LUOGO COMUNE
BERNARDO BARATTI
Andando
con malinconia
dentro la città
delle donne


      
“L’orma di Ginolia”, uscito da Mobydick un paio di anni fa, è sicuramente il romanzo più importante e significativo del 67enne scrittore e psicanalista fiorentino. Il quale, come Federico Fellini in diversi film, si avventura nel ginepraio di un mondo femminile dove ritrova tutti gli archetipi del matriarcato, ma anche tutti i luoghi della seduzione erotica. Un mondo ‘altro’ pullulante di figure muliebri che si muovono in uno spazio amoroso-filosofico-metafisico lungo un plot che si potrebbe infine definire come un ‘poliziesco dell’anima’.
      



      

di Ernestina Pellegrini

 

 

Ho letto tutto quello che Bernardo Baratti, scrittore e psicoanalista, ha dato alle stampe – dall’Esordiente del ’96 ai racconti L’orma del fumo 1998, agli epistolari a carattere metafisico-surreale di Senza francobollo del 2008 – ho letto tutto e posso dire, senza ombra di dubbio, che quest’ultimo libro, L’orma di Ginolia (Mobydick, Faenza 2011, pp. 176, € 14,00), è il suo capolavoro, e vorrei cercare di dirvi perché lo è, perché questo romanzo mi ha colpito e interessato nel profondo, sin dalla prima lettura, che feci anni fa, quando ancora era in cantiere. Per leggere questo libro, ho dovuto e voluto levarmi gli occhiali dell’ideologia femminista. Non ho voluto aprire questo libro con l’atteggiamento dell’anatomo-patologo, ma ho voluto entrarci in maniera clandestina, come una spia. E mi sono incredibilmente divertita. Ogni uomo ha la propria stanza di Barbablù.

È un libro che avrei riconosciuto a occhi chiusi come opera di Baratti, sin dalle prime pagine. L’immaginario surreale, l’ariosità svagata di certi passaggi narrativi, l’eleganza ricercata dello stile, certi tic del suo protagonista, un uomo dai molti nomi e dalle molte carte di identità, un uomo che ricorda Cosimo Dunque dell’Esordiente, l’amore per gli epistolari, il plot di una letteratura fantastica di marca poco italiana (direi nordico-mitteleuropea). Eppure, L’orma di Ginolia è un libro anche diverso da tutti gli altri che lo hanno preceduto, perché è, per Bernardo – ne sono quasi sicura – l’Ur-libro, il luogo-testo da cui tutto ha avuto origine, la scatola segreta dove sorge e lievita la scrittura, un diorama algido, un manoscritto ritrovato nel sottosuolo della propria calotta cranica, uno spazio clandestino e sufficientemente buio, in cui il lettore può entrare in punta i piedi. Sulla soglia, al centro della copertina, un particolare folgorante del Silenzio di Füssli: l’immagine di una donna ripiegata su se stessa, i capelli spioventi a coprire il volto, una figura che si nega, sigillata nel bozzolo del proprio dolore e della propria impenetrabilità. Come scriveva Bachofen, nel suo memorabile libro sul Matriarcato, siamo di fronte “ a simboli che riposano chiusi in se stessi”.





Inizia così, sul pedale del silenzio, con l’immagine enigmatica ed eloquente di Füssli, un viaggio a rebours, struggente, misterioso, incredibile, un viaggio al di là dello specchio nella Città delle donne, che un po’ ricorda la goethiana discesa alle madri, ma anche l’iniziatico viaggio animico di Giovancarlo nella Pietra lunare di Tommaso Landolfi, ma anche ricorda il viaggio spaesante e regressivo di Jonathan Harker nei Carpazi in Dracula di Stoker, e molto più rimanda a un libro affascinante come L’altra parte di Alfred Kubin, che è – se ben ricordate – la storia di un viaggio in una città immaginaria, Perla, che è un mosaico di ruderi, di antichità, di avanzi corrosi del nostro passato: come Ginolia, una città artificiale, il sogno di un sogno, la concrezione friabile e commovente del rimosso, una messinscena perfetta, l’utopia agrodolce scaturita dalla grammatica del desiderio, di un desiderio legato a ciò che non è più, che forse è stato o non è stato, che ha lasciato quell’orma, la traccia di un vuoto. Sia ben chiaro – il titolo è esplicito – non si tratta tanto di un viaggio a Ginolia, quanto piuttosto dentro l’orma lasciata da Ginolia – impronte, tracce, odori del femminile – dentro e fuori di Sé, percorso animico, confronto junghiano con la propria anima, in un’atmosfera inevitabilmente decadente, in cui si può viaggiare solo a piedi o in carrozza; un’atmosfera fatta di nevrastenia, di musica, di pigrizia, di ozio contemplativo, di sensazioni sospese tra il mistico e l’estetizzante, tra il poetico e il morboso. Su tutto, su Perla e su Ginolia, si stende una amabilissima polverina grigia, che sa di nostalgia, di desideri infinitizzati e di malinconia.

Si pensa subito alla Città delle donne di Fellini, ma anche al suo Otto e mezzo, con le donne desiderate mandate in soffitta – harem da rigatteria sentimentale – e ci si ricorda dell’illuminante film M-Butterfly di Cronenberg, del prigioniero che riscopre in sé, con un maldestro travestitismo, in una proiezione transgenere, l’identificazione con quella donna interna che solo il desiderio di un altro maschio avrebbe saputo restituire. Sembra di sentire l’eco della poesia di Rilke intitolata La svolta: “ama per la prima volta la tua donna interiore, quella donna sempre desiderata e mai posseduta […]”. Approssimazioni grandiose quanto imperfette, genealogie obbligatorie per la nascita di Ginolia, approssimazioni tutte complementari verso quell’oscuro oggetto del desiderio, per dirla con Buñuel,  che infesta e tormenta l’immaginario maschile. Un immaginario, in tutti i casi, come è sempre nelle imprese del profondo, irrimediabilmente malinconico.

Ecco la parola-chiave, malinconia. Non c’è spazio in questo libro-mondo per gli scoppiettanti motti di spirito, per l’umorismo sarcastico e in fondo euforico dei libri precedenti di Bernardo Baratti, in cui il comico andava a braccetto col grottesco. Siamo qui nel reame del disforico, dell’occhiale malinconico, come avverte l’epigrafe in apertura di Ceronetti, il maestro del teatro degli invisibili, che coniuga, nella citazione scelta da Baratti, il femminile con la cifra dell’enigma, dell’inquietante assoluta alterità. Il brano di Ceronetti sulla malinconia, insieme all’immagine di Füssli, costituiscono il passpartout per entrare dentro l’affascinante matriarcato della Repubblica delle donne di Ginolia.

Ginolia è un mondo altro, ha la sua topografia, le sue mappe, le sue leggi, le sue architetture, i suoi paesaggi, i suoi interni, e tutto è descritto sin nei minimi dettagli e con gusto pittorico. La galleria dei personaggi femminili, da Livia a Dorothy, da Lodovica a Lovilda, dalla dottoressa Elli alla suora, dalla prostituta alla donnina minuscola vestita di nero, dalla mitica Vivien fino alla cucciolona di pastore tedesco chiamata Lady, sono tutte in qualche modo “regine” (femmine che il lettore amico di Bernardo può poi cercare di smascherare anagraficamente nelle lista delle donne ringraziate in exergo – dalla sorella Ornella alla moglie Gianna, alle amiche, alla psicoanalista Bianca Garufi – per rimanere nell’ambito di una rassicurante cartografia di superficie), donne concrete e immaginarie che disegnano una fantasmagoria potente della femminilità che fa pensare subito, come corredo iconografico al film La città delle donne di Fellini, che in una intervista a Lietta Tornabuoni, su “La Stampa” nel 1980, diceva:

 

Mi sono sempre completamente arreso alle donne, sto bene unicamente con loro: sono mito, mistero, diversità, fascino, tensione di conoscenza, sguardo per vedere te stesso. Sono tutto, le donne.





Marlene Dumas, Senza titolo, 1999


Donna, femminilità, femminile interno, Ginolia, Ginepraio, Ginodea (“con il suo carico di erudizione marginale”). Donne diafane come spettri, donne intellettuali in cui la mente è il centro dell’attrazione, donnone smisurate secondo l’immaginario bulimico del dopoguerra, donne tutte corpo e donne senza corpo. Archeologia del materno, archeologia dei misteri indomabili della seduzione, che rimanda sicuramente anche agli studi interessantissimi di Marja Gimbutas sulle civiltà del Matriarcato. Ma rimanda anche, senza nominarlo, a qualche aforisma maligno di Karl Kraus, come quello: “Un uomo desidera per tutta la vita una scarpa di donna e deve accontentarsi di una donna intera”. Volti, luoghi, negozi, biblioteche, tutte nella declinazione in A. Si accampa, insomma, in Ginolia, una vera e propria geografia, una geografia del tutto interiore, col labirinto delle fate, l’Eremo di Pascura, il Museo dei Pensieri, in cui Fellini/Snaporaz e Baratti/il Rimandai Faustino (o il Sauro Fissai, o il mitico Lui, nei tanti altri pseudonimi e travestimenti in cui l’io narrante fa la sua comparsa) si aggirano, affascinati, spaventati, curiosi, intrappolati, in fuga, attratti da uno spazio erotico-filosofico-metafisico , vengono amati, respinti, sedotti dalle tante incarnazioni di Afrodite, Pallade Atena, Artemide, Amazzoni, Erinni, Arpie, dee, ninfe, fate, streghe, Grandi Madri; e avanzano, lo Snaporaz e il Rimandai Faustino, da veri e propri “sudditi”, da cittadini onorari, e qui invecchiano, tornano bambini, fanno l’amore e diventano uomini, misurando l’intensità e l’ineluttabile distanza di un femminile totalizzante, fino alla figura incombente di nostra Signora Morte, cioè la figura spaventosa dell’Irrapresentabile. Mi vien da dire che forse, anche per tutto questo, la voce narrante ha un timbro, un qualcosa, una musicalità, ecco, declinata sulle note dell’imprendibilità e della clandestinità. L’orma di Ginolia è un libro di clandestinità.

Crudeltà, pietas, oggetti mentali desueti, una temporalità scandalosa perché legata al rischio che minaccia ogni bellezza e ogni sapere, donne da amare o a cui assomigliare: ecco, alcuni ingredienti di un libro insolito, che un po’ è un romanzo, un po’ un autodafè, un po’ ancora un trattato sul femminile e sulle relazioni fra i sessi. Mentre leggevo, mi chiedevo? Perché tanta emozione, perché tanta commozione? Davanti a che cosa, poi? Non ai fatti, alle morti, alle sofferenze raccontate di tanti destini sciupati di donne, non alle immagini sfocate delle loro storie, mi commuovevo. Mi commuovevo invece, davanti alle loro interpretazioni. Ma su questo tornerò tra poco, in chiusura, perché è il nodo fondamentale della mia lettura dell’Orma di Ginolia.

Baratti, in tutti i suoi libri, più che mai con questo libro, come l’amato Beckett, come il consanguineo Tabucchi, come Pessoa, è “un baule pieno di gente”, si allontana dalla prospettiva del realismo, di un piatto realismo mimetico, per una dimensione onirico-fantastica in cui, nella cartapesta elegantemente retrò del fantastico, guizzino umili lampi di verità (la sola letteratura che gli importi, a Bernardo, col suo bottino di tesori interiori). Ho sempre pensato che Bernardo abbia fatto lo psicoanalista per il bagaglio di storie che i suoi pazienti gli portavano nell’antro della stanza analitica. Mi sbaglierò, ma è quello che ho sempre pensato. Non è la letteratura a servizio della psicoanalisi, ma è la psicoanalisi a servizio della letteratura. I suoi libri si muovono in quella zona intermedia e di confine che Julia Kristeva ha denominato Le Vréel. Ne è nato un libro in perenne penombra, in controluce. I suoi personaggi/voci hanno diversi gradi di intensità e di durata, ma non si staccano dall’ombra proiettata dalla persona del protagonista che dice io,  riflettono la polifonia dell’anima umana, anzi di quella particolarissima anima umana fiorita fra il 1945 e oggi; esprimono una nostalgia che non è solo quella per il passato, come è ovvio, esprimono una nostalgia più sottile, quella per il possibile, per ciò che non è stato o non si ricorda; frequentano il luogo/tempo simbolico dell’irreversibile. Il tragitto si chiude, infatti, nell’Orma di Ginolia, sulle iscrizioni di una lapide tombale (ma non c’è nulla di tragico, perché in ogni vera intelligenza c’è una doppia vista, che contempla la felicità vissuta, la felicità vietata e l’infelicità necessaria, l’ineluttabile fine di tutto, mettendo tutto sullo stesso piano della vetrina). È il processo assieme ontologico e obliquo di quella che i portoghesi e i brasiliani chiamano la saudade, consentendo l’intesa fra coloro che sanno percepire e sanno dire l’effimero – questi gli unici veri lettori di Ginolia – e hanno la rilkiana capacità di capire e di portarsi dentro la propria morte, la morte percepita come “l’altra metà del frutto”, come “lo spazio interiore del mondo”. Anche per questo L’orma di Ginolia appartiene a quella che già Tomasi di Lampedusa giudicava la sola grande letteratura, quella dell’implicito.

C’è un preciso plot, nel romanzo, che non voglio svelare, un plot psicoanaliticamente  interessante, letterariamente perfetto, che fra colpi di scena, agnizioni, sorprese e strategie sapienti di affabulazione, conduce il lettore, tenendo sempre alta la sua attenzione, fino alla fine, alla scoperta del fatto che spiega e scioglie tutto, come in un poliziesco d’anima. Però, mi sia permesso di dire che il valore di questo libro supera la maestria della trama, la ricchezza estrosa ed esplicita del plot, perché ciò che ha catturato la mia ammirazione di studiosa di cose letterarie è il doppio registro del commento, della riflessione, che è un piano superiore e speculare alla trama: è una zona metaletteraria, in cui  si fa in modo che sia lo speculum dello psicoanalista a filtrare ciò che accade e che rimbomba dentro la mente, dentro l’anima del proprio personaggio, inutilmente bugiardo, inutilmente difeso, inevitabilmente amabile e inconsapevolmente seducente. Un personaggio arreso, strategicamente passivo, che si lascia travolgere come un turacciolo di sughero dalle onde caotiche e impulsive di un femminile ferito e primigenio, e dalle lunghe ombre scaturite dalla sua visionarietà ipertrofica. Il protagonista, a un certo punto, a pagina 111 dice: “io non sono un personaggio reale ma un uomo inventato, anche se ho tutta una mia bugiarda credibilità, ho memoria, desideri, sensazioni, percezioni, emozioni, capacità, logica, discernimento, ambizione e altro ancora”.





Donato Linzalata, Amplesso, 2011, cm 200x130


Che cosa è l’io nel romanzo?  Spettatore travestito da se stesso, l’io che si narra, in fondo siede come al cinema, o al teatro, nel buio e nell’isolamento della platea. La scena, in quanto fiction, offre la possibilità di vedere senza essere visti. Nella transizione, nel torpore nella destrutturazione identitaria, lo specchio si scinde e sdoppia narcisisticamente la propria identità, che facilita il bisticcio mirabilmente coniato da Marshall Mc Luhan. da narciso a narcosi. L’io pronome di Baratti, dunque, io mercuriale e postnarcisistico (così come si dice postmoderno), è così una potente posizione d’equilibrio, in un sistema letterario in cui – si faccia attenzione – l’uso dell’aggettivo non è mai scontato, è anzi un asse portante della scrittura e della stessa trama, e dice assai più del sostantivo, in una rete di congiunzioni e avverbi, quali “ma”, “se”, “forse”, nella quale si impania ogni certezza e ogni sicura referenzialità.

Non dico altro, voglio solo alludere a questo mistery-tale che ognuno ha il diritto di leggere come crede, nel dritto e nel rovescio della trama, perché è ovvio che questo racconto ha un dritto e un rovescio. È ovvio che io sia stata attratta soprattutto dal rovescio, dal versante dell’ombra, da quella zona metaletteraria, a cui alludevo prima, e  che mi è entrata dentro fino alle parti più emozionabili e commosse, una zona di cui vi do solo l’assaggio di una citazione:

 

Ho avuto molte relazioni amorose. Amorose? Storie d’amore? Diciamo che ho avuto molte donne […] un erotismo soprattutto intravisto, grondante desiderio e che al mio ingenuo Io onnipotente paiono sussurri e preghiere che implorano una felicità fisica. E così fonti di enorme risonanza emotiva sono per me la voce, il sorriso, l’andatura, la calligrafia, la gestualità. Il modo in cui una donna accompagna con gesti le parole. Devo anche ammettere che tutte queste donne che ho posseduto non è che abbiano avuto per me un loro spessore singolare, individuale. È come se fossero state una sola, un solo volto che io ho visto da angolature diverse. […] Non ne è rimasta una sullo sfondo né una in rilievo ma tutte più o meno sullo stesso piano. Dopo una breve conoscenza diventavano amanti ma in quel momento sentivo come uno scarto, come se scendessero subito di un gradino, non so. […] Il desiderio più grande, insomma, quello di sentirmi interamente… colmato da una donna… riempito fino all’orlo, non è mai stato esaudito. Mai. Così per lo meno mi sembra che sia stato. Anch’io così per loro, forse. Senza spessore, senza individualità, senza unicità. […] Come se tutto fosse dominato, intriso di fragilità. Tutti troppo deboli per essere amati, in un’esistenza fondata sulla precarietà. A meno che l’amore non sia per una figlia, una madre, una sorella, o un figlio, un padre, un fratello, un amico. Io forse credo in un’ideologia debole degli affetti sessuali e sono io stesso oggetto di una ideologia debole (pp.137-138).

 

Un percorso, dunque, che risponde a ciò che chiamerei “l’artificio della regressione”, un viaggio avventurosissimo all’interno dell’alterità femminile, un itinerario che significa anche un’espansione della coscienza e una esplosione di creatività e pacificazione interiore, che vuol dire poi maggiore capacità di amare, estesa anche ad altro [la barca a vela, le passeggiate, il poker, “come se – dice il protagonista – il corpo e il gioco iniziassero ad aver diritto a partecipare alla mia vita e potessero limitare la forza dell’intelletto” (pp. 161-162)]; un itinerario che indica la possibilità, insomma, di avere metaforicamente e emotivamente “un trapianto di cuore” (p.164). Forse per questo, in questo meraviglioso libro sulle mirabilia feminae, in cui si lascia infiltrare anche una piccola dose omeopatica di inevitabile misoginia, l’ultima parola, l’ultima voce, nelle ultime pagine, con un coup de teathre forse sin troppo esplicitante, è quella della sorella gemella perduta, quell’indifferenziato lui/lei/lui, recuperato nel ricordo della felicità comune del loro mondo acquoso:

 

Sono così poche le cose che sappiamo di noi mentre molte delle cose che ci riguardano le sanno solo gli altri e le sapranno sempre gli altri. Forse è anche bene, e va a finire che uno di se stesso sa sempre molto poco e quel poco lo conosce per come si è pensato e visto dal suo oscuro soggettivo bugigattolo (p.172).

 

 




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