LETTURE
RENZO PARIS
      

Cattivi soggetti

 

Roma, Iacobelli, 2013, pp. 176, € 15,00

    

      


di Gualberto Alvino

 

 

L’ami de tout le monde

 

Il sedicente sodale di quasi tutti i letterati italiani Renzo Paris dà alle stampe non per la prima, non per la seconda, ma per la terza volta, come se una non fosse assai più che sufficiente, i suoi Cattivi soggetti, operina di nessuno spessore nella quale «l’intellettuale del Sessantotto» (così l’Autore, incarnazione dell’umiltà, si autodefinisce) espone i proprî casi personali in una lingua piatta, noiosa, grammaticalmente e lessicalmente periclitante («dismessamente» per dimessamente; «reincontrare» = rincontrare; «E si» per Eh, sì; «dai» = dài; «contestare i film proiettati dall’interno» per contestare dall’interno i film proiettati; «deretani perennemente innaffiati di donnone grasse» in luogo di deretani di donnone grasse perennemente innaffiati; «Roma settantatreina»; «lottacontinuotto»…) e inverosimilmente inzeppata di dettagli peregrini e soverchî, come negli elaborati delle serali («La mattina del rapimento di Aldo Moro mi ero recato [recato!] in una cartoleria per acquistare un nuovo nastro [notizia: i nastri si acquistano nuovi, non vecchi!] per la mia Olivetti lettera trentacinque [non ventidue, si badi]. Stavo pregando la signora di darmelo di cotone per favore, perché quelli di seta si bucavano in mille punti e dovevo buttarli quasi subito [non di seta, per carità!], quando entrò il marito con l’aria trascesa [trascesa?]. La radio aveva appena annunciato che avevano ucciso Aldo Moro, anzi no, che lo avevano rapito [arduo cogliere il nesso tra la cartoleria, la macchina da scrivere, il nastro di cotone e l’assassinio dello statista democristiano]»), nella patetica illusione di fornire uno spaccato originale ed emozionante dell’estremo Novecento letterario italiano (Gli ultimi fuochi del Novecento il pretenzioso sottotitolo).

    

Trattasi, in realtà, d’un maremagno di ciàccole e pettegolezzi privi di qualunque valore storico e documentario («Antonio Veneziani era andato a vivere a Bologna con un avvocato e una ragazza, dentro un vortice a tre fra i più scatenati. Aveva lasciato Roma a malincuore. Vi era stato costretto da una storia d’amore con una lesbica finita male»), di confessions da maudit  “de noantri” che sarebbe eufemistico dire insoffribilmente enfatiche («Tremai di desiderio [sic!]. Mi masturbai più volte appena scese le scale. Prima sulle sue nudità poi su quelle dei quadri del padre»), nonché di rivelazioni talmente improbabili da toccar vertici di comicità non meno involontaria che irresistibile («So di coppie che si divisero per la Morante [!], di gente che per lei si impasticcò [!!]»).




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