FILOSOFIE DEL PRESENTE
SAGGIO FILOSOFICO-LETTERARIO (2)
Teoria e prassi
antagonista
del ‘poetic general
intellect’


      
La seconda parte di un’ampia dissertazione che intreccia complesse categorie scientifico-matematiche e sofisticati meccanismi cognitivo-digitali con una riflessione sulle modalità e le dinamiche del linguaggio pluralizzato della poesia, inteso come avanguardia del ‘noi’, come produzione di autovalorizzazione di atti di parole collettivi radicalmente oppositivi nei rispetti dell’odierno capitalismo linguistico coi suoi dispositivi biopolitici e di biopotere mercificante.
      



      


di Antonino Contiliano

 

 

Poesia, significante non mercificabile né digitalizzabile

 

Il linguaggio poetico e la sua capacità di azione dirompente, la sua astrazione particolare quanto la sua stessa capacità di  mettere in moto immaginazione e ipotesi come altri punti di vista, come si verifica nei processi degli “esperimenti mentali” scientifici e della stessa astrazione matematica, è cosa da non sottovalutare come modo di agire, conoscere, comunicare e con-astrarre immaginativo fra loro diversi, oppositivi e alternativi. L’astrazione, più dell’intuizione, permette sia alle scienze quanto alla poesia di escogitare e ipotizzare versioni nuove e alternative di realtà, che, sebbene contaminate dalla logica fantastica e ana-logica, non perdono mai di vista le possibilità di realizzazione e applicazione (docet, per esempio, la storia dei numeri immaginari e delle città utopiche).

L’utopia, in quanto un modo diverso di fare ipotesi, non interessa meno le scienze e la poesia, se, e non a caso, le stesse godono dei risultati dei procedimenti ana-logici a partire da un punto zero/vuoto – il presupposto – per la conoscenza simbolica e l’azione. Rifiutare il sapere precostituito, tutelato dal principio di autorità, per guardare liberamente e direttamente la realtà è condizione preliminare per avanzare nuove ipotesi. È come fare un esperimento nel vuoto e costruire su un terreno vergine dopo avere eliminato – scrive Maria Moneti – gli elementi che ostacolano:

 

come la scienza costruisce per i suoi esperimenti condizioni artificiali, e cioè il vuoto ottenuto dall’eliminazione di tutti i dati che non concorrono alla spiegazione di un fenomeno, così l’utopia costruisce il suo esperimento immaginando eliminate tutte le situazioni di eventuale disturbo e costruendo su un terreno vergine, isolato da influenze esterne di qualsiasi genere: un’iso­la, un luogo inaccessibile, un posto in cui si possa costruire del tutto ex novo. Anche l’utopia sceglie una ipotesi e sviluppa solo quella, unilateralmente, senza preoccuparsi di interferenze. Questo sperimentali­smo è proprio dell’utopia non solo nel suo aspetto puramente teorico, ma anche nelle sue intenzioni pratiche, quando ne ha esplicitamente: propone cioè di cominciare per piccoli insediamenti, in condizioni ideali di isolamento e cominciando da zero. Il progetto utopico, come l’espe­rimento scientifico, vuole essere un modello: in prima istanza non è in questione il suo rapporto con la realtà, la sua corrispondenza o, nel caso dell’utopia, la sua realizzabilità. Per sua natura l’utopia è radicale, presenta cioè un progetto di rifondazione totale, non tentativi di riforma o di accomodamento dell’esistente; questo è, almeno idealmente, can­cellato e semplicemente sostituito con qualcosa di essenzialmente diverso. L’utopia nasce dall’illusione di poter portare all’interno degli eventi umani lo stesso rigore e la stessa chiarezza che vigono nel campo delle scienze naturali, e questo non solo sul versante della conoscenza, ma anche su quello operativo: l’utopia si propone di razionalizzare il mondo umano-sociale, di eliminare quello stato di disordine e accidentalità che deriva dall’azione spontanea e non coordinata di molti individui dall’imprevedibilità delle situazioni, dalle passioni umane, e di ridurlo allo stesso rigore (organizzazione, prevedibilità, razionalità) che vige nel mondo fisico. Il carattere scientistico e astratto dell’utopia è anche rinve­nibile nella sua convinzione che sia possibile riprodurre all’infinito la struttura modulare della cellula iniziale senza che l’aumento quantita­tivo produca elementi nuovi e salti qualitativi.[1]

 

Così, ora, in questo contesto di critica radicale e di moltiplicazione delle relazioni, dovute al mescolamento delle culture e dei popoli, la plasticità della lingua poetica e la sua patente e latente “creoliticità”, grazie alle ibridazioni migratorie e multiculturali, che attraversano le identità dei soggetti singolari, si sono solo ulteriormente aggrovigliate di relazioni multiple potenziandosi come pratica e identità significante plurale. Non più l’identità che vede l’altro come un alter ego, bensì come un eteros o ego alter e il “noi” come intreccio – textum – di queste singolarità sociali diverse (plurali), le quali praticano la ‘differenza’ come universale e la comunicazione irriducibile all’alfanumerico del linguaggio digilizzato univocizzante. L’informazione, idem quella poetica, rimane sempre complessa e richiede lentezza più che velocità o accelerazione immediata. Il contrario, e oppositivo, di quanto oggi programma la società del virtuale e del simulacro elettro-digital-capitalistico.

In tempi in cui le correnti migratorie globali mescolano identità e culture diverse, le scritture, dice Francesca Medaglia, richiamando Èdouard Glissant (Poetica del diverso, Meltemi, 2004), si contaminano e si creolizzano, e la critica letteraria non può non

 

riformularsi ogni volta in relazione a nuove filosofie, a nuovi contesti sociali e ambientali. Le differenti culture, nel mondo contemporaneo, si pongono profondamente in relazione tra di loro e, nel compiere questa operazione, si mescolano in un continuo scambio di prospettive: la letteratura oggi nasce dalla relazione e dal continuo dialogo tra culture. La letteratura, animata da nuovi stilemi narrativi, propone focalizzazioni multiple, che vengono contaminate profondamente dalla continua dialettica tra gli attori sociali. […]. Spesso le opere contemporanee, nate da un mondo globalizzato e mondializzato, si costruiscono, quindi, attorno al problema della ricerca dell’identità: da una parte come conservazione, attraverso la memoria, delle proprie radici, dall’altra come perdita di se stessi nell’altrove, in ultimo come identità “creola” e mescolata. […]. La creolizzazione è sempre una manifestazione del barocco, in quanto, essendo questo una forma di anti-classicismo, sottolinea che non esistono pensieri universali. In questo senso “ogni valore è un valore particolare che deve essere messo in relazione con un altro valore”, a sua volta particolare: ne deriva la conseguenza che non esiste “alcuna possibilità che uno qualunque di essi possa legittimamente considerarsi o presentarsi o imporsi come universale”.[2]

 

Del resto viviamo e scriviamo in un tempo in cui il “comune” della lingua e dell’ordine simbolico-formale è uno scenario multiculturale che ha messo in crisi i cosiddetti limiti “naturali” di ogni linguaggio. Gli elementi costitutivi dell’odierna società dell’informazione, infatti, sono sia quelli del mescolamento delle culture e dei linguaggi del cum-finis, sia quelli del “taglio” climatico del “tempus”. Una “contaminazione dei linguaggi, meticciaggio di generi e di razze, ibridazione generale dell’essere”[3] cui l’arte moderna o del “regime estetico” (e il metodo del montaggio che contrasta con quello delle gerarchie dei linguaggi), come scrive Mario Pezzella a proposito di “Politica ed estetica in Jacques Rancière”, ha dato nome di “grande paratassi”:

 

L’arte moderna è caratterizzata da una «grande pa­ratassi», in cui ogni atomo del reale può affiancarsi ad ogni altro, qualsiasi linguaggio espressivo può ibridarsi con ciò che sembrerebbe ad esso incompatibile: «La legge del profondo oggi, la legge della grande paratassi, è che non c’è più la misura, non c’è il comune. E il comune della dismisura o del caos che fornisce ormai la sua forza all’arte». Ogni gesto corporeo, ogni frammento di realtà, possono essere diretta incarnazione di un’idea; la quale a sua volta può esporsi in qualsiasi materiale, trasformandolo in traccia di sé: «L’arte dell’epoca estetica tende a identificare il proprio po­tere incondizionato con il suo contrario: la passività dell’essere privo di ragione, la polvere delle particelle elementari, il sorgere originario delle cose...».[4]

 

In questo mondo dei frammenti e dei linguaggi che li ‘costellano’ per esprimerli, il pensiero incorporato e l’azione antagonista che vuole cambiare lo stato di cose presente, la cultura, la scienza, la conoscenza, la mente, le passioni e i messaggi, veicolati attraverso i segni e le immagini, permanentemente rivoluzionati e risignificati, sono diventati allora la vera forza produttiva contemporanea. “Il linguaggio non è più solo una forma di espressione ma la sola forma di produzione dell’umano e del suo ambiente. Il linguaggio dunque è il modo d’essere dell’essere comune”[5]. Il sapere, che il linguaggio porta, è diventato bene comune e in quanto tale “capitale costante” o po(i)etic general intellect che, in quanto pluralità e molteplicità, non può essere svilito.





Anna Boschi, La vita vera, 2012


È come assumere un altro sistema d’osservazione creando un ponte e una griglia per far parlare la molteplicità degli elementi – presente in un testo di poesia – con l’agglutinato di immagini, parole, logos, ecc. Il concentrato cioè della potenza d’uso del linguaggio-pensiero-azione nell’“istante” della simultaneità della poesia; il testo che, poi, facendosi sistema segnico-simbolico o macchina linguistica formale (comune sia al dis-correre della logica della matematica che a quella del di-vertere della poesia), si distende nella significazione frammentata e articolata allegorizzando i nessi detti e non detti. “L’analisi del pensiero – dice Foucault   è sempre allegorica in rapporto al discorso che utilizza”[6], in quanto una lingua è sempre un sistema di enunciati possibili e realizzazioni finite in divenire. Per cui, sebbene  l’“enunciato” dato sia quello e non un altro,  il problema del pensiero – sia il testo un discorso che una poesia o una “formula” – è di sapere cosa veramente fosse detto in quello che si dice e si scrive, o non si scrive e si lascia in potenza e nei frammenti. E l’allegoria dei frammenti; i frammenti che sono “nel pensiero ciò che sono le rovine nel regno delle cose” (W. Benjamin), e che non possono non avere  rapporti di lettura e decifrazione con la realtà con cui sono in contatto senza tener conto delle diverse discrasie che rompono la corrispondenza tra fatti e modelli. I rapporti, specie se inerenti alle analisi e alle valutazioni culturali-politiche e sociali, e prima ancora all’interno della rispondenza tra nomi e cose, solo per cecità possono essere dati adeguati e senza opposizione o antagonismo. Un grado o più gradi di crisi sono sempre nel conto dei processi.

È un’opposizione conflittuale possibile, perché nei saperi e nelle pratiche significanti, come quelli dell’arte e della poesia, la soggettivazione immaginaria, conservando un valore esistenziale d’uso differenziale multiplo e ibrido, non identifica la realtà e la temporalità delle singolarità molteplici con il dominio unico, astratto-depoliticizzato e univocizzante delle immagini, delle parole e delle frasi-immagini del capitalismo cognitivo-immateriale della rete e dei suoi algoritmi finanziari.

Qui, infatti, i modi d’essere della moltitudine delle singolarità sociali sono privi di corporeità e di tempo concreto (il forcluso dal simbolico, direbbe Lacan) e considerati solo “nodi” d’informazione destoricizzata e desocializzata; perché il tempo, nell’epoca bit dell’informazione, è schiacciato sullo spazio dei nodi del reticolo bidimensionale virtuale (un de-materializzato che, tuttavia, è anche privo della stessa terza coordinata cartesiana) è identificato con l’onda trasportatrice fluida e senza attrito. È quell’onda che più si avvicina alla velocità della luce, più si contrae come spazio rettificato bidimensionale; motivo per cui i punti lineari del “passato”, “presente” e “futuro” si contraggono in un unico istante informativo virtuale, alla stregua delle lunghezze, larghezze e profondità della geometria piana quando si incontrano con la teoria della relatività e gli osservatori in moto.

Diverso è il tempo immaginario della poesia. Qui più addensa l’informazione (violando persino le stesse grammatiche normate) e più questa ci dice che le forme simboliche non esauriscono e/o non finiscono il tempo reale e l’area della sua significanza. Ogni porzione d’informazione inclusa/chiusa nelle forme, di per sé, comporta, l’esclusione – la non cattura – di quanto non trova posto sia nelle categorie che nei modelli che li mettono in moto, ma non per questo perde di valore. Il suo “istante” temporale conserva quella complessità tipica che è dell’esistente concreto ed è tale, dice Bachelard, che si può dire un insieme di simultaneità. Un mix aseico, quello della poesia, e tale che l’“istante” aggrega una parola molteplice per scagliarla e rompere la continuità delle cose (G. BachelardL’intuizione dell’istante / La psicoanalisi del fuoco). La poesia è una simultaneità essenziale di istanti discontinui. Una simultaneità “in cui l’essere più disperso, il più disunito, conquista la sua unità… Dapprima, battendo su parole concave, fa tacere la prosa o le risonanze che lascerebbero nell’anima del lettore una continuità di pensiero o dei mormorii. Poi, dopo le sonorità vuote, produce il suo istante. È per costruire un istante complesso, per annodare su questo istante numerose simultaneità che il poeta distrugge la continuità semplice del tempo concatenato”[7].

Il tempo della poesia, in altri termini, crediamo, mantiene piuttosto un rapporto di correlazione con lo spazio e l’esistenza delle cose e delle vite come materia/energia/informazione che ne curva l’intersecazione, ma senza fissa connessione. Usa il montaggio in itinere. Il tempo “immaginario” della poesia, analogamente, è come il gemello dei numeri immaginari – “i” allorquando, nella teoria della relatività speciale e generale (la “poesia” matematica dell’universo), l’accelerazione della velocità spinge la materia/energia/informazione oltre i limiti canonici (trecentomila kilometri al secondo), simulando la scena sul piano delle coordinate di riferimento della teoria.

È proprio qui, in questo modello dei numeri “immaginari”, infatti,  che, abbandonate le misure del tempo in termini di numeri naturali e reali, il tempo reale ci rivela un’ontologia diversa da quella che ne vorrebbe la misura geometrica deterministica e prevedibile. Il divenire dell’universo si è già espanso più in là e l’informazione e il tempo reali non rispondono più alle misure dello stesso continuum spazio-tempo unificato di Einstein-Minkowski. Quando, via via, si è prossimi alla velocità della luce e oltre, l’equiparazione del tempo alla distanza spaziale non regge più. Secondo Minkowski infatti non è possibile considerare del tutto il tempo come una quarta di­mensione dello spazio. La distanza/differenza temporale, intervallo tra due eventi (registrabile osservando la diversa posizione delle lancette di un orologio in quiete), non è la stessa cosa della distanza tra due punti dello spazio rapportabili a quelli di due punti su una retta (un righello). Quando i due concetti di distanza dello spazio-tempo unificato sono sottoposti alle torsioni dell’accelerazione continua si verifica uno scarto. E lo scarto si trova nelle stesse regole[8] di misura della sovrapposizione allorché prevedono una sottrazione al posto della solita addizione quando si tratta di distanze ridotte all’equivalenza. Lo scarto è più visibile quando, rispetto alla velocità canonica della luce, però, la differenza della distanza temporale è superiore a 8 minuti e 20 secondi.

Seguiamo l’esempio dato dal fisico Paul Davies:

 

Consideriamo le tredici e 10 minuti. Il tempo ele­vato al quadrato dà ora un valore di 32.400.000 miliardi, quindi supe­riore ai 22.500.000 miliardi da cui dobbiamo sottrarlo. Il risultato sarà così un numero negativo: – 9.900.000 miliardi. Ma arriviamo al passag­gio finale: estrarre la radice quadrata per trovare la distanza spazio-temporale. Estrarre la radice quadrata di un numero negativo signifi­ca ottenere come risultato un numero immaginario. Non c’è troppo da meravigliarsi. Da un punto di vista fisico, se la distanza spazio-tem­porale è immaginaria, ciò significa semplicemente che i punti in esa­me hanno una maggiore separazione nel tempo di quanta ne abbiano nello spazio. L’esempio più semplice è quello di due eventi successivi nello stesso luogo: la separazione spaziale è pari a zero, e quindi la risposta deve essere un numero immaginario. Per esempio New York alle tredici e New York alle tredici e 5 minuti sono separate nello spa­zio-tempo da 90.000.000i di chilometri.

Il fatto che i salti fuori quando calcoliamo alcuni intervalli spazio-temporali e non altri è un segno che spazio e tempo non si mescolano completamente tra loro. La presenza di i contraddistingue gli intervalli di tempo mentre la sua assenza indica che stiamo trattando separazioni spaziali: la distinzione è chiara. Quindi, anche se lo spa­zio di Einstein e il tempo di Einstein sono interconnessi nello spazio-tempo di Minkowski, lo spazio rimane tuttavia spazio e il tempo ri­mane tempo. Quest’ultimo potrà anche essere la quarta dimensione, ma non è una dimensione spaziale, come ci ricorda la presenza di quella i. La geometria dello spazio di Minkowski ha la forma trabal­lante […] a causa del fatto che le distanze spazio-temporali diventano piccole quando si combinano separazio­ni di spazio e di tempo prossime alla velocità della luce.[9]

 

Non meno sorprese si colgono nel tempo bit dell’industria capitalistica, quello che governa la produttività dell’immateriale, se la sua bidimensionalità virtualizzata si posiziona come tentativo di assorbire sia la tridimensionalità sferica del linguaggio letterale-materiale (articolazioni vocali o scritte, differenti; operazioni logico-cognitive comuni – come scrisse Aristotele: De interpretazione, righe “16a 3-8” – e i “pragmata” che generano la molteplicità in-definita delle lexeis o espressioni verbali), sia quella ipersegnica o semantica a molti gradini del tempo che ritma il linguaggio della produzione poetica. Se qui la bidimensionalità paradigmatica e sintagmatica della lingua richiama, per analogia, quella dei nodi di informazione della rete, è anche vero che al tempo stesso c’è un differenziale e un dire altro (allegoria), che, per analogia, ci richiama lo scarto colto dai numeri immaginari nel continuum spazio-tempo della teoria della relatività.

La bidimensionalità del tempo bit della rete è data dal fatto che l’informazione, l’equivalente (ma immateriale) della materia/energia che curva lo spazio-tempo einsteiniano, si dispone in una rete di nodi non più individuabili sui tre assi del piano cartesiano, bensì sul percorso di un’onda luminosa (il bit di luce) che invece ha forma bidimensionale come una linea in un foglio quadrettato. E quanto non rientra in questo unicum si tralascia. Ma non per questo si perde e non esiste.

Nel modello bidimensionale della lingua reale, le due coordinate – l’asse paradigmatico e quello sintagmatico – con i loro compiti specifici non praticano, invece, nessuna riduzione ad unicum semantico virtual-digitalizzato. L’asse paradigmatico della lingua concreta con i suoi affluenti mescolati (il luogo della selezione dei contenuti incapsulati nelle parole e nei vari segni) e l’asse sintagmatico (il livello della combinazione sintattico-logico-pragmatico, che trasgredisce l’ordine sequenziale della lingua comune e degli algoritmi bit-elettronici), danno vita a una semia che non identifica forma e contenuto, sebbene nel linguaggio poetico il “contenuto” non abbia ragione se non nella forma particolare che contraddistingue il testo poetico stesso.

La forma lascia posto all’impensato, all’implicito, al presupposto, all’alluso, all’allegorico… che non ha trovato parola nella forma stessa. È come l’immagine della foto neuro-imaging che registra la struttura neurobiologica del cervello e non registra invece i pensieri, i vissuti, il contesto, la soggettività e le soggettivazioni del soggetto sottoposto ad analisi. Un incrocio non meno potente, flessibile e denso di informazione di quello elettronico della rete.

Nel mondo-web internettiano però le coordinate dello spazio-tempo e i nodi informativi – gli immateriali –, che si configurano come onda bidimensionale digitalizzata e tempo cyberspaziale virtuale, sono amputati della varietà dei ritmi non formalizzabili.

Nel linguaggio del testo poetico, crediamo, trovarci invece di fronte a dei ritmi sia formalizzati che non formalizzati. Sono, questi, per esempio, le pause punteggiate o meno, il vuoto degli spazi bianchi, i vari connettivi, gli aspetti verbo-fono-iconico in presentia e le congetture ipotizzabili che, grazie al principio della retroazione e della “ripetizione” o delle “equivalenze” e dei “parallelismi” dei vari livelli, fanno in modo che la semia e le altre componenti d’insieme non rispondano solo alla condizione iniziale formalizzata.

L’insieme significante funziona così come un’onda, un’onda poetica. Un sistema orbitale che si incrementa per accumulo di vibrazioni, di retroazioni e di “equivalenze” che si sovrappongo come un plusvalore semantico rispetto ai dati in ingresso di partenza e che sono raggruppati o/e significati per associazioni che sfruttano la somiglianza (o meno), la contiguità metonimica o l’inclusione sineddotica. E le equivalenze – che saltano da un livello ad un altro e da un’orbita (il verso) a un’altra, così come nelle interazioni delle vibrazioni dell’onda sonora e/o luminosa – non hanno lo stesso scopo di quelle che sacrificano le differenze e le eterogeneità sull’altare del capitale algebrizzato. Nell’ambito delle equivalenze proprie alla poesia, la differenza e il differenziale plurale, intersecandosi, non vanificano il contenuto delle eterogeneità; incentivano semmai la moltiplicazione semica e le allegorizzazioni, specie se il dis-corso del verso procede per contiguità di frammenti metonimici.





Dino Ignani, The Road to Contemporary Art


L’area semantica del linguaggio poetico non è infatti quella degli algoritmi monologici dell’immateriale del capitalismo elettronico, e il segno non è solo immagine di se stesso, e la sua significatività non è, biunivocamente,  subordinata alla piazza del mercato trascendentale (spoliticizzazione) che  naturalizza il profitto di classe; ma è quella della plurisignificanza che tiene conto delle coalescenze di confine, degli sfumati, delle distanze e delle fughe diversamente inafferrabili dal/nel linguaggio di primo o secondo ordine, se privo di sinonimi, contrari, neologismi, etc..

Nell’agorà dell’occupazione capitalistica dell’immaginario sociale, le soggettivazioni della poesia delle singolarità sociali e del “noi” plurale, che nelle loro costruzioni/interpretazioni fanno circolare pure pensieri e saperi non concettualizzabili, non perdono la libertà conflittuale degli attriti e delle resistenze. Il “comune” della dis-misura plurilogica e del senso degli “affectus”, che la logica del valore di scambio, nonostante la sua messa in crisi, cerca di aggirare facendosi biopotere, qui reagisce e agisce in contro-tendenza, in quanto il linguaggio della poesia è una forza-lavoro viva che il produttore (non prosumer) singolo attualizza nella cooperazione inter-extratestualità temporalizzata e nel comune del poetic general intellect politico e sociale che si relaziona e rizoma.  Il poetic general intellect che, al linguaggio, come anche ai suoi strumenti retorici quali, per esempio, la similitudine, la metafora e l’allegoria, non ha sottratto il loro essere natura di segno artificiale quanto materiale; e non si sovrappone alla realtà fino a vaporizzarla così come, invece, strumentalizza il capitalismo dell’immateriale e delle sue equivalenze monetarie/finanziarie previa traduzione-riduzione ai suoi algoritmi informatizzati e bit di luce.

E ciò sia che il mondo della poesia simuli (simulazione di secondo o altro ordine simbolico) il proprio “referente” possibile quanto il tempo immaginario e gli istanti della simultaneità virtuale. Il virtuale che simula la realtà e il tempo della poesia non è però il simulacro capitalistico, il quale, azzerando il valore ana-logico dei segni, trasforma le equiparazioni delle equivalenze (rapporti) in identità con le cose e queste con i segni in quanto tali e gli stessi procedimenti algoritmici che li formalizzano, sì che tutta l’astrazione perde le differenze e il differenziale tra esistenza e giudizi di esistenza, tra il presente eterno (senza inizio e senza fine), la temporalità crono-storica e le sue con-tingenze. Il tempo capitalistico si naturalizza e si eternizza!

Il tempo della poesia è invece il controfattuale conflittuale, e l’esponenzialità del suo divenire non trova alcuna chiusura algoritmica, sì che il suo futuro è un contro-futuro o un conseguente che dall’antecedente non scorpora l’impegno e la sfida politica come giudizio e azione conflittuale alternativi. Del resto la codificazione estetico-critica della poesia, se la poesia, senza tagliare i legami con le relazioni etico-politiche e sociali e il linguaggio letterale materiale che la informa, simula il mondo e la vita non può rapportarvisi priva di sospetti e utopia progettante. La codificazione non può rimanere un modello solo mentale consensuale e consolatorio, senza opposizione e proposizione. Una sfida.

Una sfida al potere dominante che blocca i significati di comodo per perpetuare se stesso e riprodursi in una con comportamenti funzionali ad hoc; e che mediatizza occupando l’immaginario sociale dei soggetti con la fabbrica delle soggettivazioni desideranti inibenti e delle derealizzazioni. Non è un caso se il suo linguaggio finanziario odierno sfrutta espressioni retoriche ormai entrate a far parte della lingua standard e metafore che abbinano denaro e parola, denaro e sesso, denaro e sangue, denaro e proteine, crisi e collasso, fiato ed economia, o denaro e gioco, speculazione e finanza, titoli tossici e crisi bancarie, crisi sociale e macelleria messicana, insolvenza e default, etc.

Un conflitto, quello della poesia e del suo modus temporale, che nel suo consumo significante non cerca e produce i profitti del valore di scambio con il significato ridotto a fantasmagoria della merce, ma intreccia i diversi fili coinvolti nel rapporto tra le cose, i linguaggi e i soggetti per invertire la direzione sequenziale-algoritmica univoca della comunicazione, cui mira invece il capitalismo della parola e dei linguaggi, e per attivare il polemos dell’espressione. E dove c’è un’espressione non possono mancare i segni e l’uso simbolico che se ne fa. Gli elementi dell’insieme poetico sono un utensile linguistico sociale ribelle. Già di per sé sono un insieme di inversione, e immanente, rispetto alla combinazione usuale della catena lineare della comunicazione non artistica (standard).

E l’inversione non tocca solo la grammatica e la sintassi. Riguarda anche il tempo e le sue temporalizzazioni, le con-tingenze che popolano il campo di istanti non linearizzati o di intervalli che durano e non durano. Un intervallo processuale di frammenti che, come le frasi-immagini o le strofe-immagini o i versi-immagini, si richiama per mutue contrapposizioni di equivalenze ritmiche e conflittuali su biforcazioni che vivono dove c’è il “tra” della soglia, il passaggio temperato che distanzia quanto lega ciò che, mescolato, vi si processa e incrocia.

È il tempo come rete di attimi in movimento (non necessariamente causalmente concatenati o lineari) che, simultaneamente e parallelamente, lavora con la verticalità, l’orizzontalità, la circolarità, la convergenza, la divergenza, i vortici orari e antiorario del mondo e delle esistenze, i passaggi le spire del fare poetico. È il tempus del ritmo cardiaco (circolare); quello biologico e dell’età (irreversibile); quello psicologico (vario e incostante); quello culturale, sociale e storico…; un intreccio piuttosto complesso di intersecazioni eterogenee.

Una mescolanza di tempi che popolano, egualmente e in maniera consona al ritmo scelto, qualunque testo. Un altro “giardino dei sentieri che si biforcano” (Jorge Luis Borges) o le biforcazioni narrative del viaggiatore di/in una “notte d’inverno” (Italo Calvino). La complessità che si ribella e sabota la volontà di semplificare la contraddizione in una misura astratta e uguale per tutti; è come se si volesse lisciare l’asperità semantica della verità dell’ossimoro po(i)etico – l’acuta follia – che la misura invece vorrebbe imprigionarne.

Ma aporie e paradossi, passaggi che comunque il movimento reale non nasconde, sono il vero continuo-discontinuo che si itera e ripete una contraddizione che significa l’irrazionalità/razionalità delle geometrie non euclidee come nuovo razionale, così come  i numeri immaginari e complessi che si affiancano a quelli naturali, razionali e reali della matematica e parlano di una realtà più profonda cui bisogna prestare attenzione e dare valenza di verità altra. La potenza dell’essere che coopera un passaggio di fase. Il non essere delle cose che il linguaggio dell’astrazione poetica, quanto quella matematica, porta prima all’essere delle ipotesi e poi alle possibilità in fieri, e non senza la conflittualità dei punti di vista diversi. Tra astrazione e immaginazione poetica e logico-matematica c’è molta affinità, non foss’altro che, all’interno dei modelli assunti, creano ipotesi e deduzioni non certo incoerenti, seppure non sempre adeguate all’effettivo svolgersi delle cose. L’astrazione non dimentica la sua artificialità, ma neanche il contatto con la possibilità degli ordini del reale.

Analogo è il processo che investe l’essere di un testo poetico. Nessun ragionare e pensare unanime, o omogeneo è il suo dire, nonostante equivalenze e parallelismi si ripetano come strutture costanti da un livello all’altro del testo poetico. Neanche lo stesso autore quando si fa lettore del proprio testo permane nella durata del senso. Il suo ritmo infatti è quello in transizione e di un’aritmia polifonico-semantica che, tutt’altro che obbediente ad una sola logica e monopolistica, è un’istanza etico-politica po(i)etica che vede la sua parola opporsi al linguaggio semplificato della cosa che dura; e, per di più, per esempio, a quello mercificato della logica binary algebricata e bancarizzata dell’industria del simbolico postfordista. L’industria del cognitivo/immateriale cioè che trasforma la parola, il linguaggio comunicativo e il “general intellect” in forza produttiva privatizzabile, e i significati in oggetti-immagini come pacchetti di unità informative mercificate just-in-time. La rivoluzione informatica – che accelera il tempo ai limiti della velocità della  luce o all’istantaneità quasi assoluta – ne è parte in causa. Limando e lisciando gli ossimori, i paradossi e le contraddizioni di transito come una catena di montaggio emotivamente immediata e lineare, il simbolico significante del general intellect (il corpo linguistico e del sapere della società intera) viene infatti trasformato prima in passaggi logicizzati, poi in prodotto algebrico e poi ancora in merce disponibile sul mercato della comunicazione postfordista. Destinato alle oscillazioni borsistiche quotidiane secondo l’egemonica legge del valore riciclato nei/dai mercati, e la tutela  giuridica del copyright, il diritto alla proprietà intellettuale viene brevettato e sottoposto al controllo del soggetto multinazionale e transnazionale del profitto privato.

 La comunicazione simbolica del linguaggio poetico, per la sua interna struttura non lineare e multilivelli, quanto espressione di un general intellect poetico comune in divenire, e da questo processo inseparabile, rimane però un conflitto e un sabotaggio. Si pone, si può dire, come un dispendio sovversivo. È la potenza di un vuoto “quantistico” che si sottrae alla valorizzazione del capitale e delle sue finte metamorfosi. Le metamorfosi del capitale infatti sono solo delle tras-formazioni. La sua forma permane. Ieri come oggi.

Le vesti della modernizzazione elettronico-telematica non hanno fatto cambiare freccia alla logica della valorizzazione capitalistica: l’individualismo e il profitto (privati) rimangono. Di concerto con la pubblicità mainstream complice e l’intelligenza manageriale, si fa sentire ideologico diffuso e pubblico comportamento in esercizio.

Il plusvalore del dispendio poetico, però, nel suo intreccio semantico-significante plurale e di segni mescolati/ibridati, sconvolge i significati del senso comune omologati (specie quelli dell’ordine dei mercati finanziari che dominano la scena). Il linguaggio poetico rimane una forza d’uso non automatizzata; e la pratica comportamentale che richiede è quella della deautomatizzazione del dire e dell’agire. E poi il significante e il significato, essendo la produzione poetica una pratica significante in processo, non coincidono. Sono una relazione e una ristrutturazione continua del senso che la temporalità storica avanza.





Avanguardia polipoetica novecentesca: il Gruppo 70

 

 

Il linguaggio della poesia contro-tendenza

 

Se la terza rivoluzione industriale capitalistica è quella che sfrutta il linguaggio automatizzandolo pur nei modi sofisticati degli algoritmi elettro-informatici, ma sempre come linguaggio omologo al capitale e alla sua riorganizzazione, perché non pensare il  linguaggio della poesia come una rivoluzione e un agire in tendenza opposta?

In quanto divenire libertà cooperativo-plurale di costanti e variabili simbolico-semiotiche eterogenee, la cui significanza rimane una forza viva e potente innovazione creativa ed euristica, il linguaggio dei testi poetici ha, infatti, e propone, una politicità pluralizzata di lotta senza pari. La potenza dei suoi sensi esorbitanti e di soglia “indecidibile” (come il teorema di Gödel in logica matematica: se coerente è incompleto; e se completo è incoerente) non abiura all’impegno della responsabilità etico-politica verso il futuro. È come se fosse l’etica della poesia a chiamare verso l’impegno nella realizzazione di nuovi rapporti con le cose. Il tempo dell’a venire, disponibile a realizzare i valori dell’essere antagonista, infatti, non ha senso alcuno al di fuori del suo rapporto espressivo eversivo segni-cose. Una vera e propria dismisura estetico-politica che, in certo qual modo, si com-misura con quell’istanza morale emergente che, in una globalità voluta a-teorica e a-conflittuale, si vorrebbe conciliatrice, ma in realtà (se sola) è occultatrice del “reale”, delle sue contraddizioni e dei suoi antagonismi politico-sociali.

Il suo reale sfugge al simbolico dato e ordinato dal/al dominio; è in preda a una passione che lo apre all’imprevedibile realizzazione di senso e stili di vita sì immaginati ma, tuttavia, attesi e tesi come possibilità di un’ucronotopia concreta e proiettata sull’eternità del tempo, il futuro; il futuro che si schiude e avanza senza sosta o stasi di sorta. Una forza viva perciò il cui uso si presenta allora come disciplina e azione antagonista, e, in quanto tale, tensione e tendenza che spacca e lacera i tessuti anchilosati del senso comune, e curato da certo lirismo mercificato e connivente col sistema-mondo. Il tipo di scrittura cioè che non disdegna l’estetizzazione alienante e l’erotizzazione che giova a consolidare comportamenti consoni all’ordine costituito, il controllo capitalistico.

Ma c’è una poesia che, come una testualità significante irregolare, è, ipotizziamo, come quella delle figure del mondo della matematica astratta dei frattali, il mondo “Tor’ Bled-Nam”; il mondo dei cavallucci e degli anemoni di mare o dei viticci o di altre figure che hanno una consistenza altrettanto variegata e ricca, così unica in ogni forma realizzata, che è intrattabile al di fuori della lingua dei numeri complessi che le danno corpo.

Il mondo “Tor’ Bled-Nam è il mondo dove l’autosomiglianza di scala e delle irregolarità prende anche il nome metaforico di “polimero del diavolo” – “l’insieme di Mandelbrot” – generato da una semplice equazione ripetitiva che ibrida numeri reali e numeri immaginari. Il polimero del diavolo è il prodotto sempre differenziale dell’iterazione di una regola molto semplice; quella che produce forme geometriche (le figure frattali) sfruttando la combinazione dei numeri complessi, o “numeri ibridi”. I numeri cioè che hanno una parte “reale” e una parte “immaginaria” come (2 + i), (3 - i) , irriducibile l’una e l’altra e a qualsiasi calcolo che vorrebbe depotenziarne la forza creativa incontrollabile.

Ecco perché, in questo contesto, dove reale e immaginario sono inseparabili e l’uno la ragione dell’altro, ci piace l’accostamento del testo poetico all’intreccio del “polimero del diavolo”, così come abbiamo (avanti) accostato il tempo esponenziale della poesia e quello immaginario della teoria della relatività di Einstein-Minkowski.

E come in un testo di poesia in cui il principio “somiglianza” include la differenza e un procedere connesso e frammentato, nel mondo frattale degli insiemi di Jula e di Mandelbrot c’è il principio dell’autosomigliaza che produce una varietà di forme frattalizzate (connesse e non connesse) incredibilmente infinita e, in scala, ugualmente dal tratto fratto. Frattale infatti vuole significare simile a sé. In questo mondo tutte le forme – polipi, cavallucci di mare, anemoni di mare, fiocchi di neve etc. – si assomigliano, ma mai sono identiche. Pullula una varietà infinita che rende impossibile l’uniformità, nonostante il meccanismo della produzione sia dato da una sola formula: quella dei numeri complessi, che si ripete e si itera senza soluzione di continuità producendo nella ripetizione dell’eguale una diversa configurazione di forme. Anche nel linguaggio della poesia la ripetizione delle equivalenze (per esempio, le figure foniche, ritmiche…), che, per qualche tratto, accomunano parole  ed enunciazioni semanticamente differenti, produce configurazioni di senso diverse.

Il linguaggio della poesia allora come il “polimero del diavolo”, l’insieme di Mandelbrot. Un’unica formula/espressione (l’“iterazione”[10]) e un’infinità di forme. Una pluralità di configurazioni possibili e significazioni aperte come è il senso di un testo poetico singolare/individuale, o anche collettiva sia la sua fatturazione e prodotto di un “noi” plurale anonimo. Non c’è un solo punto di vista e un solo ritmo, o un solo tempo, continuo o discontinuo. La poesia è lì con le sue potenzialità. Il soggetto che legge infatti comprende l’oggetto artificiale come costrutto linguistico/simbolico non monosignificante.

Torniamo alla poesia come “polimero del diavolo”. Entrambi sono oggetti/costrutti che, nonostante certe costanti (che lascerebbero pensare all’omogeneo e non alla polimorfia), si configurano, ognuno nel proprio dominio, come configurazione differente, differenza. La loro forma, nel mentre si genera, richiede “ripetizioni” e “iterazioni”; ma non per questo genera l’uniformità derealizzante e anestetica della simulazione digitalizzante, il calcolo combinatorio che mercifica parole e immagini.

In poesia può essere: un morfema, la fonologia, il ritmo o il parallelismo sintattico-grammaticale, le anafore, il “contiguo” disomogeneo ed eterogeneo, etc.

Nell’eterogeneo della geometria “frattale”, quella che interessa l’insieme di Mandelbrot (il polimero del diavolo) e i suoi numeri complessi, è l’iterazione di una sola e semplice formula. Una combinazione unica ma capace di cogliere nella sua geometria barocca o dell’arabesco ciò che sfugge alle regole della linearità: per esempio la forma di un fulmine, del zigzagare di una linea di costa, del moto e forma di  una nube, delle oscillazioni in una determinata epoca di cose o eventi instabili o delle stesse oscillazioni delle onde cerebrali di un soggetto particolare. La forma di un oggetto matematico, congetturata e nominata, quale può essere quella delle figure frattali di Mandelbrot, così, è realizzata secondo i termini della ripetizione (una misura e un ritmo dato), come  è il ritmo procedurale della connessione iterativa che genera i vari numeri complessi. Peraltro oggi può essere resa anche graficamente simulandone il diagramma al computer.

E, nel caso della determinazione del numero frattale che si concretizza come figura nel video-diagramma – oggetto mai identico a un altro  , la regione di appartenenza (indicata con il bianco o con il nero), localizzata secondo le indicazioni della geometria del cosiddetto “piano di Argand” (un comune piano euclideo), è diagrammata con le solite coordinate cartesiane x, y e lo 0. La x rappresenta l’asse reale e misura la distanza orizzontale – positiva verso destra e negativa verso sinistra –;  la y è l’asse immaginario e misura la distanza verticale – positiva verso destra e negativa verso sinistra –;  lo 0, il punto di origine all’incrocio dei due assi, è esso stesso invece considerato come un numero complesso. Il confine del piano può avere o meno un limite. Il confine dipende dalla sequenza dei numeri “c” (complessi): sequenza limitata; sequenza non limitata. L’insieme di Mandelbrot, da Roger Penrose denominato il mondo “Tor’ Bled-Nam”, si configura come regione nera o come bianca a seconda se le immagini frattali si concretizzano nel piano o fuori, nell’infinito. “La regione bianca consiste in quei punti c per cui la sequenza è illimitata. […] Se è limitata, il computer fa apparire sullo schermo, nel punto corrispondente a c, una macchiolina nera. Se è illimitata, il computer sullo schermo fa apparire una macchiolina bianca. Infine, per ogni pixel nell’ambito preso in considerazione, il computer deciderà se il punto dovrà essere colorato di nero o di bianco[11]”, senza che per questo viene meno il principio di autosomiglianza.

Il principio di autosomiglianza per i frattali di Mandelbrot e i numeri “ibridi” – complessi o immaginari –  e il principio di somiglianza per i testi poesia, considerati nel  mescolamento delle parti che gli sono proprie, è ciò che, generando quelle complesse configurazioni, fanno sì, secondo noi, che la poesia si possa trattare come il “polimero del diavolo”: un esperimento mentale e una pratica significante che nella polis della globalizzazione neoliberista non scinde astrazione poetica, astrazione scientifica e conflitto, certamente cognitivo-euristico, e non solo. L’astrazione, in entrambi i casi, non certo finalizzata al profitto o alla eliminazione della corporeità; e non per questo è priva di un valore d’uso o di utilità pragmatica di contro-tendenza. Certo le analogie, non meno delle statistiche, non sempre assolvono a tutti i compiti (specie se riguardano le decisioni e le alternative politiche): ma è pur vero che sono un modo di far conoscere indirettamente e di dirigere l’azione della scienza e della poesia come una parola collettiva in movimento.

Come “il polimero del diavolo”, il “fiocco di neve” di von Koch può essere anche un altro rimando per mettere in parallelo e analogia poesia e astrazione matematica. Come il “fiocco di neve” di von Koch, la costruzione di un testo poetico non è meno l’iterazione/espressione di una “parola” lavorata come corpo linguistico a variabile complessa; e perciò differenza di un lavoro tecnico vivo non omogeneizzabile. Anche perché il tempo che l’attraversa non è lineare, ma aleatorio e fratto in istanti costellati, sì che ogni cristallo del fiocco di neve è diverso da un altro, sebbene generato con lo stessa misura fratta.  Insomma una differenza che si moltiplica intrecciando nessi casuali e non casuali. Un ordine in entrata e in uscita che coniuga storia individuale, collettiva e contestualità in termini sia determinati quanto imprevedibili nel come e nel quando degli sbocchi; come se ci trovassimo di fronte ai fenomeni dell’“effetto farfalla” della turbolenza o alle percezioni reali e virtuali dei fenomeni quanto-relativistici dell’”onda fantasma” o dell’“effetto tunnel”. Tutti oggetti/costrutti molto lontani dai fantasmi/simulacri del marketing che girano nel cyberspazio.

Il mondo “cyber” dove l’immaterialità, paradossalmente, fa a meno dei corpi materiali e delle singolarità sociali, le quali sono invece la stessa forza viva del cognitivo e delle relazioni comunicative che ne sostanzia la consistenza; uno spazio cioè sempre più trattato come contrazione del tempo, e fino al punto in cui i punti geometrici della rete sono nodi di tempo. I vettori che, accelerati fino alla velocità prossima a quella della luce, e incapsulati nei pixel, traducono l’istantaneità in immediatezza, il virtuale in reale (e viceversa) e la certezza intuitiva in comportamenti concreti non sempre vagliati criticamente.

Il che comporta, per altri versi, che gli eventi dell’invenzione tecno-scientifica condizionano i comportamenti pratici come, per altri modi, avviene con i costrutti dell’invenzione poetica e dell’arte quando influenzano, mediando tramite il linguaggio, gli atteggiamenti e le passioni, la simbolizzazione significante e l’alterazione delle dimensioni temporali  (passato, presente e futuro).

In ciò sembra che la poesia sia stata profetica: “Verso tante lacrime sulla finzione” (Aleksandr Serghejevič Puškin).

Qui il tempo della finzione poetica delle lacrime genera delle lacrime vere obbligandoci a pensare a un tempo di vita e di essere che può essere scandagliato solo, ove possibile, con quello delle scale atomiche o fotoniche. È come il tempo di Planck che, su una “scala di 10-33” centimetri delle fluttuazioni quantistiche, fa scendere l’occhio, l’ascolto, il tatto e il pensiero fino alla misura temporale di “10-43 secondi” per cogliere l’essere della “schiuma quantistica” nel suo evolversi a cosa.

Alla stessa maniera negli istanti temporali complessi del testo poetico, e pure in quelli contratti – microsecondo (un milionesimo di secondo), nanosecondo (un miliardesimo di secondo), psicosecondo (un millesimo di miliardesimo di secondo), femtosecondo[12] (un milionesimo di miliardesimo di secondo) attosecondo (un miliardesimo di miliardesimo di secondo) “come si può trovare nelle scale atomiche e fotoniche”[13]) – del testo cyberspaziale, c’è una mole di informazione processuale e comportamentale che è impossibile non trattare come un sistema reticolare aperto e pluribiforcante. Un sistema, quello artistico e poetico, in cui gli elementi di un insieme o sottoinsieme risultano inclusi e relazionati con quelli di un altro sistema, sì che i significati dell’uno e dell’altro (costruzione/convenzione e comportamenti pratici) si potenziano reciprocamente anziché annullarsi, dando vita a una simulazione di secondo grado plurisignificante e aperta. Un nuovo sapere inscindibile dal linguaggio simulante. Una sfida all’ordine delle cose accreditato del/dal senso comune e del/dal sapere classico delle determinazioni meccaniche.





Gabriella Di Trani, Rosae Rosarum Rosis, 2013


I saperi dell’essere po(i)etico, tanto quanto i numeri frattali del “polimero del diavolo” e le costruzioni tecniche dei media della scienza elettronica, hanno smesso di separare mente e corpo, spirito e materia, linguaggio, cose e significati, ragione e immaginazione (e in ciò la poesia è precorritrice). Con il loro ritmo particolare, capovolgono infatti la percezione dell’ordinaria e statica simmetria (presupposta e creduta) tra ordine simbolico e ordine del reale di una determinata cultura e propongono nuove contingenze produttive. Così, lì, si dice di un reale che, sulla scia della freccia del tempo (quanto su tempi paralleli), parli in termini di polimetria, di logiche e linguaggi diversi come insieme e insieme di insiemi. Un insieme complesso di elementi molteplici che simultaneamente si concretizzano in un “comune” corpo linguistico, il quale ibrida la pluralità dei tempi e dei linguaggi propri alla biodiversità biopolitica e alla sua economia immateriale.

Una rivoluzione in corso che non tocca solo l’innovazione dei punti di vista culturali, i soggetti e i loro corpi, se le attività produttive e i rapporti sociali e politici, a livello globale, ne hanno fatto forza produttiva e riproduttiva come “capitale” vivo unificato; lì dove ieri invece il “general intellect”, subordinato al comando capitalistico “trascendentale”, distingueva tra il capitale costante privato (il suo general intellect) e il capitale variabile (la forza-lavoro dipendente e subordinata), tempo di lavoro e tempo di vita, negotium e otium.

Oggi la divisione è caduta e il sapere sociale, di cui ciascuno è titolare come parte che contiene il tutto, è espressione di conoscenza, azione e vita comune che cerca l’agire insieme all’insegna del piacere collettivo politico dei corpi e delle menti all’interno di una democrazia reale e sostanziale. “La libera espressione e la gioia dei corpi, l’autonomia, l’ibridazione e la ricostruzione dei linguaggi, la creazione di nuovi, singolari e mobili modi di produrre – si rivelano con continuità ovunque. La perversione trascendentale oppone, ai corpi, ginnastiche e mode; ai linguaggi, disinformazione e censura; ai nuovi modi di organizzare la produzione, un comando inafferrabile sulla scena del mondo. Ed alle mobilità apolide, frontiere determinatissime e turismo globale”[14].

Allora necessita una resistenza, un conflitto, una sfida che urti con attacchi fuori “misura” l’ordine simbolico capitalistico che non separa più, nell’industria dell’immateriale, lavoro morto e lavoro vivo, in quanto identifica il lavoro materiale con quello immateriale della mente e dell’informazione significante viaggiante, in rete, e non usa più atomi di tempo ma bit di luce-tempo e digitalizzazione da marketing. Una trasformazione, questa dei bit di luce, che commuta lo spazio e la sua tridimensionalità classica (le tre coordinate dell’asse cartesiano) nella curvatura ondulatoria bidimensionale del tempo o nell’energia corpuscolo-ondulatoria, la cui velocità (accelerata) contrae e dilata il tempo fino alla reciproca commutazione del tempo nello spazio e dello spazio, come nel caso del cyberspazio, in tempo (reale).

Un tempo altrettanto bidimensionale e curvo dal momento in cui la stessa catena della successione passato, presente, futuro si perde nell’onda (bidimensionale) energetica che è il messaggio stesso raggomitolato in nodo. I nodi della rete del cyberspazio virtuale. Solo che in questo nuovo campo energetico virtuale e semantico, diversamente che nella teoria della  relatività di Einstein, non è la materia-corpuscolo, onda che si muove alla velocità della luce, a curvare il campo “semantico” di riferimento, bensì l’immateriale informazione linguistico-segnico-simbolica; quella che egualmente si muove in bit di onde luminose bidimensionali (spazio e tempo), aggomitolate in nodi reticolari e temporali (dunque diversi). Tempi diversi da quelli non virtualizzati. Le informazioni-onde infatti sono flessibili in quanto non dipendono, come in una traiettoria di moto iniziale, solo dalle condizioni iniziali ma da tutte le perturbazioni e le interazioni che si effettuano nella funzione d’onda come nelle vibrazioni di una corda sonora.

La flessibilità dell’onda informativa inoltre si riproduce anche come flessibilità del tempo fino a consentire ciò che nel tempo reale è proibito. Ferme restando, infatti, e solo per fare un esempio molto indicativo, la divisione del mondo tra oriente e occidente, e una certa differenza tra velocità globale e locale, la flessibilità del tempo virtualizzato, infatti, condiziona il destino politico e sociale di una società e dei suoi componenti. Una notizia che è percepita prima in un contesto e subito trasmessa in un altro luogo dove ancora la luce deve fare giorno, infatti, può decidere del destino delle cose in maniera diversa e non certamente in modo egualitario e libero, per quanto le dinamiche conflittuali non siamo mai scontate. È come se viaggiando nel passato di un altro mondo si può influenzare il passato di un altro futuro.

Nel mondo dell’informazione tele-industrializzata del capitalismo (mondo dematerializzato), un certo messaggio che viaggia alla velocità prossima a quella della luce, spedito da oriente allo spuntare del giorno (che rappresenta il presente) verso l’occidente, ma ancora immerso nel sonno della notte (che rappresenta il futuro da raggiungere), e captato da chi è padrone delle macchine elettroniche capaci di trasmette e di ricevere messaggi (viaggianti alla velocità della luce) costituisce un anticipo privilegiato che permette decisioni immediatamente attuabili; scelte che influenzano il futuro stesso di chi sa e chi non sa, anticipatamente. Il vantaggio non è egualmente distribuito, dal momento che le definizioni di passato e di futuro globalmente non sono le stesse per tutti. Il digital divide tra chi ne dispone a piacimento, chi no e chi addirittura non ne ha. L’informazione circola così come forza produttiva e di controllo soprattutto secondo gli interessi privati del modello economicistico-finanziario del neocapitalismo elettronico.

A questo punto, – considerata l’importanza oggi assunta dai linguaggi e dalle parole/immagini comunicativi, che alimentano la produzione economico-finanziaria capitalistica e condizionano la formazione di nuovi comportamenti occupando l’immaginario sociale e innervandosi nelle soggettivazioni individuali –, è possibile, pensiamo, che l’arte e la poesia di oggi oppongano un dis-interesse interessato, estetico-sociale e politico-collettivo alternativo, come anche per il tempo-tempus della sua testualità fatta di istanti-messaggi plurali e plurisignificanti, molteplici. Idem plurale il soggetto che, ibridandosi con il “noi” eterogeneo e identità diversa, ne significhi la molteplicità nei linguaggi e nel self individuale oltre i vecchi schemi dell’individualismo e della sua essenza individua. Muoversi verso la differenza come un universale altro e non monolinguistico.

Non meno che nel tempo bit dell’industria capitalistica, che governa la produttività dell’immateriale, infatti, nel tempo che ritma il linguaggio della produzione poetica si interseca pure una bidimensionalità analoga a quella dei nodi informazione della rete, ma al tempo stesso differenziale/allegorica. È la bidimensionalità delle coordinate (due) del paradigmatico (l’area da cui si prendono le parole/segni per associarli) e del sintagmatico (l’asse in cui l’associazione dei segni è oggetto d’ordine secondo quanto la “sintassi” complessiva sociale in funzione ha convenzionato) che hanno funzione d’intersecazione poetica specifica e finalità non riducibile ad unicum.

È la bidimensionalità dell’asse paradigmatico della lingua  e dei suoi affluenti mescolati (il luogo della selezione dei contenuti incapsulati nelle parole e nei vari segni) e quella dell’asse sintagmatico (il livello della combinazione sintattico-logico-pragmatico che trasgredisce l’ordine sequenziale della lingua comune e degli algoritmi bit-elettronici). Un incrocio non memo potente, flessibile e denso di informazioni di quello che riduce le coordinate dello spazio in nodi informativi virtualizzati, quelli del piano della rete; l’onda circolare del tempo che, nella stessa rete cyberspaziale virtuale, è amputato dei suoi ritmi non formalizzati. Nell’incrocio e nell’intersezione del testo poetico, invece, niente viene sacrificato, anzi. L’onda poetica, infatti, come sappiamo, s’incrementa per accumuli e retroazioni delle co-vibrazioni delle “equivalenze” materiali-significanti non scissi dal piano della significanza, come inseparabili sono il dritto e il rovescio, l’avanti e il retro di un corpo. E i corpi concreti non sono né virtuali né digitalizzati.

Né, in tempi di tecnologie linguistiche digital-automatizzate, assurte a forza creativo-produttiva, la sorte del linguaggio poetico può essere lasciata tra i rottami della civiltà delle macchine logicistiche dell’immateriale produttivistico, o bollata come un crimine in quanto attentato agli algoritmi dell’esproprio biocapitalistico e della sua ambivalente autoreferenzialità finanziaria.

Né è pensabile che l’autoreferenzialità del capitalismo linguistico-finanziario, d’altro canto, sebbene simuli l’autoreferenzialità della lingua e la sua potenza creativo-costruttiva, sia elettivamente affine a quella della poesia. L’autoreferenzialità del capitalismo linguistico ha come centro immobile la logica monovalente del ‘valore’ bloccato, e ripetitivo, sul  significante denaro, la cui autovalorizzazione, inserita nell’automatismo formalistico della lingua finanziaria tautologica, non ha niente della plasticità del linguaggio della poesia.

L’autoreferenzialità del linguaggio poetico ha invece un centro polilogico di autovalorizzazione plastico, il quale, in quanto lavoro vivo autonomo ma non indipendente dall’extrapoietico, si concretizza nell’autovalorizzazione della polisemia non lineare e di controtendenza come una macchina linguistica immanente. L’autoreferenzialità del linguaggio poetico in quanto lavoro vivo autovalorizzante, per effetto della sua stessa logica immanente autonoma e di intreccio multiplanare, si sottrae ad ogni tentativo di bloccarla in pacchetti semantici univoci e spendibili sul mercato della comunicazione commerciale, o finalizzati al disciplinamento di comportamenti omologabili a partire fin dalla colonizzazione dell’intimità come essenzialità privata isolata. Perché c’è un’“intimità delle cose”, dice G. Bataille che è relazione, la relazionalità come il proprio dei rapporti sociali che qualifica il vivere politico, lì dove la sua perdita, al tempo della dittatura nazi-fascista, da C. Jaspers è stata definita come la “colpa metafisica”. Una colpa che l’eterno presente della competizione individualistica mercantile sembra aver ben ben sostanzializzato e senza remore.

Certo una poesia che si nutre dell’autoreferenzialità intimistica (il solito intimismo lirico sganciato dal sociale e dal politico) farebbe da stampella complementare al mondo della verbo-capitalizzazione elettronica. Peraltro, la finanziarizzazione “just in time della potenza della lingua, in questa forma di intimità ripiegata e desiderosa di esteriorizzarsi in quanto tale, vi troverebbe un ulteriore sopporto complice per parcelizzare ulteriormente e più atomisticamente i suoi portatori.





Dalla mostra di libri d'artista "Piccoli, piccolissimi, anzi grandissimi", Biblioteca Nazionale Braidense, Milano, 2012


Ma ora è tempo di kairòs, del tempus in cui il nome e le cose nominate acquistano in ‘costellazione’ esistenza e significato; e simultaneamente muovono verso la decisione climatico-pratica della rottura della temporalità finanziaria just in time  dell’ordoliberismo e della sua logica capitalistica. La logica del continuum dell’ordine egemone che taglia ogni rumore di fondo e le stesse soggettivazioni non digitalizzabili in ordine al computo delle scambio del merketing comunicativo, lì dove invece il taglio del tempus del linguaggio della poesia derealizza la derealizzazione del just in time (il tempo della merce) “assumendo a suo tempo peculiare il kairòs, l’‘istante intensissimo ed esplosivo’, il tempo istantaneo-concentrato-frammentario, e suo spazio la costellazione, la dimensione della simultaneità-corisonanza di frammenti, aforismi, dettagli, fuori da ogni tema precostituito”[15], ovvero la logica del montaggio allegorico.

Il linguaggio dell’arte e della poesia è tale, così, che, nella sua comunicazione, significa e potenzia persino gli stessi elementi asemantici e/o allusivi, e/o impliciti, affatto manipolabili, e i tempi del tempus/kairòs, come quelli della logica dell’inconscio o dei sogni,  delle soggettività singolari sociali, affatto spazializzabili, ma non per questo privi di effetti pratico-esistenziali. Il linguaggio della poesia li chiama direttamente a raccolta e, come fa per l’insieme delle altre componenti, li de-automatizza lì dove il capitalismo linguistico (dell’attenzione o dell’espressione) ha invece sempre bisogno di elementi informativi infiniti e riduzioni automatizzabili per farli circolare senza attrito nel cyber-spazio illimitato, o per creare così disorder nel cyber-tempo dell’attenzione e della consapevolezza piena, il deficit d’attenzione (come è stato chiamato, o disturbo dell’attenzione temporale).

Spezzare l’azione dell’informazione capitalizzata, che, con la sua informatizzazione concatenata, automatizzata e veloce, tiene in scacco i limiti del cyber-tempo mentale, mettendo a produzione e produttività la fabbrica dell’immateriale e dei desideri e piegando la “ripetizione” al profitto e alle sue equiparazioni di scambio, allora diventa un impegno possibile; e la possibilità la si può esercitare a partire già dalla stessa “sintassi” frammentata, deautomatizzata – paratattica, per così dire – e lenta del linguaggio poetico come una macchina da guerra sparsa e molteplice, tumulti linguistici. Conflitti diffusi e lisci alla presa del capitale linguistico. Nessuna velocità e accelerazione in competizione!

Nella ripetizione altra del plusvalore del linguaggio poetico, come pratica significante, infatti, le equivalenze informative degli intrecci del testo non omologano su veloci operazioni riduzionistiche ed espropriatrici del proprio semantico delle parole e delle relazioni infra-inter-extra-testuali, bensì conservano e potenziano il valore delle differenze che si sparpagliano, e insieme lavorano per l’universale come differenza. La logica del profitto e della rendita non gli appartiene, né tanto meno l’identità omologante.

L’economia semiocapitalistica, che, nella sua versione di linguaggio standardizzato dall’informatizzazione, sfrutta il general intellect (il sapere/bene collettivo e comune) e procede con la brevettazione e i diritti di proprietà, tuttavia, in ordine alla lingua della poesia (lingua di secondo ordine) non è in grado di esercitare il suo potere algoritmo e monetizzante: non è in grado di arginare la paratassi e la deautomatizzazione delle differenze e il tumulto linguistico di fuga nomade che animano gli universi del linguaggio poetico, per di più se considerato lingua creola.

Sebbene il capitale miri ad assorbire tutto nel linguaggio della sua biopolitica e del suo biopotere (M. Foucault), grazie anche alla sua delocalizzazione e all’indubbia potenza della digitalizzazione elettronica (la quantificazione binary-digit) monetizzata, il linguaggio della poesia è un’indubbia capacità di resistenza altra e di contro-tendenza derealizzante quanto cooperativamente socializzante tale che le sue “idee/immagini” mai possono assumere lo statuto commerciale di branding e sostenerne il principio di somiglianza come identità simulacrale che lo governa.

Nel tempo, il principio di somiglianza, che relaziona i segni dell’ordine simbolico con le cose, i fatti della storia, la realtà e l’immaginazione, ha avuto altri usi; come è possibile sapere, per esempio, da Aristotele a Aleksandr Sergeevič Puškin (“Verso tante lacrime sulla finzione”) ha una funzione di “similarità” e ana-logia tra segni e cose.

Non difforme n’è stato l’uso fattone dalle scienze dell’infinitamente piccolo e schiumoso come si legge, per paragone meta-forico-allegorizzante, nel tanka (XVI) giapponese “Io che devo attraversare / un mondo evanescente / come la spuma delle onde, / ciò che desidero di più / è una piccola barca da pesca”! Come/dove sarebbe possibile algoritmizzare e monetizzare la significanza di questo testo poetico!

E ancora: come binarizzare (binary digit), per esempio, l’espressione poetica (lessicalmente più moderna e mimante un vocabolario più aderente) “vacanza vacanza fra i deliri dei buchi neri / eri una danza e non vacanza vagante / / in canoa dis-orbite infuriava il vento solare / soledad il fotone sulle tue orbite” // choc e chance l’evaporazione / “charme” dance e “stranezza” / dis-d-io il tempo kaone”?

E ancora: se il capitale ha messo a lavoro la vita intera, l’intero  sociale (occupati, disoccupati, non occupati, nati e non nati, viventi e non viventi…), il linguaggio e il cervello/mente, è anche vero, oggi (e da sempre), che la sua è un’ artificialità storica e di classe; e che in quanto tale il suo è un segno di non eternità, anche se ha una lunga storia di dominio e di egemonia. Il futuro della poesia, come quello dell’essere del mondo e della vita, invece è l’eternità del tempo; perché l’eterno è solo il futuro del tempo. Quel tempo che la stessa velocità e accelerazione non azzerano o nientificano, se poi, come si registra negli stessi esperimenti di pensiero messi a prova dai laboratori sperimentali, compare sia sulla linea dei numeri immaginari (i) che nei diagrammi che gli danno immagine insieme poetica e scientifica, in quanto il sapere non è meno produzione nell’una che nell’altra.

In fondo l’utilità della poesia, dell’arte e dello ‘scire’ è all’incrocio dell’impegno dei bisogni della forma-uomo costruibile con l’immaginazione utopica e pubblica – produzione complessa dell’uomo attraverso l’uomo – e il tempus che rigetta qualsiasi essenza metafisica dell’uomo stesso. Il tempo cioè che è il taglio che “taglia” e “tende” (mescolanza, keránnumi e kairòs) la molteplicità degli elementi tra intemperie (tempestas) e temperie (temperanza) e atti di decisione kairologica antagonisti, i quali, in ogni modo, co-relazionano singolarità e collettività entro una storia determinata e le rotture del “risveglio” e dell’impegno nel momentum jetztzeit che dà inizio alle rotture/discontinuità.

Il tempo del risveglio che, processo e azione po(i)etica quanto lotta di contro-tendenza – “Noi deduciamo la nostra estetica, come pure la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta” (Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte) –, lotta le varie derealizzazioni mercificanti della lingua e delle parole per riappropriarsi del “tempo superfluo” (quello nato dalla nano-tecnologia scientifica contemporanea del software capitalizzato) e usarlo non come tempo “disponibile” per  il capitale fisso-digital, ma come tempo dell’avanguardia del conflitto del noi pluralizzato.

L’avanguardia del “noi” e del poetic general intellect che sa che il tempo del capitalismo delle attenzioni distratte e delle parole/espressioni mercificate (tempo storico fra l’altro in preda alle crisi convulsive dei “titoli tossici”), della fabbrica dei desideri, della tonalità affettiva cinica e ciarliera e della nientificazione, sebbene mistifichi sul comunismo riducendolo al “socialismo reale”, non ha eliminato l’idea del comunismo come utopia possibile e concreta.

Non è improbabile allora, per chiudere, sapendo che mai le cose si identificano con i nomi, che la poesia di Friedrich Hölderlin ne lasciasse aperta la porta quando ebbe a scrivere: “là dov’è il pericolo / lì è la salvezza”. È la salvezza dalla life technology del comando capitalistico.

Perché la “question de vie et de morte” del capitalismo, ovvero la lotta per la sopravvivenza e la persistenza del suo dominio, nella versione cognitivo-digitale e nano-tecnologica di questo XXI, coincide con la question de vie et de morte dell’animale umano nel suo “naturaliter” contesto finora conosciuto e articolantesi tra costanti e variabili.

Se è vero, infatti, che le neuroscienze e la medicalizzazione della vita biopolitica, – trasformando la stessa colonizzazione anestetizzante dei soggetti in modello di vita virtuale-reale, sempre più controllato secondo le decisioni e le anticipazioni del mercato mediale capitalistico –, hanno sostituito la semantica reale-storica-determinata con la semantica virtuale detemporalizzata medica e di altro tipo, è anche vero che il biopotere nano-capitalistico procede rapidamente verso un traguardo che va assolutamente bloccato, impedito: l’identificazione totale della vita con i media. La creazione dei clominimedia (uomini-artefatti di nuova generazione). Non avremo più cloni e uomini ma solo clominimedia. Anche le loro pelli, insieme con il cervello e gli organi, avranno/saranno la carta d’identità come una rete integrale di sensori (la smart-device tecnologia è in corso d’opera) comandati e permanenti: nessuna differenza tra la “camicia di Nesso” e chi la indossa.

 

 

 

 



[1] Maria Moneti, Considerazioni sull’utopia, in “critica marxista”, n.6, settembre-ottobre 1982, anno 20, pp. 164-165.

[2] Francesca Medaglia, Critica creola, in “Fermenti”, XLII, n. 239, 2012, pp. 63, 65.

[3] Antonio Negri, Alma Venus, Prolegomeni sulla Povertà, in Kairòs, Alma Venus, Moltitudo, manifestolibri, Roma, 2000, p. 117.

[4] Mario Pezzella, Politica ed estetica in Jacque Rancière, in “Iride”, XX, n. 59, Aprile 2010, p. 102.

[5] Ivi., p. 77.

[6] Michel Foucault, Le regolarità discorsive, in L’archeologia del sapere, BUR, Milano 2006, p. 38.

[7] Gastone Bachelard, L’intuizione dell’istante / La psicoanalisi del fuoco, Dedalo, Bari, 1993, p. 115.

[8] Cfr. Paul Daies, I misteri del tempo (Mondadori, Milano, 1997, pp. 207-208): “Supponete di voler conoscere l’intervallo spazio-temporale tra New York alle tredici e Londra alle quattordici. Minkowski ci ha for­nito la regola che ci permette di calcolarlo. Primo: prendere la diffe­renza temporale e moltiplicarla per la velocità della luce, trasfor­mando così le unità di tempo in unità di spazio. In tal modo un secondo diventa 300.000 chilometri (dal momento che la luce ha pro­prio una velocità di 300.000 chilometri al secondo). Secondo: elevare al quadrato il risultato. Terzo: elevare al quadrato la distanza nello spazio (espressa in chilometri). Quarto: sottrarre il primo valore otte­nuto dal secondo. Questo passaggio è insolito, normalmente, infatti, quando si combinano le distanze si è soliti addizionarle; quando però è coinvolto il tempo bisogna sottrarre, ed è proprio in tale procedimento che sta la soluzione del problema. Ultimo passaggio: estrarre la radice quadrata. Si otterrà l’intervallo tra due eventi nello spazio-tempo espresso in chilometri. Facciamo un esempio. A causa della grande velocità della luce, un piccolo intervallo di tempo (per esempio, un secondo) vale un’enorme quantità di spazio (300.000 chilometri), quindi, per ren­dere la cosa più interessante […] calcolare la distanza spazio-temporale tra la Terra alle ore tredici e qualcosa di molto distante, il Sole, alle tredici e 5 minuti. La distanza Terra-Sole è di 150 milioni di chilometri che, elevati al quadrato, diventano 22.500.000 miliardi di chilometri quadrati. Se moltiplichiamo cinque minuti per la velocità della luce, otteniamo circa 90 milioni di chilometri che, elevati al quadrato, diventano 8.100.000 miliardi di chilometri quadrati. Ades­so dobbiamo eseguire la sottrazione decisiva: 22.500.000 miliardi meno 8.100.000 miliardi è uguale a 14.400.000 miliardi. Alla fine, estraendo la radice quadrata, otteniamo per l’intervallo spazio-tem­porale tra questi due eventi il valore di 120 milioni di chilometri. No­tiamo che questa cifra è inferiore alla distanza spaziale di ben 30 mi­lioni di chilometri. Ovviamente, maggiore è la separazione nel tempo, minore sarà il risultato finale. Se consideriamo il secondo evento alle tredici e 8 mi­nuti, avremo un intervallo spazio-temporale di soli 42 milioni di chilometri. Con 8 minuti e 20 secondi di differenza temporale, l’inter­vallo spazio-temporale si ridurrebbe virtualmente a zero. Questo risultato ci coglie un po’ di sorpresa. Come possono due eventi separati sia nello spazio sia nel tempo avere una separazione uguale a zero nello spazio-tempo?”.

[9] Paul Davies, I misteri del tempo, Mondadori, Milano, 1997, p. 209.

[10] L’iterazione è un procedimento matematico che segue una regola molto semplice: si prende un numero che comincia con 0 ( z ) e il numero complesso ( c ), corrispondente al punto che viene sottoposto a sperimentazione; lo si moltiplica per se stesso ( z2 ) e gli si aggiunge il numero ( c ) di partenza. Per continuare si itera il processo: si prende cioè il risultato, si moltiplica per se stesso e gli si aggiunge lo stesso numero di partenza ( c), e così via.

[11] Roger Penrose, La “realtà” dei numeri naturali, in La mente nuova dell’imperatore, BUR, Milano, 1992, p. 133.

[12] Nota. Femtosecondo (Cfr. wikipedia.org): “Nel sistema internazionale di unità di misura il prefisso "femto-" indica 10−15. Il suo simbolo è fs.

[13] Derrick de Kerckhove, La conquista del tempo, Editori Riuniti, Roma, 2003, p. 22.

[14] Antonio Negri, Alma Venus, Prolegomeni sulla Povertà, in Kairòs, Alma Venus, Moltitudo, cit., p. 92.

[15] Giovanni Gurisatti, Scacco alla realtà. Estetica e dialettica della derealizzazione mediatica, cit. p. 126.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Filosofie del Presente

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006