LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

 

 

L’amatore d’arte

 

 

L’amatore d’arte deve giudicare due opere. Lo vediamo seduto di spalle. La testa rasata, come va di moda al momento. Emergono dalla spalliera le spalle e la testa attondata.

La prima opera che gli viene messa davanti è una cornice stretta e alta, un semplice quadrangolo di legno, intorno a un campo bianco gesso. In questo campo, lateralmente, affiora e si dischiude un sottile sportello ligneo, e da questa angolazione interna si affaccia una sagoma, vagamente umanoide, anche bianca, ma che prende risalto in quanto il campo bianco su cui posa e che va invadendo scurisce in una foschia lungo il suo profilo.

Non è facile una sagoma umanoide che dia ancora qualcosa di inedito dato che a ogni centimetro di incertezza del profilo si cade in una ripetizione più o meno insulsa del già visto. E quindi l’autore, senza che se ne senta l’impegno, dato che il risultato si presenta come una naturale forma immediata, deve aver sofferto intorno a questo profilo, essenziale animangolo, anche tuttavia con una sofferenza elusa, da sonnambulo che torna ogni tanto al risveglio.

Ma non è solo questa in sé l’idea dell’opera. L’idea, ovvero l’intento per il concetto come emozione, è l’apparire, all’esterno del lato destro della cornice, della stessa sagoma, in un ingrandimento sviluppato di soppiatto. Un’eco della figura, che quindi bisloca l’attenzione mantenendo un interrogativo che risponde in sé, nel tempo inesauribile contenuto nella chiarezza dell’immagine stabile sfuggente.

Viene poi presentata all’amatore la seconda opera. Gli viene messa davanti una cornice dello stesso tipo e dimensione dell’opera di prima. Ma è soltanto la cornice, vuota.

L’autore si informa. “Quanto vale sul mercato quella di prima?”.

“Ma, diciamo tremila, per ipotesi, ma può con molta probabilità rimanere invenduta”.

“E quest’altra?”.

“Intorno a centocinquantamila. Ma la quotazione è in salita, potrebbe arrivare a duecento, duecentocinquanta. E di sicuro tra qualche anno salire vertiginosamente in quanto…”.

È bella questa seconda opera, afferma in sé l’amatore. E ne apprezza con emozione il perimetro prodigioso, e più la guarda più ne rimane avvinto.

Tenendo conto che questo amatore è sostituibile. Nella globalità innumerevoli altre teste attondate sovrapponendosi l’una all’altra sarebbero avvinte dalla stessa opera. E questo gioco, nella piega del presente, prevede lo sguardo sul futuro.

Una voce, dietro la testa dell’amatore, sussurra. “Questo rettangolo di vuoto è la tua bara”.

Ma è una voce che non si sente.

 






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