PRIMO PIANO
RICORDO DI LIZZANI
In viaggio
con Carlo


      
La scrittrice romana, amica fin dalla giovinezza, negli anni ’40, del regista morto suicida lo scorso ottobre, rammemora il reciproco percorso esistenziale, politico e artistico. Legato alla rispettiva collocazione in area comunista e rafforzato dal film del 1964 “La vita agra”, ricavato dall’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi, compagno dell’autrice. Ne risulta uno spaccato di Novecento italiano, dove la biografia culturale delle persone si intreccia alla storia in un tempo che era segnato da molte contraddizioni e conflitti, ma anche da grandi speranze, aspettative, volontà di impegno a cambiare il mondo, come oggi non si ritrova più.
      



      


di Maria Jatosti

 

 

Amavamo l’America, il cinema, la rivoluzione, i libri. Un libro ci ha fatto incontrare. 1949, Libertas Film, salita del grillo, via Nazionale, a due passi, dal Rialto, Roma. Io vent’anni, mollato studi, speranze, ambizioni, e progetti paterni, abbracciata la lotta, mi conquistavo pane e libertà a centovento mensili nel seminterrato tappezzato di manifesti filmici d’oltrecortina o sovietici. Anna Szabo, Ciapaiev, La battaglia di Stalingrado, Veleggia una vela solitaria, Spalicek, Vávra, Čapek, Jiri Trnca, Karlovy Vary... Salivo la scalinatella con le gambe ulcerate bendate a spiga come i tronchi dei ciliegi di Vignola in inverno, fiatone e guance rosse, seduta alla macchina per scrivere, la testa a parole e concetti nuovi come découpage, montaggio, flashback, piano sequenza, a decrittare la calligrafia minuta e rapida sulle pagine fitte fitte della tua storia. Al mio fianco la tua voce mite, un po’ nasale, la tua pazienza nel correggere i miei svarioni meccanici e di ingenuità. Fuori orario, naturalmente, pagata extra: qualche soldino in più. Che regalo! Guadagnare per imparare da te tutte quelle cose sul cinema italiano, da Camerini e Blasetti a Rossellini e De Santis, da Capitan Fracassa, La corona di ferro a Roma città aperta, Riso amaro, da Lyda Borelli a Anna Magnani... Il cinema, io ce l’avevo nel sangue. Nascosta nei bagni del Centro Sperimentale avevo svolto il tema di ammissione per mia sorella maggiore Aurora, bellissima ma poco incline all’arte dello scrivere, dilungandomi sulla corsa della Magnani in Roma città aperta: Francesco! Francesco!

 

Francesco, come tuo figlio che ha il tuo volto, le tue mani, la tua voce, la serena, pacata lucidità del tuo parlare di uomo sapiente e politico puro, e spacca il cuore con le parole, là, di fronte alla bara nuda, spartana, con tutta la gente intorno, attonita, gli occhi gonfi, la gola chiusa, il cuore stretto a pugno... Francesco che racconta di quel re malato di malinconia che cercava la felicità... E i ricordi si sbrigliano, viaggiano, veloci, scombinati: immagini, lampi. 1963: Milano del miracolo. Riuniti attorno a un tavolo, a misurare le parole: ogni battuta. Vincenzoni che vitelloneggia con l’Autore, tu e Amidei che con indulgenza li riconducete al dovere. Le serate con Ugo, i suoi risotti mitici, colorati, il suo vitalismo un po’ becero e provinciale, i giri nella città impazzita, che corre a precipizio verso il boom... Ugo che fa la parte di Luciano che Marcello non ha voluto fare e Giovanna che fa la parte di Anna – non io, come hanno scritto i giornali – e vuole che le spieghi, le insegni, le racconti com’era davvero la vita, davvero così agra, o no... Il Derby, il mio amico Jannacci che canta un’umanità disperata e irregolare con la chitarra sotto il mento, la faccia stralunata, nella latteria dei morti-di-fame e degli artisti... e il Pirellone che alla fine esplode, sì, ma senza bombe, e addio rivoluzione... Non mi piacque il tuo film, non mi piacque Tognazzi-Bianciardi, te l’ho detto, come non mi era piaciuto il libro. Ma era soltanto colpa mia.





Amavamo l’America di Ombre rosse e di Ragazzo negro. Odiavamo l’America della CIA, di Sacco e Vanzetti, del maccartismo, della guerra fredda, ma ci nutrivamo ingordamente di pellicole e di romanzi d’oltreoceano, anche quelli tenuti in sospetto da una cultura di parte, di stampo zdanoviano e neorealista. Il neorealismo! Che scoperta! Che rivoluzione! Spazzando via frivolezze, sdolcinature, leziosità e telefoni bianchi, in mezzo a mille difficoltà portava nel cinema il bisogno di libertà, la voglia e il coraggio di guardare al mondo dalla parte del popolo, mostrando la drammaticità della storia recente, senza tema di “esibire i panni sporchi” o di “recare danno con lo spettacolo penoso di una guerra fratricida (la lotta di liberazione partigiana!) alla formazione di una coscienza unitaria italiana, nonché di fomentare l’odio verso i tedeschi che stavano faticosamente cercando di inserirsi nel nuovo quadro europeo”. Così la censura ministeriale nell’Italia bigotta, democristiana e postfascista del tempo.

 

Amavamo il cinema realtà, il documentario. Disprezzavamo i formalismi, l’estetismo, la calligrafia dei prodotti commerciali. Ci piaceva Ioris Ivens di Zuiderzee nella versione integrale, non amputata del finale brechtiano e l’espressionista Murnau di Tabù. “Basta fiori, paesaggi, monumenti, ti accaloravi. Basta con la bella immagine, la bella pagina! Fate parlare gli uomini, i fatti, compagni! Esistono le fabbriche, le case dense di dramma della nostra provincia... C’è la storia, quella vera, senza retorica, che attende ancora un’interpretazione... C’è il Sud, che preme per il riscatto dal folklore...”.

Tutto il tuo cinema testimonierà un interesse profondo per la storia o per certe vicende clamorose di cronaca, certi fatti veri. Ne avevi già dato prova in quegli anni nei tuoi filmati sull’eccidio di Modena, sull’Emilia rossa, sulle terre insanguinate dalle lotte contadine, sul risveglio del Mezzogiorno, dai sassi di Matera ai bassi di Napoli. E, più tardi, nei tuoi viaggi-inchiesta in giro per il mondo, dal Giappone alla Mongolia, dalla Corea, al Tibet alla Thailandia e alla Cina di prima della rivoluzione culturale, di cui ti colpì e ti travolse l’immensità di una società contadina, arcaica.

 

Le tue lezioni-arringhe appassionate sul neorealismo! Le discussioni, gli scontri, le polemiche interne anche al partito – Guttuso-Turcato, Vittorini-Togliatti –. Ci trovavamo di fronte a un movimento culturale innovativo o non, piuttosto, conservatore, che risentiva di un linguaggio vecchio, comunque non nuovo, già esistente? “II neorealismo, dicevi, non è solo una rivoluzione di contenuti, ma una rivoluzione formale, di coscienza linguistica, di linguaggio: il modo di muovere la macchina...”. Come nel cinema così anche in pittura, in letteratura, il neorealismo significava volontà di cambiare, di combattere il formalismo, l’idealismo, di trovare un linguaggio e dei contenuti nuovi che tenessero conto della realtà popolare, a partire dall’esperienza ancora bruciante della guerra e della Resistenza.

 

E intanto c’era la storia, c’erano le lotte, la fatica quotidiana, la politica, l’amore – io sempre innamorata –, i vent’anni. C’erano il cinema, il mito del “gruppo”, gli amici: Elio Petri, Mino Argentieri, Callisto Cosulich, Ugo Pirro, il risorto «Cinema» che già negli ultimi anni di regime aveva favorito la nascita del filone neorealista. E poi, «Filmcritica», e i cineclub, e i cinema d’essai, e le mattinée al Rialto... E Achtung! Banditi!, Cronache di poveri amanti: Maciste in croce sul sagrato di san Lorenzo! La cooperativa dei partigiani, a Genova, appoggiata dal partito e finanziata anche dal popolo. Cinquecento lire per una quota. Mi offristi di entrarci, ma chi le aveva mai viste cinquecento lire tutte insieme! Quattro mesi di stipendio, quando c’era! Finito il lavoro alla Libertas e successivamente alla Federazione dei Circoli del Cinema, ero approdata al Sindacato Edili, in piazza dell’Esquilino, a due passi dal Viminale di Scelba e da «Vie Nuove», rotocalco culturale del partito – che la domenica diffondevo per le strade del mio quartiere Garbatella insieme a «l’Unità» – punto di memorabili incontri settimanali di intellettuali artisti e poeti che si chiamavano Guttuso, Attardi, Vespignani, Bigiaretti, Rodari, Tutino, Chilanti, Socrate, Pavese, Visconti, Lizzani... (la mia delusione davanti al Neruda della mariposa de otoño accovacciato in terra in un angolo, corpacciuto, taciturno, immusonito!). Volevo scrivere. Volevo fare la rivoluzione, cambiare il mondo, a partire da me, dalla mia stanza, dal cortile di casa, dalla piazza del mio quartiere. Anche scrivendo si può salvare, affrancare l’umanità dall’ingiustizia, mi dicevo convinta. E ci provavo. Il mio timido esordio narrativo sul «Lavoro» di Gianni Toti, il premio, gli elogi del partito. I primi quattro versi su «Pattuglia», Gillo Pontecorvo compagno direttore e già attore: l’operaio Pietro fucilato insieme a te, parroco Camillo lungo lungo magro magro in abito talare, ne Il sole sorge ancora, girato tra la bella primavera della Liberazione e l’autunno del ’46. A Milano, la nostra Milano, dove ci siamo ritrovati dopo anni, e che amiamo e dove torniamo sempre con emozione. Milano dei miei furori e dei tuoi banditi romantici, oggi aperta ai poteri criminali e mafiosi, così perduta nella sua dissennata smania di cementificazione, con le sue torri fantasma, i suoi residence spettrali, deliri miliardari di architetti e urbanisti rampanti che hanno devastato il cuore, mutato il volto, stravolto l’armonia razionale, sapiente e compatta, tradito la vocazione, la “religione laica del fare” di questa città concreta, pragmatica, orgogliosa.

 

Milano viva del dopoguerra: esperienza fondamentale per quelli come noi: con pochissimi soldi in tasca e tante idee, tanto entusiasmo; il mondo che cambia, che sogna la luna, la giovinezza per le strade, la scoperta dell’amicizia e della solidarietà, la conoscenza di tanti giovani intellettuali, letterati, artisti, pittori, fotografi squattrinati come noi che frequentavano gli stessi mitici luoghi: Brera, il Giamaica, la latteria delle sorelle Pirovini, san Marco, corso Garibaldi, via Solferino, il Carcano, il Piccolo... Milano operosa, socialista. Milano delle fabbriche, della ricostruzione, di Olivetti, delle case editrici, di Feltrinelli e dell’Umanitaria, dei treni del Sud, delle battaglie, dei grandi scioperi. Milano di Dario Fo, lo svitato. E poi ancora Milano del miracolo, di nuovo ritrovati, il passo allentato, spenti i furori rivoluzionari, qualche lira in più, il benessere, la fama, la frenesia, la sbornia del “boom”, con quello che di insidioso, di subdolo, di corrotto vi si annidava, e che pochi in Italia intuirono: Pasolini, Bianciardi, Mastronardi... Il cinema, la nouvelle vague, Truffaut. La grande stagione letteraria. Il nouveau roman d’oltralpe: Butor, Robbe-Grillet, Duras. Il Gruppo 63. Ottieri, Volponi, Testori, il mondo del lavoro che irrompe nella scrittura.





Carlo Lizzani


Scrivere era il tuo sogno e nel cinema, mi racconti, ci sei entrato come scrittore. Dapprima, poco più che adolescente, come critico in una rivista specializzata dei Guf, poi da soggettista e sceneggiatore con Lattuada, De Santis, Rossellini. È un mattino di sole d’inverno romano stuprato dalla cecità di uomini e donne-larve che ingombrano, frastornano, assordano, assillano, sospingono, si riversano e mi inghiottono dal buco nero del metrò Ottaviano-Giulio Cesare, invadendo i vialoni squadrati del tuo rione dei Prati. Parli, racconti, e io ti chiedo e ti ascolto e prendo appunti. Noi due isolati, finalmente strappando un’isola di quiete alla gazzarra prenatalizia. Il tuo sguardo universale sul novecento, la tua coscienza critica, il tuo occhio incisivo sulla storia a partire dalla cronaca, la tua ricerca di verità. Il tuo lungo viaggiare nel secolo breve che si snoda nel tuo discorrere fluido, pacato.. Il libro quasi pronto... C’era il sole, fuori, e la folla dei dannati per le strade. Avevo pigiato il bottone lucido del citofono, varcato l’androne maestoso con la grande pianta, l’arcata e le scale sul fondo, sbirciato il cortile... Quel cortile che hai scelto come estremo approdo. Sto lavorando e lo sento alla tivù. Un colpo. Il cuore che si ferma. La ragione che si rifiuta: non ci credo, non è possibile, non deve essere... Ma quelli insistono. Hai staccato la chiave, dicono. Ecco, è una bugia, è sbagliato: la chiave non si stacca, è la spina che si stacca, c’è qualcosa di stridente, di sfasato, di irreale... Non puoi averlo scritto... Non tu, che nelle parole credi, ne conosci il valore e il peso, da uomo e da scrittore.

 

Ragazzino, leggendo Verne e Salgari e London – la grande letteratura sarebbe venuta dopo – sognavi come me di diventare scrittore. Il cinema ti appassionava e l’occasione venne con una rivistina romana dove già c’erano Vito Pandolfi, Ruggero Jacobbi, Alfonso Gatto. Cominciasti con le recensioni e fu così che, soprattutto per certe sonore stroncature dei film dei telefoni bianchi, ma non solo, ti notarono e ti contattarono quelli di «Cinema», tutta gente più grande di te: Antonioni, De Santis, Visconti, i fratelli Puccini, Pietrangeli, eccetera, i quali, valorizzandoti come critico, al tempo stesso ti aprirono agli ideali di libertà, indicandoti certi libri e avvicinandoti al pci. Venne la guerra, l’occupazione nazista, la Resistenza nei gap di Roma e, più tardi, la militanza nel Movimento Giovanile Comunista al fianco di Enrico Berlinguer sbarcato dalla Sardegna. Ma intanto, non dimenticando l’amore per la scrittura, collaboravi a «Gioventù nuova», (dove, come dici nel tuo libro, mi avresti incontrata la prima volta), insieme a Gianni Toti, Mario Socrate e altri giovanissimi compagni. “Ero a un bivio, racconti. Avrei potuto diventare, come dicevamo allora, un rivoluzionario di professione, ma mi resi conto che la politica esigeva doti troppo eccezionali di dedizione, di pazienza, di ostinazione che, pur amandola, non possedevo.”. Così tornasti alla scrittura per il cinema. “La scrittura è fondamentale. Dietro il film c’è la parola, il soggetto, la sceneggiatura. In tutti i miei film ho collaborato alla sceneggiatura, come tu sai per esperienza personale. È vero che a volte, ai tempi di Rossellini, si improvvisava. Per esempio, mi racconti con un sorriso che ti fa ragazzo, sul set di Germania anno zero, che fu girato tra Parigi e Berlino, ci arrivammo con poche paginette, una per sequenza, e qualche dialogo abbiamo dovuto imbastirlo all’ultimo momento. Tieni conto però che alle spalle c’erano sei mesi di lavoro preparatorio: consultazioni, chiacchierate, raccolta di dati. Quando Marlene Dietrich si avvicinò a Rossellini, lui volle farsi raccontare aneddoti, fatti, particolari, sulla vita nella Berlino devastata dalla guerra e lei, completamente sedotta, come tutti del resto, dal fascino dell’autore di Roma città aperta, stava ore e ore alla macchina per scrivere a buttar giù materiale per il suo film.”





Tu parli, evochi, racconti, spieghi e il nostro viaggio continua. Milano, Roma, qualche lettera, qualche chiacchierata, qualche incontro pubblico, il Sindacato scrittori, la Casa delle Letterature, la Casa del Cinema, un Convegno per Luciano a Lanciano, uno a Roma, con te, Giovanna e il “tuo-nostro” film, il mio ottantesimo, i libri che ci siamo scambiati. I miei, i tuoi con le amorose dediche... Le tue osservazioni puntuali sull’impalcatura della mia ultima fatica creativa: la tua dolcezza giovane, la tua sapienza, la tua lucidità, il tuo esserci: gentile, empatico, curioso, disponibile, puntuale... Sempre. Ti era piaciuta una mia lettera, volevi dirmelo. Non stavi bene, eri stanco, amareggiato, deluso, “Non mi fanno lavorare più, neanche quelli di Rai tre... Ho tanti progetti, ma...”. Quel giorno a via dei Gracchi mi avevi parlato di un vecchio sogno: un film su Di Vittorio. “Raccontare la storia di Di Vittorio, e della CGIL, significa ripercorrere un secolo di lotte anche sanguinose, di conquiste, di trasformazioni radicali…”. Mi sembrò un sogno bellissimo. Io che Di Vittorio lo avevo conosciuto, amato, col quale avevo anche avuto occasione di lavorare, in gioventù. “Ne parlammo una sera di quasi cinquant’anni fa, in casa mia. Ma lui, che aveva visto e apprezzato Cronache di poveri amanti, si schermì, schivo, imbarazzato. Come molti grandi, aveva il dono della modestia. Ci mancano uomini così. Tanti se ne sono andati...”.

 

Non lo farai il film su Di Vittorio e neanche quell’altro, quello a cui stavi pensando: una storia scomoda, come è scomoda la ricerca della verità storica oggettiva, ad affrontarla con purezza e profondità di sguardo e di coscienza, come tu facevi. Non farai il programmato viaggio in Italia con Francesco, non sarai alla mia prossima presentazione, neppure ahimé in collegamento telefonico come avresti voluto, e alla mia domanda sullo stato generale delle nostre sorti e della tua salute non solo fisica, mi risponderai con un sorriso lieve, ironico, solo un po’ malinconico, come quella mattina di quasi Natale a via dei Gracchi, citando Woody Allen: “Dio è morto, Marx pure, e anch’io non sto molto bene.”. E te ne andrai. E io ti aspetterò. Ciao, Carlo. Alla prossima.

 

 

ottobre 2013




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