, infatti (e va detto a suo merito), non rievoca, non narra, non “recupera” il già stato: non si fa bardo che coltiva il nirvana della nostalgia o dell’utopia. Nei confronti della “situazione” data dal suo presente vissuto concretamente, egli si pone certamente in uno stato da “secessione” (un chiamarsene ideologicamente, psichicamente ed esistenzialmente fuori: un situarsi in disparte), ma lo fa restandone pur tuttavia “dentro”: restando cioè “in situazione” come solo modo per poter “averla vinta” su di essa, sia pure soltanto spiritualmente.

E questo, se non altro perché è l’etica da barricata, da lui adottata, che gli impone l’obbligatorietà a “battersi” con una simile dedizione da persistenza, perciò con prassi da resistenza, come con linguaggio corrente si direbbe.

 

3. Ciò premesso, l’attenzione di lettura può liberamente e ampiamente dedicarsi a cogliere una molteplicità di contenuti dai “significati” assai ampi, che già si possono individuare nei titoli delle sei sezioni della raccolta: Spirito del tempo, Strettamente personale, Ballando nel sottomondo, Musikal Musa, (No)Body Art, Eros pro nobis. Dentro le quali sezioni vige un lessico “laico” sgombro del tutto da “indugiamenti” su aure da “melos” e da pathos ploranti. Infatti, nessuna concessione a liricità edificanti e a patetismi consonanti: al loro posto, invece, la freneticità di una sonorità da stridore dovuta alla particolare vibratilità dei materiali linguistici usati proprio con questo scopo. Una poeticità tutta laica, per l’appunto.

Di conseguenza il “taglio”, fin dall’esordio, fin dalla prima strofa della prima poesia della raccolta, sarà di questa natura: “La memoria, ricorda sir Harold Pinter, / incomincia dal fondo, risale dall’oggi / al passato, ma a volte i suoi nodi / risultano così ingarbugliati che si forma / uno gnommero informe, indistricabile, / allora occorre procedere come / col proverbiale nodo di Gordio, / un colpo secco, un taglio netto et voilà / azzerare tutta la memoria / per non restarne per sempre prigionieri.”[3]

Questi versi si presentano sotto il seguente titolo, apertamente esplicito: “Memoria / Antimemoria: dieci tesi e antitesi (senza sintesi). Titolo che nella sua indicazione di “significato” andrebbe tenuto presente per tutta la lettura della raccolta: sia per quanto riguarda il senso da attribuire al concetto sintetico-antitetico di memoria/antimemoria (perfetta definizione del presente odierno, mancante di una sua sostanzialità autentica soprattutto perché in esso è assente ciò che in altri presenti del passato era sempre presente); e sia per quanto riguarda l’attenzione da porre circa il nesso problematico di “tesi e antitesi senza sintesi”. Altra definizione da ascriversi al tempo presente: tematica esclusiva e costante della realtà da ossessione, di cui questa poesia si fa dicitura d’avversione.

La parola che più si confà a “significare” lo stato di tesi-antitesi (senza sintesi) della situazione, per così dire ontica, di questo presente, l’abbiamo già trovata nella strofa dei Materialisti a Matera, che ci è sembrata costituire funzione da esergo esplicativo, dove la “situazione” (terminologia d’ascendenza sartriana), qualificata dalla Crazy Crisis del presente, quale bassofondo dell’Occidente, entro la quale gli umani (spiritual zombies) (noi contemporanei, peraltro: e chi altri se no?) si dimenano nei night-club de le Néant (e siamo di nuovo in terminologia da ascendenza sartriana).

Ed è così che veniamo a trovarci tra due polarità: il “senza sintesi” e le Néant, con un paio almeno di domande: che siano questi (il “senza sintesi” e le Néant) i due stati d’essere a cavallo della barricata odierna ad agitarsi al vento di qualcosa che non può non essere che un vento di guerra? Ma guerra di che? Infatti: “Dicono che è stata dichiarata una guerra / E tutti credono di sapere il perché / Ma quando la battaglia divampa / è evidente che nessuno capisce più nulla… è ufficialmente iniziata l’Era dei Tumulti / Le orde degli zombi risalgono mascherate le periferie / Assalto ai centri urbani: destroy ergo sum?”[4]





Mario Loprete, Black Power, 2011, olio su tavola, cm 75x150


Non è chiaro quali possano essere le specie schierate da una parte e dall’altra della barricata, la quale barricata, pertanto, costituisce una barriera che non distingue chi è pro e chi è contro e su che. Essendo strumentazione di una tesi-antitesi senza sintesi, la barricata è anche senza capacità di stabilire la “differenza” (in lessico derridaiano, questa volta) insita in essa. Senza capacità, perciò, di stabilire la “differenzialità” che intercorre nell’umanità indeterminata che le sta da una parte e dall’altra, intorno e sopra. A detta del poeta: un agglomerato di zombi, di teppa, di alienati, di alieni e di mutanti; e in questo, in cima alla barricata, il poeta stesso che la fa da fromboliere: un fromboliere banditore e arruolatore di altri possibili frombolieri, simili a lui?

A questo scopo egli dispone di un bando d’arruolamento, che è bene recepire attentamente in tutta la sua interezza: “Diventiamo oltreumani, liberiamo / il non umano, il dis-umano / che è in noi per emanciparlo / in laicangelo o marziano o venusiano / o uranide o plutonide (ma non mai / bombatomide) o h15St#K@8yΞ∞ / ipercreatura galattica polietilenica / lontana mille miliardi di anni luce / C’è così tanto, praticamente infinito / spaziotempo che non pare assennato / autocentrare il Tutto nell’umano / che è un nulla intinto nell’odio / ovvero nell’infrenato amore / e nichilistico del dio dell’odio”[5]

Le ha dette le due parole d’ordine del massimo del non ordine del mondo, che sarebbero il nichilismo programmatico e le Néant: questo secondo come conseguenza del primo. E qui, indubbiamente, la questione riguarda il punto di svolta specifico del presente scorcio d’epoca, in cui si sta compiendo il processo di transizione dall’umano al postumano. Dice il titolo del bando d’arruolamento citato: Non restiamo umani. E non si tratta di una metafora da fantascienza.

 

4. Ma è sempre nella metafora della barricata che viene dato di poter cogliere lo Zeitgeist in decorso: uno Spirito del tempo d’impronta situazionista alla Debord. Qui, anzi, torna a proposito ciò che Domenico Donatone scrive nella sua prefazione al libro: “A piene mani, ancora una volta, senza smentirsi mai, Palladini avvolge il suo pensiero nella matassa neo-storica del contemporaneo e trascina il lettore nel magma-mondo esistenzial-politico di un’era, quella attuale, (che risulta essere post-moderna, post-ideologica e post-umanistica) che determina la sua geografia insurrezionale e degradante.”

Resta con ciò, tuttavia, che il rinvio all’accezione della “situazione” quale appare con valenza prevalentemente ontologica in Sartre, risulti più comprensivo dell’accezione piuttosto sociologica quale appare in Debord e nei suoi circonvicini. Perché diciamo questo? Lo diciamo perché Palladini discorre da poeta: e un poeta è tale proprio perché non interviene mai da sociologo. Tanto più che Palladini, molto concretamente, non fa parlare discorsi che discutono, ma allinea e conglomera oggetti che stanno al posto di discorsi che definiscono. E questi oggetti (da paesaggio cablato dalla cibernetizzazione) vi sono presentati con i loro lessici d’aggiornamento: il che significa che l’aggiornamento che si riscontra in ambito poetico, risulta essere innovativo in termini di “significato” e in termini d’immagine linguistica.

Mentre l’energia sottesa a questa combinazione è ciò che imprime il carattere di una nuova poeticità a ciò che viene detto: i neologismi stessi, sia derivati dalla civilizzazione della tecnicità e sia desunti dall’esperienzialità delle generazioni, anch’esse nuove, che si aggirano nei paraggi della barricata.

Se questo è vero, allora vuol dire che Palladini è un poeta testimone di tutta una specifica generazione (apportatrice di…, ma al tempo stesso bisognosa di…), quindi ancora mancante, proprio in termini da “situazione”: la loro. Lui può farlo perché viene anche da altro; in questo caso il tribuno da barricata, facendosi oratore, si fa anche narratore: procede per apologo e per reminiscenza e in ciò chiama i suoi possibili sodali a mettersi in cerchio considerativo di ciò che è stato, giacché bisogna che, per essere in “situazione”, le realtà vissute continuino anche in ciò che verrà a costituire un’altra “situazione”.

È a questo proposito che la poesia Materialisti a Matera, da bella significante qual è, si fa “significato” di tutta una poetica: “Volevamo impattare il Foedus, vale dire / il patto originario della umana ispecie / che poi sarebbe, per noi, il vero peccato originale / Così, la raccomandazione era: state muti ma non immoti / So, move your ass and don’t scratch your balls” // Sognavamo non idilliaci soundscapes eterovaganti / nel Locus Solus, o approdanti nel cripto Isthmus / Salutavamo Jimi e la sua mi(s)tica fender stratocaster / un’arma bianca con multipedaliera / per polisonorità wah-wah a go-go / e skrecciate arcinoise a palla”[6]

Ecco qui un esempio probante della polisonorità, alla quale Palladini fa ricorso come assunzione di uno stilema d’aggiornamento della poesia che parla dell’oggi con il linguaggio dei nuovi umani-post-umani, di oggi, infatti. Questo per quanto concerne il lessico appropriato. Per quanto riguarda, invece, l’apporto appropriato delle analisi sulla fenomenicità di realtà in atto, c’è la puntualizzazione sui due autori già citati, Derrida e Debord: i “classici” della questione, filosofico il primo, sociologico il secondo.

Ne consegue: “Spettri di Derrida decostruiscono / il mio ingarbugliato mentale assetto, / il mio filosofico e non intrepido spirito, / la mia visione, forse ingenua e barbara, / di una vita che s’ingegna, si congegna / e s’indìa da sé per sé in vista / di un illuminato regno del Nulla”:[7]

Insomma è il Néant (dei filosofi) che ricompare.

E subito dopo, in Se mi Debord(o), che viene subito dopo: “è il gossip, oggi, l’oppio dei popoli / che accettano l’inaccettabile / che si narcotizzano con l’ars amandi ‘very oral’ / delle ‘casalingue’ da salotto telespazzatura / Chere merditigine / che alza oltremisura / i picchi degli share d’ascolto / I palinsesti si organizzano su queste ipostasi / di kako-antropologica vertigine su abissi di nulla.”

Ed è di nuovo il Néant (anche da parte dei predicatori).

Subito dopo, ancora, a far da trittico ben scandito, con le due poesie precedenti, un lussureggiante Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, pronunciato in nome di tutti coloro che scrivono; e qui l’autore, consapevolmente, non esclude se stesso: “Mon semblable, hypocrite écrivain.” Al quale, hypocrite écrivain, tacendo qui di tutto il resto, vien detto “che sei ladro d’anime, di false banconote / e di note stonate, che ti inganni da solo / e non provi perciò neppure il minimo horrore”[8]

Ed è così che la triade del le Néant, con quello degli scrittori, dopo quello dei filosofi e quello dei predicatori sociali, trova la sua completezza. È un Néant che si pone a epigrafe di un mondo “che è nevrosi e congiura, follia e pensiero”.[9] In tempi, come gli attuali, di “suicidio della rivoluzione”[10], è un Néant in più.

Sicché l’imbarco sui “ebbri battelli”[11] per la deportazione nel “fuori dalla storia” avviene con foglio di via (poetico): destinazione l’Algo-Mondo, dove sempre le Néant tecnologico riproduce, aggravato, le Néant antropologico lasciato alle spalle. Pertanto, stando così le cose, è impensabile configurarsi una via di scampo, anche se il poeta dice che: “Il mondo governato dagli algoritmi / non conosce Algos, il gran dio dei dolori / che ci fa umani oltre le equazioni incognite.”[12]





Senza titolo, 55ma Biennale Arte, Venezia, 2013


In realtà più che “non conoscere l’Algos”, il mondo governato dagli algoritmi non intende riconoscerlo: non intende dargli importanza. Non è il caso di dargliene, infatti, se all’era dell’umano è subentrata l’era del post-umano. Infatti, a ben leggere, questa poesia che ha per titolo Algo-Mondo si scopre che essa è più liberatoria che denunciatoria: “La velocità quantica dei numeri non risolverà / la basica lentezza della specie a prendere atto / della propria antropica e sgangherata atipicità / Così, balleremo analgoritmicamente / sulla nostra e genetica disfunzione / Ché ride e soffre, bestemmia e prega in noi / l’eterno e insatanato scimmione.”[13]

L’insatanato scimmione? Chi sarebbe costui? Questo ectoplasma rimasto ad abitare i luoghi del già umano: un preumano, un postumano? Il Godot residuo? Eppure c’era una volta la vita, ma anche questa sembra essersene andata: dileguata come un’Euridice. Lo si rileva soffermandosi su un possibile aspetto “interno” della poesia in prosa che s’intitola Billie: Billie-Euridice, che è già andata dove ogni Euridice è destinata ad andarsene, vale a dire nell’Ade della Solitudine, provenendo dall’angoscia, ma al tempo stesso anche andandosene nell’angoscia, provenendo dalla Solitudine: “Aveva una voce che era una fitta profonda, uno sfiato di velluto, come di lupa ferita, quasi morente… la Solitudine, diceva, è una festa dove sei l’unica invitata, e tu ci vai in abito da sera, profumo Angoisse nombre sept…[14]

Poi, ripensandoci, si scopre che la denominazione sotto la quale Palladini elenca le figure e le presenze di vita di sua predilezione, essendo quella di “avulsi”, questa Billie-Euridice (con la sua nostalgia di vita che, però, non c’è stata) risulta essere lei, come specie, un’avulsa. In Avulsi, della specie degli avulsi, iterando internamente il motivo continuo di “c’era una volta la vita”, si dice: “C’era estraneità, avulsità, autoesclusione / Proclamando il tempo della separazione / C’era la rivendicazione della dissomiglianza / L’orgoglio del non voler essere capiti // C’era in loro la folle purezza dei crociati / Il sentirsi denudati e immuni, incontaminati / C’era la chiarezza che accresce l’oscurità / Il tenace combattere in primis se stessi // C’era una plenitudine d’idee preconcette / E l’avida fame che si nutre di non-pensiero / C’era l’onda della negazione totale / e la contro-onda di un fideismo abissale // Esposti agli orrori della cronaca / E alle infamie ricorrenti della storia / Sventolavano le bandiere dell’iconoclastia / Ma l’homo sacer è, poi, la Via (o la disvia?)”[15]

Questa poesia per gli avulsi, va fatto notare, sarebbe stata scritta per i “nientistici” d’antan della Società Raffaello Sanzio, tuttavia nella categoria degli avulsi è dato d’intravvedere, con “ricordanza umana di una volta”, le figure di poeti, che hanno dato dimostrazione di essere stati poeti “tragici” d’oggigiorno: Massimiliano Chiamenti e Giuliano Mesa.

E qui scatta un ricordo di come analogamente Palladini, in precedenza, in La vita non è elegante,[16] si è ricordato, umanissimamente, di Victor Cavallo (un altro, pertanto, del novero degli avulsi). E qui ci soffermiamo, anzi ci fermiamo, mentre con empatia leggiamo per Massimiliano Chiamenti, suicida: “Di poesia si muore, caro Massi / ma ci si muove anche in una dimensione / perturbante e insaziabile d’infinito ritornare / sui propri passi vissuti o disvissuti / come sogno di una partita a scacchi / ad esito obbligato a cui si cerca invano di sfuggire.”[17]

E similmente per Giuliano Mesa, morto per morbo acerbo: “Ti ho sognato l’altra notte / ed eri giovane e bello con una tunica / da guerriero tagliata corta alla spalla / Come un samurai della parola / fascinato dalla seduzione della sedizione / fendenti fonetici secondo ali di farfalla.”[18]

 

 

 

 

Marco Palladini, Attraversando le barricate, Robin Edizioni, 2013, pp. 175, € 12,00

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Marco Palladini, Attraversando le barricate, Robin Edizioni, 2013

[2] Ibid., Materialisti a Matera, p.68

[3] Ibid., Memoria / Antimemoria: dieci tesi e antitesi (senza sintesi), p.27

[4] Ibid., New English Clash, p.35

[5] Ibid., Non restiamo umani, pp.40-41

[6] Ibid., Materialisti a Matera, p. 69

[7] Ibid., Spettri di Derrida, p.89

[8] Ibid., Mon semblable, p.94

[9] c.s., p.89

[10] Ibid., Mari Tormenti, p.73

[11] c.s., p.73

[12] Ibid., Algo-Mondo, p.75

[13] c.s., pp. 75-76

[14] Ibid., Billie, p. 101

[15] Ibid., Avulsi, p.81-82

[16] Marco Palladini, La vita non è elegante, Fermenti, 2002

[17] Ibid., Di poesia si muore, p.54

[18] Ibid., Onirico by night, p. 56




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