PRIMO PIANO
IL LAVORO CRITICO
Il silenzio dei Padri e l’ascolto dell’Altro


      
Una giovane studiosa di letteratura riflette sull’eredità della generazione paterna protesa a un più o meno utopistico ‘rivoluzionamento del mondo’ e sul malessere profondo della propria generazione ‘precarizzata’, impotente a vivere ‘accettando l’insuccesso’. E da qui parte per elaborare la proposta di una ‘critica relazionale’ che sappia sviluppare dei nuovi strumenti analitici e diagnostici non in vista di un velleitario cambiamento del sistema, ma per individuare un modo per stare in ‘questo mondo’ comprendendolo, cogliendo i suoi nodi nevralgici.
      



      


di Desirée Massaroni

 

 

La recente pubblicazione di testi  accomunati dalla questione del Padre come ad esempio Patria senza Padri e Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre di Massimo Recalcati, I padri degli altri di Romana Petri, Geologia di un Padre di Valerio Magrelli, solleva un comune sentire attorno alla  questione del Padre, dei Padri, sulla sua significanza e sulla sua evaporazione oggi.

La necessità di un gruppo, di un movimento, di una compatta e unitaria azione culturale che  possa accogliere l’eredità dei Padri e proseguire un processo di ridefinizione del reale, si inserisce in  un’epoca in cui, come rilevano i recenti studi di psicologia e psicoanalisi, il problema preminente della società vigente sono i legami e le relazioni interpersonali. Partendo dalle teorie di John Bowlby, sviluppate in studi successivi che la nuovissima generazione dei nativi digitali ben esprime nel binomio reale/virtuale – impulso narcisista, siamo di fronte a una realtà vissuta in maniera ambivalente ed esperita sempre più virtualmente. Nell’interrogativo che Manuel Castells pone in  Galassia Internet, se sia stata la società ad aver forgiato la nuova tecnologia o quest’ultima ad aver creato la nuova società,  verrebbe da pensare alla prima ipotesi come compensazione alla scomparsa di dimensioni reali incentivanti l’incontrarsi in concomitanza a un relativismo del presente che trova nel virtuale un apparente rasserenamento.

L’azione rivoluzionaria da parte dei nostri Padri verso l’altro, verso un nemico esterno, verso delle categorie più o meno concrete, si è tramutata nei figli, sul piano individuale, in un’aggressività nei confronti di se stessi, in un accanito autolesionismo, perspicuo rovescio del narcisismo, nella speranza di sentirsi, di rintracciare il Logos. Tali dinamiche, non  generate dall’hic et hunc, ma  frutto di un processo più lungo, di una gestazione di anni, di decenni, a volte di secoli, in coincidenza di una serie di habitat ‘favorevoli’  hanno avuto in questo presente la loro massima espressione. Tale  sfasamento tra lo spirito d’iniziativa, il sentimento d’appartenenza, lo slancio più o meno utopistico di cambiamento del mondo da parte dei Padri e il nichilismo, l’ammorbamento, il ripiegamento sul sé narcisista dei figli, non può essere (solo) demandato, come genericamente si tende ad affermare, a una sistema socio-capitalista. È chiaro come questo tipo di diagnosi, non soddisfacente laddove peraltro le cause non sono mai una ma molteplici, equivarrebbe a indicare le cause di un paziente dipendente dal gioco nella presenza delle macchinette e di uno Stato che incentiva al gioco d'azzardo. Di certo in un’epoca di profonda precarizzazione dell’esistenza, l’azione capitalistica si insinua  – al pari del serpente biblico – porgendo una mela/oggetto feticcio come illusorio farmaco  dissipante la vita del soggetto e rendendolo perennemente insoddisfatto e in preda all’angoscia. Partendo dal presupposto che ognuno è responsabile di ciò che è e di ciò che ha, la società consumistico-capitalista con l’incentivazione ai falsi bisogni o al desiderio di niente può sicuramente essere una rilevante concausa del problema ma non la causa primordiale. E questo perché l’individuo non viene dalla società, ma in primo luogo dalla Famiglia, dai Padri e dalle Madri. È chiaro come di fronte a qualsiasi malessere, vi sia sempre, alla base, una cattiva relazione all’interno della Famiglia che può naturalmente trovare un’amplificazione, una degenerazione in un ambiente sociale il quale tuttavia costituisce un luogo secondario. È infatti nella Famiglia che si apprendono l’affettività, le relazioni, quelle certezze interiori (che non possono essere delegate a nessun altro se non al Padre e alla Madre), quegli  strumenti per vivere  senza impazzire.





Dal piano individuale a quello culturale potremo dire che, cadute le ideologie, i  punti di riferimento, i valori comunitari, i Padri, i ruoli, sono venute meno anche le differenziazioni e quindi, di conseguenza, la formazione (psicologica, culturale). Annullata la formazione è stato ‘rimosso’ l’errore, lo sbaglio e dunque la frustrazione. In questo senso l’ultimo libro di Marco Mancassola,  Amici del deserto, non può essere concepito, come similmente rilevano Ida Bozzi e Bruno Ruffilli, solo come un romanzo sull’amicizia ma anche come un romanzo in cui  si narra un’incapacità, propria di questa epoca, della mia generazione, ad accettare le incertezze, le frustrazioni, gli insuccessi, i fallimenti (lo scarto con i Padri non è dunque nella dicotomia fra successo e insuccesso ma nell’impotenza, rispetto a questi, di vivere accettando l’insuccesso). E mi pare che Ida Bozzi, proprio nella recensione al libro di Mancassola, attui essa stessa tale rimozione in “trentenni già con una serie di insuccessi sentimentali e lavorativi”, venendo meno al senso primario della scrittura e direi del lavoro critico. Se, come afferma Andrea Bajani, la storia della letteratura è l’incapacità di stare al mondo, il critico dovrebbe in primo luogo cogliere tale inadeguatezza e contestualizzarla all’interno del proprio contesto storico. Il non leggere i propri Padri come il non leggere i propri colleghi (scrittori, critici) parrebbe aver forgiato da una parte una serie di atteggiamenti edipici rifiutanti  l’eredità e una cecità di fronte al reale e, dall’altro, derive narcisiste esperibili nella  disintegrazione dei legami e nella perdita del senso della realtà e dell’alterità (che  sono l’opposto della letteratura dell’arte).

Come nel neonato che non accetta la suzione, che rifiuta il latte materno, c’è da chiedersi se non ci sia il sintomo di qualcosa di più profondo, come ad esempio  una maternità non determinata, così in un pubblico che non legge bisognerebbe domandarsi se non ci sia una scrittura, un lavoro critico non convinto, non autentico, ovvero non attuante  una nuova  relazione,  un incontro con l’Altro. La progettazione di un sistema scolastico in cui possa realizzarsi il nutrimento e non il suo rigetto e un lavoro critico che sia concretamente foriero di buone idee e di soluzioni espressive, necessita di individui in grado di scuotere le teste, di porre domande, di riavviare il pensiero, di mantenere viva la tensione (e pensando a un Manzoni, ‘naturalmente noioso’, l’attenzione), verso il non detto, l’inedito, il lontanissimo da noi. Per realizzare questo, in primo luogo nella scuola, è indispensabile che gli aspiranti insegnanti, naturalmente tutti anelanti a diventare di ruolo, siano consapevoli del loro ruolo che li aspetta, cioè quello di Padri e Madri. È necessario che siano  individui ‘risolti’ (con una soggettività non vulnerabile – almeno durante l’orario scolastico), in grado di collocarsi, rispetto ai Figli/Studenti (il cui ruolo è quello di una soggettività vulnerabile perché in formazione) non sul piano dell’omogeneità, della complicità, della fusionalità, ma sul piano della differenza, della generatività, di una distanza necessaria affinché i Figli/Studenti possano sentirsi riconosciuti come tali e quindi sentirsi simbolicamente inscritti come eredi di un sapere. Mi pare che nel lattante che rifiuta il latte possa essere rintracciata  anche quella malsana abitudine di molti insegnanti della mia generazione di affidare a un libro di testo la veicolazione della cultura, cioè di offrire  un’abbondanza di oggetti (latte-libro, materiali didattici, schede d’approfondimento) e non il segno-Parola indispensabile affinché si compia quella trasmissione orale della tradizione, quel  riconoscimento dell’allievo come ‘discendente’. L’insegnante dovrebbe incentivare la crescita di ogni Figlio/Studente non percependola come oggetto di godimento, ma come qualcosa di voluto, di desiderato, considerando l’altro come soggetto e non come oggetto di nozioni.

E su questo punto credo che anche il lavoro del critico debba riesaminare la sua azione in un’operazione che riconsideri la realtà e l’alterità, che comprenda come un’azione di cambiamento possa avvenire solo attraverso l’incontro con l’altro. In che cosa consiste questo nuovo lavoro del critico? In primo luogo nell’uscita da una partenogenesi di se stessi, da una bastevolezza del proprio sapere, da un solipsismo narcisista e dalla consapevolezza della cultura non come azione personale riflettente il sé, ma come atto di responsabilità.





Sergio Ragalzi, Madre, 2011


Per creare una critica nuova, in grado cioè di essere per l’oggi un efficiente e lucido strumento di indagine, per elaborare nuovi strumenti di analisi (quasi diagnostici) e d’intervento svincolati da rimozioni, lo scrittore, il critico, come un buon psicoanalista, dovrebbe prima e durante l’esercizio del proprio mestiere curare sempre la consapevolezza di sé e di chi ha di fronte. Coltivare la propria base culturale, esercitare la critica criticando anche il proprio operato nel senso di straniarsi, guardarsi dall’esterno, non specchiarsi nei propri scritti, nel proprio operato, non essere (e non voler essere) mai troppo certi di se stessi e di quello di cui si pensa (o si sa).

La consapevolezza del passaggio da un’ormai obsoleta coscienza di classe a una coscienza/conoscenza di se stessi e della realtà in cui ci si colloca, mi pare sposti l’attenzione da un incerto sentimento di italianità  a un  nuovo, sebbene anch’esso incerto, sentimento di appartenenza fondato (in un’epoca fatta di relazioni virtuali) su concreti legami interpersonali, sulla riscoperta del movimento, della spinta, del trasporto verso l’Altro. Quindi sperimentare, guardare, leggere l’altro, riconoscerlo/applaudirlo se è più bravo di noi. Solo in questo modo si può pensare allora di fare gruppo, di creare un rinnovato senso di appartenenza. E in cosa consiste questo incontro con l’Altro (autore, pubblico, realtà)? Direi nell’attuazione del senso dell’Arte ovvero quello di mettersi in posizione di ascolto, di essere in grado di captare, in un vociferare confuso e confondente, quelle voci che vengono dai luoghi più sconosciuti, più reconditi. L’ascolto dell’Altro, come fa lo psicoanalista e come dovrebbe fare un buon critico/scrittore, che non dà risposte ma pone e stimola le domande, si rivela indispensabile per restituire all’Altro il senso della sua parola e dunque per ri-conoscerlo. D’altronde chi meglio del paziente sa del proprio male e quindi chi meglio della Realtà è consapevole delle sue dinamiche? Ma è pur vero che senza la mediazione dello psicoanalista/scrittore/poeta non ci può essere riconoscimento dell’Altro; la parola, le voci, sono riconosciute solo se ascoltate. È per questo motivo che il silenzio dello psicoanalista come quello del poeta si rileva necessario per accogliere l’Altro, per cogliere il mistero del reale e donarlo alla collettività.

Nell’idea di una critica relazionale, l’eredità dei Padri dovrebbe essere accolta e rielaborata in una logica eversiva che tuttavia abbia profonda coscienza del momento storico al punto da non pensare a un velleitario cambiamento del mondo, ma a un modo per stare in questo mondo comprendendolo, cogliendo i suoi nodi nevralgici. L’eredità della resistenza dei Padri deve essere quindi riplasmata all’interno di un’epoca che richiede a mio avviso non tanto il resistere, ma il lavorare sulle sue resistenze, sul dettaglio, sul particolare, sugli elementi apparentemente insignificanti e che tuttavia costituiscono quello scarto indispensabile alla comprensione e alla critica. La nuova critica, calandosi in un presente sempre più polisemico, dovrebbe concentrarsi soprattutto su ciò che è indefinito, incerto, in via di formazione, che è lontanissimo e dunque, proprio per questo, stimolante il pensiero e l’interrogazione. In virtù di un’imprescindibile presenza nella socialità, il giovane critico dovrebbe essere disposto a lasciarsi attraversare da questa realtà polimorfica rintracciando, nell’incontro con l’Altro, una nuova opposizione, una nuova forma di eversione. È solo nella lucida immersione nel tempo presente (senza patire il passato dei Padri in una suggestione che svalorizza o in una dipendenza infatuata) che si può pensare all’articolazione di un lavoro sostenuto dalla capacità di porsi e di indurre le domande giuste.

 

 




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