TRADUCENDO MONDI
ESPERIENZE
La traduzione
come indagine
biografica:
Emily Holmes
Coleman ed Ernest
Hemingway (1)


      
Il racconto di un traduttore che come un detective, nei testi sia poetici sia in prosa dell’autrice americana morta nel 1974, rinviene gli indizi e le tracce che configurano il suo quadro autobiografico. Così nel romanzo “Il manto di neve” con le vicende della sua alter ego Marthe ricoverata in una clinica psichiatrica per una grave depressione post-parto. Del resto, lei nei suoi diari scriveva: ‘La vita è l’arte in brutta copia’. Come a dire che soltanto nell’elaborazione letteraria il vissuto trovava il suo autentico compimento.
      



      

di Piero Ambrogio Pozzi

 

 

Quando si traduce letteratura si possono scoprire contrasti con le biografie note dell’autore oppure, in mancanza di biografie pubblicate, ci si trova nella possibilità di ricostruirne la vita come in un puzzle i cui pezzi sono il premio di una lettura diversa da ogni altra, la lettura del traduttore. Il mestiere del traduttore è affascinante, e questa lettura è un privilegio esclusivo al quale non potranno mai accedere i critici, né gli studiosi di letteratura, né tanto meno il pubblico. Anzi, il pubblico viene spesso fuorviato anche gravemente da critici e studiosi, quando questi non siano stati in grado di accedere a fonti di prima mano. Le opere da tradurre sono sempre fonti primarie, sono la vita stessa del loro autore, e il traduttore gli può trovare il cuore, se l’autore ha un cuore; può scoprire il pezzo chiave del puzzle, quello dove cambiano i colori, il disegno, ed essere in condizione di offrire al pubblico scorci di vita insospettati e autentici.

 

In due successivi articoli illustrerò esperienze legate alla traduzione delle opere di due protagonisti della letteratura americana del Novecento: una quasi sconosciuta, Emily Holmes Coleman, l’altro arcinoto, Ernest Hemingway. La prima oggetto finora solo di sporadici studi, e velata dal mistero, il secondo di imponente saggistica, e seppellito dagli stereotipi.

 

Emily Holmes Coleman

 

Quando nel 2000 affrontai la traduzione di The Shutter of Snow, l’unico romanzo di Emily Holmes Coleman[1] pubblicato nel 1930, ignoravo la storia personale dell’autrice americana, nata a Oakland in California nel 1899 e morta a Tivoli, nello Stato di New York, nel 1974. La difficoltà del testo era tale da indurmi a cercare notizie dell’autrice che potessero offrire indizi per la soluzione degli innumerevoli problemi posti dalla traduzione. Si trattava di una avventura non commissionata, che chiunque potrebbe definire amatoriale. In realtà è stato a labour of love, dove la chiave per la soluzione, con tutti i limiti che una versione in altra lingua trascina, si nascondeva in passaggi apparentemente senza senso coincidenti con le crisi allucinatorie della protagonista Marthe, ricoverata in una clinica psichiatrica per una grave depressione post-partum. Dopo lunghe considerazioni e occasionali intuizioni, quei passaggi si sono rivelati e confermati elementi di una sua autobiografia, poetici pezzi del puzzle di una vita: Marthe/Emily sarebbe poi stata poetessa per il resto della sua esistenza, sempre cantando le sue emozioni, i suoi amori terreni, il suo amore per un personalissimo Dio cattolico che si è fatto trovare a metà del suo percorso di conversione, lasciandole godere e soffrire per strada tutte le esperienze umane disponibili, tranne la droga. Lo stesso Altissimu, onnipotente, bon Signore di Francesco d’Assisi, nella visione estatica e forse barbara di una appassionata donna del ventesimo secolo:

 

 

PRAYER IN THE CHURCH OF

NOTRE-DAME-DE-LORETTE[2]

 

Slim, untitled candles

you make cold the walls

of this house of suppliance.

 

The wailing of the priests

does not interest me

nor the red-decked acolytes

and I have breathed enough of incense.

 

To you

I would make known

the secret places of my abandon,

my precious things

whose bright petals

buried in Greek jars

provoke no ecstasies

save in their darkness.

Only to you

shall it be known,

and high above the chanting of children

and the stuttering of men

you shall bear a lofty torch

to my Most High.

PREGHIERA NELLA CHIESA DI

NOTRE-DAME-DE-LORETTE

 

Esili candele senza titolo

voi freddate le pareti

di questa casa di supplica.

 

I lamenti dei preti

non mi interessano

né i chierici bardati di rosso

e d’incenso ne ho respirato abbastanza.

 

A te

vorrei svelare

i luoghi segreti del mio abbandono,

le mie cose preziose

dai luminosi petali

che sepolti in vasi greci

non provocano estasi

se non nella loro oscurità.

Solo a te

sarà svelato,

e alta sopra il canto dei bambini

e il balbettio degli uomini

porterai una gran fiaccola

al mio Altissimo.[3]

(Trad. Pozzi)

 

 

Ogni opera di Emily si iscrive nella sua biografia, in quanto cristallina parte di lei, parte di quella espressione di Dio che lei soltanto può comunicare, perché ognuno la confronti con la sua propria altra espressione di Dio, parallela e forse più comprensibile perché ora narrata da un simile, una donna col dono della poesia e con la stessa personalità del Salvatore. Già nel romanzo – dal titolo italiano Il manto di neve – la sua alter ego Marthe lo annunciava a una cara compagna di degenza all’ospedale psichiatrico:

 

Mrs Welsh watched with tears dropping down. Its lovely. You see said Marthe, Im going to tell you because you are the only one who isnt a damn fool. I am Jesus Christ she said. This time its a woman she said quietly. I dont expect you to believe it. (Holmes Coleman 1997: 10)

Mrs Welsh la osservava in lacrime. È delizioso. Vede disse Marthe, ora glielo dirò perché lei è la sola che non sia una povera scema. Io sono Gesù Cristo disse. Questa volta nel corpo di una donna disse tranquillamente. Non mi aspetto che lei lo creda. (HC 2008: 26)

 

 

Stupisce, in Emily, la naturalezza con cui accosta il sensuale al sacro, ed è evidente che per lei non c’è alcuna distanza, alcuna contraddizione. Il piacere fisico è la chiave alla spiritualità (Podnieks 2012: xxxvi), è un dono divino, come un fiore, e la paura del peccato non è tra le sue ossessioni, se mai ne ha. Nel romanzo l’uscita di Marthe dalla psicosi è annunciata dal recupero delle sensazioni, dall’estasi dei sensi – droga naturale recata dalle dita – nel bagno terapeutico in acqua calda corrente:

 

Marthe relaxed her legs and arms and became a night blooming Cereus on the wrinkled stream. She had a small and tightly folded centre, yellow and full of gold and poppy-dreamings, and now she would open and pour out its fullness.

         It came out staggering and climbed awkwardly up to the cruel height beyond it. They came holding sideways their golden bowls and climbed and climbed and found relief in sinking. They came each in their turn, stronger and more intent to stay. It was now a crying light and a chariot race to the far mirages in the sea, and up and up into the depths of the cream-incensed sarcophagus they whipped their fleeting runners. (Holmes Coleman 1997: 30)

…Marthe rilassò le gambe e le braccia e diventò un fiore notturno di cactus sulla corrente increspata. Aveva un piccolo centro strettamente celato, biondo e colmo d’oro e sogni d’oppio, e ora si sarebbe aperta effondendo la sua pienezza.

         Sbocciò sgranandosi arrampicandosi tremante fino alla crudele vetta del suo inaccessibile. Vennero reggendo ai lati le loro coppe d’oro e salirono e salirono trovando sollievo nell’affondare. Vennero una dopo l’altra, con più forza e con maggior desiderio di restare. Ed ecco un grido di luce e una corsa di bighe ai lontani miraggi nel mare, ed esse frustarono i loro evanescenti corsieri su e su fin dentro le profondità del sarcofago vellutato d’incenso. (HC 2008: 59)

 

 

 

 

1.       Un Night-blooming Cereus, metafora dell’estasi di Marthe.

                                                              (Foto CC TheBrockenInaGlory)

 

 

Avvenimenti, sentimenti, sensazioni sono parte di lei in quanto scritti. È illuminante la convinzione che affida ai suoi diari: ciò che accade non è accaduto finché non sia registrato nella scrittura, dove Emily si riconosce nella realtà che potrà conoscere anche il lettore. La realtà di una vita vissuta per scrivere.

 

Nothing seems real to me until I’ve written it down. I don’t exist at all until I read what I’ve done. (Holmes Coleman, in Podnieks 2012: xl)

 

Nothing lives, for me, unless I’ve seen it written, or write about it. Life is the rough draft of art. There are several rough drafts, then the completed thing in a sentence. One more proof, for me, that the imagination is the reality, and fact the illusion. (Holmes Coleman, in Podnieks 2012: 348)

Niente mi sembra reale finché non l’ho messo su carta. Finché non leggo quel che ho fatto io non esisto proprio. (Trad. Pozzi)

 

 

Niente vive, per me, finché non l’ho visto scritto, o ne scrivo. La vita è l’arte in brutta copia. Si fanno diverse brutte copie, poi la cosa si materializza in una frase. Ancora una prova, per me, che l’immaginazione è la realtà, e il fatto l’illusione. (Trad. Pozzi)

 

 

 

 

               2. Copertina dei Diari di Emily Holmes Coleman, pubblicati nel 2012.

 

 

E allora Emily è tutta scritta e tutta reale, nel romanzo pubblicato, nell’opera poetica, nel secondo romanzo inedito, The Tygon (che in gran parte ricalca le sue vicende amorose con l’aspirante traduttore e scrittore italiano Raffaele Bianchetti e con l’alto funzionario inglese Peter Hoare), nei suoi diari, che Elizabeth Podnieks ha con gran merito appena portato alla luce. È proprio dalla lettura dei suoi diari che si può finalmente trovare conferma del valore autobiografico dei suoi scritti destinati alla stampa. Scritti talmente onesti da non essere in contraddizione con i diari. Diari talmente onesti da essere scritti “with some care”, con la consapevolezza che qualcuno, un giorno, li avrebbe pubblicati (Podnieks 2012: xli, xlii). Nel 1936 la pubblicazione di The Tygon è rifiutata da Jack McDougall “frightened and alarmed” (Podnieks 2012: 343), l’anno successivo da T.S. Eliot. Risulta che quel lavoro esista in diverse stesure, presso le Special Collections della University of Delaware Library, frutto di successive aggiunte e revisioni nell’arco di decenni. Eppure ancora non è stato pubblicato. Per la gran mole della sua poesia inedita ho il dubbio che Emily non abbia ritenuto quelle testimonianze di vita sufficientemente reali da poter essere stampate. Chi di noi non ha attraversato esperienze irrisolte? Anche in questo ci si può confrontare con Emily, nella smarrita ricerca di un compimento delle nostre aspirazioni. Ed è davvero un privilegio potersi calare nella sua ricerca, non scritta a contratto, ma per esigenza di artistica, leale e continua prova.

 

Dicevo della vita vissuta per scrivere. Guarita, come la sua protagonista Marthe, dalla psicosi post-partum per la quale era stata ricoverata per più di due mesi al Rochester State Hospital, prende via via coscienza di questa sua predestinazione, che la fa divorziare amichevolmente dal marito Deak e rinunciare alla diretta cura del figlio John. Con una sua assoluta autonomia, e parallelamente alla cosiddetta Lost Generation maschile, farà parte delle americane espatriate in Europa, e particolarmente a Parigi, in cerca della “libertà culturale, sessuale e personale necessaria per esplorare le loro intuizioni creative” (Benstock 1986:10, citata da Podnieks). Emily scrive, e non solo su se stessa. Scrive per dare vita alle memorie dell’anarchica Emma Goldman, scrive lettere a T.S. Eliot per convincerlo della grandezza artistica di Nightwood, l’opera principale di Djuna Barnes che aveva aiutato a nascere come editor. Scrive per tramandare le Scritture, interpretando estesamente nelle sue poesie le verità di fede come realtà: un esercizio spirituale continuo, un apostolato laico che riscrive la Bibbia in poesia contemporanea. Forse un’idea migliore della ennesima ritraduzione sopraffatta da note esplicative.

 

 

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Testi originali: Copyright © Estate of Emily Holmes Coleman 2013

Traduzioni: Copyright © Piero Ambrogio Pozzi 2013

 

L’archivio delle opere di Emily Holmes Coleman si trova presso:

University of Delaware Library – Special Collections

181 South College Avenue – Newark, Delaware 19717-5267

http://www.lib.udel.edu

 

 

Bibliografia

 

Benstock, S., 1986. Women of the Left Bank, Paris 1900-1940. Austin: University of Texas Press.

 

Holmes Coleman, E. 1997. The Shutter of Snow. Normal, IL: Dalkey Archive.

 

Holmes Coleman, E. 2008. Il manto di neve. Roma: Robin Edizioni.

 

Podnieks, E. (a cura di) 2012. Rough Draft – The Modernist Diaries of Emily Holmes Coleman, 1929-1937. Newark: University of Delaware Press.

 

 

 



[2] Poesia dalla raccolta Mani quiete, in corso di pubblicazione. La chiesa di Notre-Dame-de-Lorette (Madonna di Loreto) si trova a Parigi, nel nono arrondissement.




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