PRIMO PIANO
JIM MORRISON (1943-1971)
Re Lucertola
e il poeta dentro
L.A.merica


      
Il 7 dicembre di settant’anni fa nasceva il cantante dei Doors. Che deve la sua fama planetaria e la persistente devozione dei fans alla sua carriera di rock-star nella band americana. Ma la sua vera vocazione era quella di autore di poesia, arte per pochi laddove la musica è per le masse. È in questa contraddizione che matura il distacco dell’artista, la sua poetica neo-romantica della ‘fine’. I suoi versi stanno tra i ‘maudits’ francesi (da Rimbaud a Baudelaire) e gli scrittori della Beat Generation (da Kerouac a Ferlinghetti) e cercano di divincolarsi dalla grande pressione mediatica che si concentrava sulla sua figura di rocker dionisiaco, trasgressivo, sexy, mito vivente. Ecco qui un’acuta analisi critica della sua storia umana e letteraria.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«Prologo

 

Autointervista

[…]

Sentite, la vera poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità. Apre tutte le porte. E voi potete passare per quella che preferite.

… ed ecco perché la poesia mi alletta così tanto – perché è eterna. Fin quando ci sarà gente, la gente potrà ricordarsi parole e combinazioni di parole. Nient’altro come la poesia e le canzoni ha la possibilità di sopravvivere a un olocausto. Nessuno può ricordarsi un intero racconto. Nessuno può descrivere un film, una scultura, un quadro ma, finché ci saranno esseri umani, le canzoni e la poesia possono continuare.

Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente.

Jim Morrison, Los Angeles 1969-1971»

(da Tempesta elettrica, p. 28, trad. di T. Schipa jr, Mondadori, 2002)

 

 

1.    Introduzione: un fiore scosso dal vento e L.A.merica

 

Fragile, istrionico, maledetto. Questo era Jim Morrison. Un artista che è stato travolto dal suo stesso genio. Un genio le cui movenze erano troppo seducenti e folli per essere veritiere. Nel settantesimo anniversario della nascita di Jim Morrison (1943-2013) si ricorda il poeta visionario, pessimista e giocoso, non il cantante dei Doors di cui si sa tutto come di Cristo. Immagine fin troppo nota quella di Morrison artista poliedrico e animale da palco, che ha oscurato e sottratto forza col suo demone all’altro Morrison, il pensatore, il poeta, il regista. Jim Morrison era un animo tormentato, sconvolto dalla finta bontà genitoriale che sostiene che vivere è amore, felicità, bellezza. Rammaricato sin da bambino che vivere è tutt’altro che un bene, al punto da affermare che nascere è peggiore che morire, Morrison darà di sé l’immagine di un fanciullo che scopre la morte e non se ne riesce a liberare[1]. Poeta che matura nel dissenso, Jim Morrison da adulto scriverà alcuni versi allucinati degni di una sequenza filmica sperimentale: «Indiani disseminati sulle | carreggiate all’alba sanguinanti || Si affolla di spettri la mente del bambino | fragile guscio d’uovo ||[2]». Morrison si riferisce ad un incidente accaduto nel New Mexico nel 1949, quando aveva sei anni, in cui indiani giacevano a terra feriti sul bordo della strada. Quella scena di dolore e di sofferenza ha fatto scattare in Morrison la convinzione che la vita è preda della morte. Si crea in lui uno spavento che va costantemente allontanato, esorcizzato, liberato da un’altra strategia di vita. La vita per Jim Morrison è un dono che si oppone a chi lo riceve, un dono che ribalta le logiche della perfezione. «Sono caduto sulla terra | & ho stuprato la neve[3]», scriverà in una poesia registrata sui nastri del Village, il 7 dicembre 1970, a indicare ulteriormente come non si sceglie di nascere (cadere sulla terra) e si finisce per aggredire la propria innocenza, il proprio candore (neve). La vita è peritura e per sopravvivere ad essa bisogna essere geniali, così geniali da accettare la morte, quasi corteggiarla. Sembra assurdo, ma la genialità non consiste solo nel creare, ma nell’accettare l’oscuro presagio, l’infausto sorriso e nel durare. Chi dura, rispetto a chi non riesce a superare il tempo, è un genio.

Jim Morrison fu sorretto dalla musica, aiutato da tutto ciò che fece dai Doors, una parentesi aperta, forse una ferita, separata dal percorso poetico e cinematografico della sua arte. Jim Morrison per diventare un poeta ha dovuto farsi prima cantante, simulatore di orgasmi, trapezista vestito di pelle nera, Re Lucertola, Mr. Mojo Risin, e solo dopo essere scrittore. In tutta la sua carriera Jim Morrison ha lottato contro l’immagine che egli ha proiettato di sé, irridendo i media, fregandosene delle conseguenze: il “fiore con la testa scossa dal vento”, “il fragile guscio d’uovo”, “l’essere umano intelligente e sensibile con l’anima di un clown”. Un artista che si raffigura come un fiore stuprato, innocente, che subisce scarso affetto e coltiva di conseguenza il disinteresse per la vita. Jim riuscì a trasformare la tragedia umana in uno scherzo[4]. Morrison diventa colui che non decide per sé, ma decide di farsi guidare dal proprio tempo, dalle proprie emozioni e di ubbidire fino in fondo alla cultura hippy. Per il fatto di essere ribelle contro il sistema (Morrison fu anche intercettato dalla CIA e dall’FBI dopo il concerto di Miami del 1969[5]), i media hanno contribuito ad amplificare fino all’eccesso l’immagine dell’artista esponente della controcultura, riportando nella cronaca gli arresti, le amanti, le droghe, il mistero della morte, mentre Morrison decideva di rinunciare alla propria immagine di rock star ormai contaminata da plurime rivendicazioni (libertà, sesso, morte, famiglia, star system). Rivendicazioni che non potevano sul serio liberare un individuo schiacciato dall’enormità del peso di esistere, senza dichiararsi pronto ad una qualche ubbidienza. Se Morrison sapeva che altrove sarebbe riuscito a lasciare un segno, a dire “qui ho sul serio disubbidito”, con la morte era sicuro di giocarsi una partita in cui sarebbe stato sconfitto. Da questo concetto è nata la sua vera sfida. Sfidare la morte per Jim Morrison significava anticiparla, accelerare il percorso, avere una capacità di farsi così velocemente da lasciare tutti sbalorditi. Il dolore, la morte, le costrizioni, tutto ciò che per gli altri è motivo di resistenza, di continuo allontanamento, di forte apprensione, per Morrison è invece motivo di felicità, espressione artistica, gioia sfrenata fino all’inconcludenza, fino all’annientamento più cieco. Bisogna farsi amico il dolore perché da esso non c’è scampo. In questo modo, fin dagli esordi artistici, filosofeggiava un Morrison troppo bello per dire al pubblico, alle ragazze, che voleva esattamente questo. Eppure cantava concetti simili come se fossero una dolce melodia dal contorno apocalittico: «This is the end | beautiful friend. || This is the end | my only friend, | the end». La mia unica amica è la fine! Sconcertante, troppo eccessivo e iperbolico per essere vero. Ogni frase pronunciata in una canzone diventava motivo di ilarità. Non può, non può un giovane così affascinante, bello, prestante, culturalmente attivo, sessualmente intraprendente, moralmente spregiudicato, preferire la morte alla vita, il dolore alla felicità. Nei giornali, nelle televisioni, nelle interviste, nei viaggi, Jim Morrison diventava sempre più ingombrante, esautorava i Doors dalla loro funzione di “politici erotici”, li inglobava in sé, oscurando la fama degli altri componenti, ed ogni dichiarazione era una sfida a ciò che affermava in precedenza, una trappola continua del pensiero, di ciò che si dice con la possibilità di poter essere smentiti.

Diventare famosi per Jim Morrison è una magica tortura. Diventa un modo per essere crocifissi davanti all’opinione pubblica, davanti ad un’America sovrana di grattaceli e di commercio mondiale, la cui cultura è profonda ma fragile, basata sulla violenza, sulla paura, sull’intolleranza. Un Paese di tal fatta non può sopportare un idolo così negativo, un eroe così dannoso. Deve per forza rinnegarlo, mentre gran parte delle esibizioni di Morrison facevano il verso proprio all’America che si confonde nella sua stessa storia. Ipocrisia e violenza fanno parte della cultura americana. La violenza è il suo inno nazionale. Questo pensava Jim Morrison degli Stati Uniti[6]. Uniti nella paura e dalla paura. La diffusione delle armi è la dimostrazione lampante di un Paese che fa del diritto alla difesa il suo alibi contro il timore costante dello straniero. In un Paese che tenta di liberarsi dai pregiudizi e dalla paura, come afferma Tom DiCillo, che sui Doors e su Morrison ha prodotto l’ultimo film che documenta la storia della band – When you’re strange (Rhino Entertainment, USA, 2010) è il titolo del documentario[7] – gli anni Sessanta iniziano con uno sparo! Quello che a Dallas nel 1963 uccide John Fitzgerald Kennedy. E un altro sparo ne segna la fine, proprio nel pieno svolgimento della rivoluzione culturale, lo sparo che fredda Robert Kennedy nel 1968. Distinguersi artisticamente in quegli anni era un obbligo. Nonostante creare, fare arte, fare poesia, sia distinzione, moto proprio di analisi del mondo, distinguersi negli anni Sessanta e in America è all’ordine del giorno. Una cultura del cambiamento favorisce una diversità mentale. Lo intuisce anche Jim Morrison che l’America respira per la prima volta una cultura nuova, non più conservatrice. Ma Morrison sa bene che in America bisogna stare attenti, perché è un Paese in cui tutto è come si fa. Pragmatismo assoluto, necessità del fare intesa come quintessenza politica e culturale. Jim Morrison nelle sue poesie avrà come tema ricorrente non solo il sesso, la morte, la libertà, il conflitto generazionale, ma il suo paese: l’America. Tutte le volte che affronterà il tema, Morrison scriverà dell’America in senso duplice, contorto.





Jim Morrison e i Doors


Farà dell’America un acronimo, un doppio semantico, per cui scriverà America in questo modo: L.A.merica, dove L.A. sta per Los Angeles, la città in cui Jim frequenta l’università e matura, insieme a Raymond Manzarek, il progetto dei Doors. Ebbene, dell’America Morrison scriverà ossessivamente in molte poesie. In una di queste dice: «Le vene delle autostrade | Bellezza di una mappa | Collegamenti nascosti | Foreste calpestate in fretta || Follia in un sussurro | crepitio di neon | Il sibilo dei pneumatici | Ruggisce una città || ricca grande & cupa | come un mostro intorpidito | venuto all’ingrasso | & a morire ||[8]». Morrison riconosce un Paese antico e moderno insieme. Mappe e caverne sono la storia antica, rispetto ai pneumatici e le autostrade, simboli di un presente veloce e capitalistico. In un’altra poesia dirà ancora: «Vestita di sole | instancabile volitiva | febbricitante a morte || Forme nuove di un impero | Invasori stornellanti | Ampie promettenti note di gioia || Frivola, testarda & passiva | Sposata al dubbio | Vestita di grandi combattivi monumenti | gloriosi ||[9]». Ma è nei testi ultimi che Morrison dà dell’America l’immagine più lineare e fredda, un Paese culturalmente distaccato dal resto del mondo che si auto-riproduce in mille diverse forme: «Sogni d’acido & Spanish Queens | L’america (un’altra?, sola?, voce) | Bimbo d’asma, l’inalatore | L.a.merica | Duchessa, coniglio, i boschi lungo la strada | L.a.merica | Pearl Harbor – Sparati fuori strada | L.a.merica | Concepito in una città balneare | […] Foibe, serpenti, caverne c/acqua | Florida | Omo/-sess/-ualità | L.a.merica | Religione & Famiglia | L.a.merica | Disastro aereo nei Boschi Orientali | Virginia | Paracadutisti su campi di riso | L.a.merica | Una banda di guerriglieri in città | L.a.merica | Albero amaro della coscienza | L.a.merica | Un’auto veloce nella notte – la strada | L.a.merica | Progredire della Sana Malattia | L.a.merica ||[10]». Morrison mischia e riproduce vari elementi semantici, oggettivi e soggettivi, fotografa una geografia e una realtà storica, dissemina ovunque nel testo immagini fredde. Fa un grande uso dell’anacoluto, spezza apposta il ritmo metrico e i versi sono frasi d’effetto. Dà dell’America la rappresentazione più plastica, anti-emotiva e caco-politica che potesse essere data da un giovane artista. In questo meccanismo di doppiezza di analisi s’innesta qualcosa di finto, di spurio, autentico per converso, qualcosa che non sfugge davvero alla realtà della poesia e dell’arte come forme di creazione indotte da un desiderio di liberazione culturale e da un sistema di raffigurazione lucrativo del mondo moderno. Creare per Morrison diventa sinonimo di recitazione. Una farsa in fondo, un modo quasi vigliacco di fare soldi. Per dimostrare che non stava affatto scherzando, che non solo la fine gli era amica, ma che «no one here gets out alive, now», che nessuno uscirà vivo di qui (come recita il titolo del libro sulla biografia di Morrison, scritta da Daniel Sugerman e Jerry Hopkins[11], tratto dalla canzone Five to one), dove “qui” sta per mondo, per realtà, per complesso politico di idee, Jim si ostina a seguire una interpretazione artistica che suggella il patto della persona con qualcosa di demoniaco, di assolutamente ancestrale. Molti anni dopo, quando Morrison morì nel 1971 a Parigi, il padre fece scrivere sulla tomba di Jim una frase in greco antico: ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ. Tradotto significa “fedele al suo spirito”. In maniera coerente. Sulla coerenza si possono avere dubbi, il problema è che su Jim Morrison si è scritto tanto, anzi troppo. La sua biografia, specie le ultime ore prima della morte, sono diventate materia d’inchiesta giornalistica quasi biblica, sproporzionata al contenuto, una specie di pornografia monotematica dell’artista che muore in circostanze così misteriose che quel mistero va confutato.

Stephen Davis, con Jim Morrison. Vita, morte, leggenda (Mondadori, 2005) e Serena Maffia, per restare in casa nostra, con Processo a Jim Morrison (Lepisma, 2009), hanno affrontato ampiamente questi temi. L’unico modo per dare sostanza alla propria arte non è sponsorizzarla ma difenderla. Tentare in un certo qual modo di separare, di dividere l’immagine del Re Lucertola dal poeta. È questo che fece Jim Morrison dal 1969 in poi. Dire al mondo, “guardate che io faccio sul palco quello che volete voi, pubblico ingordo di eventi, ma in realtà io penso, io sono sensibile, io sono intelligente.” Ci arriva anche un bambino a capire che tutta l’espressività poetica di Morrison non può sposarsi con i gesti più inconsueti, al numero della fune, alla camminata sul cornicione, al fumare e al bere in scena, al cazzo, forse, mostrato in pubblico a Miami nel 1969. Un poeta che non era un rutto oppure solo un’eiaculazione. Jim Morrison allora distingueva. Faceva sempre più fatica a farlo, ma distingueva James Douglas Morrison, il poeta, l’artista, il film-maker, da Jim Morrison, il cantante, l’ubriacone, il drogato, il pregiudicato. J.D.M. versus J.M., una logica non ascrivibile unicamente ad una sigla, ad una sintesi erotico-politica, ma ad una volontà assoluta di fare luce sulla propria esistenza, su ciò che il carisma e il talento trasformano in pasticcio continuo, in inferno, precipitando il meglio di un’esperienza artistica nella morte più rapida. Ventisette anni e basta!: tutto per Jim Morrison si compie in un giro di bevuta. Bere riempie il cervello di sapienza alcolica, redime dall’infermità. Infermità della mente ma non del corpo, che assorbe ogni cosa e non si libera del lutto se non morendo. Infermità che è toccata a Jim quando la sua pancia è diventata una botte gonfia di alcool e la sua intelligenza un ricordo per gli amici più cari. Ma c’è stato un incanto, una resa del turpiloquio e della demenza dinanzi alla purezza della parola. C’è stato un momento, poi diventato magico, esilarante, in cui per Jim Morrison la poesia ha contato più d’ogni altra cosa. Il poeta in lui si faceva strada laddove il cantante gli rubava la scena. È questa l’attenzione che si vuole avere. Attenzione ai versi di Jim Morrison, versi non delle canzoni, ma delle poesie. Attenzione al suo essere venuto al mondo settant’anni fa, esattamente il 7 dicembre 1943, e aver lasciato, nonostante la sua nichilistica concezione della vita, in molte generazioni un confronto acceso non solo con le droghe, ma con la poesia, con la musica, con il cinema.

 

2. Jim Morrison: il poeta, l’uomo, l’artista.

 

Jim Morrison ha scritto tantissimo, molta della sua produzione venne però da lui cestinata negli anni precedenti il successo come cantante. Si parla di taccuini interi pieni di pensieri, scritti, intuizioni, citazioni, poesie, canzoni. Ciò che fu Jim Morrison artisticamente lo sanno tutti, lo sa, si può ipotizzare, qualsiasi adolescente che ascolta un disco dei Doors. Ma Jim Morrison chi era? Cosa ha scritto? Perché ha scritto in quel modo? Sono interrogativi che vogliono fare giustizia, che vogliono restituire ad un poeta il suo onore. Togliere il successo, eliminare il fragore del pubblico acclamante prima e dopo un concerto, e restituire il silenzio. Il silenzio di una stanza. La stanza del Village Recorder dove nel 1970, il 7 dicembre, giorno del suo ventisettesimo compleanno,  Jim si chiuse prima di partire definitivamente per Parigi con Pamela Courson, la “compagna cosmica” della sua vita. Si chiuse una intera giornata al Village per registrare tutte le poesie migliori, quelle che non hanno nulla a che fare con i Doors, con le canzoni, con il successo e il caos mediatico. Per Jim Morrison i veri poeti non hanno pubblico, hanno intelligenza, talento. I veri poeti sanno stare da soli.





Jim Morrison e la sua compagna Pamela Courson


Diventato artista nel pieno degli anni Sessanta del Novecento, in quel crocevia di strade che Jack Kerouac ha attraversato fisicamente, on the road, anni in cui gli scrittori non solo erano tanti, erano ovunque, per le strade a declamare i loro versi, ad effettuare continuamente reading poetici, malattia-moda che sarebbe giunta anche in Italia, in cui si affiggevano i testi alle vetrine dei locali nei boulevard di Los Angeles, Morrison corrisponde pienamente a quella cultura. Corrisponde ma con delle importanti eccezioni. A Jim Morrison tutto ciò non bastava. Doveva dimostrare ai suoi genitori che valeva di più. Che tutte le ferree regole di suo padre, militare, ammiraglio della marina degli Stati Uniti, contavano zero, che c’è nello spirito dell’uomo una convinzione che va oltre ogni insegnamento, ogni educazione. Jim era psicologicamente fragile ma sorprendentemente istrionico, addirittura feroce. Jim era timido, aveva l’innocenza di un fanciullo al risveglio. In sé, però, coltivava la rabbia, qualcosa che se scatenata dava all’improvviso problemi, guai a chiunque gli stava intorno. Quel ragazzo amante della letteratura francese (Verlaine, Rimbaud, Mallarmé) e della letteratura contemporanea americana (Kerouac, Ferlinghetti, Thomas, Miller, Huxley), vicino alle visioni di Blake e al nichilismo distruttivo di Nietzsche, osservante didattico di un testo quale La nascita della tragedia, con cui si connette con il teatro greco, con cui assorbe i concetti di apollineo e dionisiaco, di saggezza e ubriachezza, di serenità e follia, laureatosi all’UCLA (Università Cinematografica di Los Angeles), deve aggiungere sempre altro, deve alla sua esistenza procurare delle ferite che abbiano la profondità del dolore più intimo e la bellezza di un’opera d’arte. Ferite che sorridono, come le poesie che schizzano semanticamente e sintatticamente fuori in quegli anni: 1965-1968. Questo è il Morrison poeta. Anzi è il primo esempio di Morrison poeta, perché in seguito, dal 1969 in poi, interverrà un altro più folle istrionico artista-scrittore, meno ordinato ed esaustivo poeticamente. Nella sostanza Jim Morrison è molte cose insieme. Fondamentalmente è uno scrittore che non si pone veri obbiettivi, se non quello di “liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente”. Soprattutto era convinto di un concetto basilare, democratico: «La vera poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità, apre tutte le porte, e voi potete passare per quella che preferite.» Morrison capisce che la poesia è qualcosa che non si fa solo con i sentimenti ma con il linguaggio. E lì che risiede la forza di un poeta, nel linguaggio. Di linguaggi in quegli anni, specie in America, ce n’erano tanti: Jim sceglie di fare un bel mix tra simbolismo francese e avanguardia americana, tra surrealismo e pop art, tra romanticismo e decadentismo, tra blues e realismo, tra Beat generation e teatro greco. Jim Morrison decide di scegliere il meglio della letteratura tra Ottocento e metà del Novecento, di incamminarsi in una strada che non può non lasciare segni evidenti nel lettore. Jim scrive in maniera quasi inconcludente, come se stesse esorcizzando se stesso. Ma mentre scrive si accorge che non ha successo, che il poeta è vittima del cantante, che il film-maker subisce i ricatti dello star-system, che l’uomo di massa non può separarsi dalla band, cercare il suo soul e la nota più autentica. La poesia è un fiore immacolato, un bene che non riesce a sconfiggere il male. Più scrive e più c’è bisogno di scrivere. Più c’è confusione intorno e più ci si confonde. Jim cade sul candore della vocazione, matura dentro le logiche del contrasto, si compiace di non piacere più come cantante, al punto da non importarsi neanche di chi lo critica, ma si dispiace enormemente di non essere capito come poeta. Jim Morrison diventa poeta davvero per se stesso. Unico arbitro della sua logica, unico giudice del suo successo. I Signori. Le nuove creature (Tampax, Torino, 1973 [1970]; poi Kaos edizione, trad. di L. Ruggiero, 1993) sono i due libri di versi e di visioni che Morrison pubblica in vita. Entrambi confluiranno in Deserto e Notte americana (per i tipi Arcana editrice, a cura di F. Lisciandro, vol. I 1989; vol. II 1991), per incontrarsi nuovamente, raggruppati senza più distinzione, in Tempesta elettrica (trad. di T. Schipa jr, a cura di R. Bertoncelli, Mondadori, 2002).

È la Beat generation ha conferire spazio semantico alla poesia di Jim Morrison, è la scrittura automatica del surrealismo e dell’inconscio a darle forma e sostanza. In Jim c’è uno sciamano che vede il passato e il futuro. Uno sciamano dadaista che unisce i pezzi della sua visione. Danza intorno ad un fuoco, spirito e anima degli indiani d’America, perdutosi nei meandri delle metropoli statunitensi. Per alcuni, per Michael McClure, Jim è il più grande poeta della Beat generation della sua generazione[12]. Per Fernanda Pivano la scrittura poetica di Jim Morrison è capace di estasi ed è affranta dalle miserie della vita[13]. Non occorrono però i favoritismi e la critica che si delinea in un cartello e in un consorzio di concetti, occorre stabilire che tutto ciò che si legge di Jim Morrison, tutto ciò che riguarda la sua poesia, è bello perché sfugge costantemente alla tradizione quanto al senso comune. Non ci sono limiti perché non ci sono regole. La scrittura poetica di Morrison è viva di una materia così incandescente che non riesce mai a solidificarsi, e la lava sgorga continuamente da un estro che è sotto i fumi dell’alcool e dell’impeto distruttivo delle droghe. È nel continuo tormento del “poeta veggente”, nella condizione di uomo e di star che la poesia di Jim Morrison riflette la più netta rappresentazione di ciò che egli vive. Dallo stile surrealista, immaginifico, allo stile più marcatamente descrittivo e realistico, Morrison è poeta tra due fuochi: la modernità più sfrenata da una parte, e la cultura classica di riferimento dall’altra. È un poeta imprigionato, seppur pieno della logica libertaria più assoluta, nello sguardo avanguardistico e ultra-moderno della cultura degli anni Sessanta. Egli è pronto a delineare scenari drammatici, realistici e onirici, con l’esperienza dell’uomo maturo, col barbone, la pancia e la bottiglia di whisky, pronto a non respingere la tradizione della sperimentazione unita alla forza dei poeti classici (Eschilo, Sofocle, Euripide). Come un fanciullo ricorda esperienze di premorte e i moduli educativi della famiglia, della scuola e dei college, come avrebbe fatto uno studente liceale che vuole afferrare la verità più vera, tutto il senso del mondo, il suo stupendo ed amaro respiro, come se venisse pronunciato per la prima volta. Jim Morrison è dunque un poeta che va alla ricerca di una costante identificazione.

 

Fa’ festa verde bestia…

 

Fa’ festa verde bestia, spronata dal

sesso, stagionata in silenzio, tr/ttenuta

dal torpore, muta nella notte pallida e

profonda bestia languida un freddo una fica

un fiore della foresta risvegliato respira adesso

osa una parola di rimprovero per i gentili

veloci volatili di una notte fa

L’auto del sogno la stella fuorilegge

ora si siede giace in una villa orribile

resa più mostruosa dalla tenebrosa carezza

del torpore

 

L’automobile è una bestia in lamina purpurea

morta nella notte. Di neon è il suo segnale la ricca casa

soffice eccessiva vettura la morte ha conferito grazia

scossa fin nella lamiera Essa se ne stava in uno strano

centro presso il pt. d’incontro dei mondi

Questo crocevia di voli nel deserto il

cadavere di batterie a sabbia l’avviamento

Che cosa è accaduto! Grida lui verso la

macchina da presa

Lei giace qui sanguinante, ferite blu

solo per dirci nei nostri cappelli flosci

che è finita. I poliziotti sono animali di gomma

c/freddo orgoglio di chirurghi, s/za la loro

brillantezza. Gli addetti all’ambulanza

sono dilettanti improvvisati, di buon carattere

in questo compito inconsueto. Le rupi non contengono

più dei visi. “Io lo so com’è

la galera” & “Io m’intendo di tempo”.

Il carnevale ce lo inscenammo così. Automobile. Carne.

Festino di carne. Celebrazione di sangue.

O fortunati cui piace lo spettacolo muto

[…]

(da Poesie su taccuino, in Tempesta elettrica, p. 358, Mondadori, 2002)

 

In questi versi c’è tutto Jim Morrison. Gli elementi culturali della Beat generation sono lampanti: l’automobile, il sesso, i materiali immaginifici di un’esistenza alla deriva ma libera (il fiore, la fica, la bestia); frasi pronunciate da un senso che non ha ragione, da una filosofia che manca di pensiero. Jim Morrison si veste da poeta arlecchino, gira con mille colori nell’animo ma riduce tutto ad uno solo: il nero. Nero come ciò che vive e sente. Sopraffatto dal successo, istigato dalla fama a fare di più, a spingersi oltre i confini della realtà, oltre le “porte della percezione”, Morrison sa che può essere poeta solo nei momenti di non ebbrezza, di non euforia, di distacco dalla realtà, che la sua idea di performance è così vincolante che il sogno poetico è un residuo della vocazione che lo guida. È difficile che altrove, in altri testi, Morrison sia più conciso, maggiormente relativo ad un tema, perché egli coltiva la poesia come arte dell’improvvisazione, automatismo della coscienza dinanzi ai dettami della non-logica. Jim voleva essere un poeta in grado di superare i cancelli, di andare oltre il limite, di spingere la parola oltre il contenuto. Voleva, sotto questo punto di vista, non essere solo performativo ma rigenerativo.

 

Il Deserto

-          rosato blu metallico

& verde insetto

 

specchi vuoti &

pozze d’argento

 

un universo in

un corpo

 

(da Poesie da Tape Noon, in Tempesta elettrica, p. 258, Mondadori, 2002)





In molte altre circostanze Jim Morrison inseguiva una poesia pronta a ribadire antiche certezze con parole nuove, con nodi illogici del lessico e congetture semantiche capaci di offrire al lettore qualcosa che non aveva mai letto. La sua vicinanza a Blake si rende palpabile dentro il tessuto narrativo di molti suoi testi poetici, che diventano poemi estesi a cogliere sia il concreto che l’astratto, sia il possibile che l’impossibile, perché ciò che accade in poesia è la riproduzione fedele di una continua lotta in vita tra il noto e l’ignoto, tra il certo e l’incerto, tra l’assurdo e il razionale.

 

[…]

Stiamo appollaiati a capofitto

sul ciglio della noia

Ci sporgiamo verso la morte

sull’estremità di una candela

Sondiamo attorno per qualcosa

che già ci ha trovati

 

Possiamo reinventarci Reami di nostra proprietà

grandi troni purpurei, quei sedili lussuriosi

& abbiamo obblighi amorosi in letti rugginosi

 

Porte d’acciaio rinchiudono di prigioniero le urla

& la muzeka, in Onde Medie, i loro sogni culla

Nessun orgoglio di negritudine cui passare la palla

mentre un angelo beffardo le apparenze distilla

 

Essere un collage di scorie di magazzino

Sgraffiato sul frontale di mura di confidenza

È questa la prigione per chi ha come destino

combattere per il suddetto alzandosi al mattino

[…]

 

Stanno aspettando di condurci nel

giardino reciso

Lo sai quando pallida & pazzamente tesa e sospesa

giunge la morte in un’ora strana

non annunciata, non pianificata,

come un terrificante ospite in eccesso di amicizia che ti sei

portato a letto

La morte ci rende tutti angeli

& ci dona ali

dove avevamo spalle

lisce come artigli

di corvo

 

Basta coi soldi, basta coi vestiti pazzi

l’altro Reame pare di molto il migliore

finché nell’altra sua fauce l’incesto non appare

& scioglie l’obbedienza ad una legge vegetale

 

Non ci vado

Preferisco una festa di Amici

Alla famiglia Gigante

(da Una preghiera americana, in Tempesta elettrica, pp.244-246, Mondadori, 2002)

 

Jim Morrison scriveva adoperando il flusso interminabile del subconscio. Stava dentro le cose e fuori da esse. Non afferrava mai nulla di concreto così come dava spazio improvviso a elementi oggettivi. Scavava continuamente nella materia del sogno, del ricordo, invadeva gli spazi umani conosciuti per fare della poesia la misura di altre entità conoscitive. Era un poeta in balia del suo estro anche quando voleva disciplinarlo. Questo è confermato anche negli ultimi versi che Morrison scrisse a Parigi nel 1971, versi del cosiddetto Diario parigino[14]. Un poema languido e struggente, un racconto poetico scurrile memorialistico ed encomiastico, tutto imperniato sulla figura di Morrison poeta esule, cittadino americano sotto processo a Miami. Jim sapeva di non sapere, era cosciente di praticare una poesia fuori dagli schemi, consapevole di distruggere oltre alla sua vita anche la poesia che si regge da secoli su un sillogismo preciso. Nonostante questo produceva una conoscenza che si ottiene passando per altre vie, le vie dell’esperienza diretta più che del sapere dei libri. Portava in questo modo a compimento una precisa filosofia. In una intervista a Danny Sugerman aveva dichiarato: «La distruzione non è necessariamente un qualcosa di negativo. Ci hanno fatto un lavaggio del cervello per inculcarci questa idea, e non c’è da sorprendersi in una società come la nostra, che ha un’alta considerazione del materialismo. Ma sono tutte balle. La distruzione è necessaria: ogni essere vivente muore continuamente, crescere vuol dire anche morire. Quindi se stimoliamo artificialmente il processo di morte introducendo un elemento distruttivo, stimoliamo anche la capacità di crescita. In altre parole, possiamo intensificare l’impulso vitale con un comportamento autodistruttivo. Non può esserci nascita senza, prima, la morte. […] È buffo… bisogna rischiare di morire per poter vivere.[15]»

Audace nello slancio argomentativo e nel confronto, Jim Morrison rimane legato alla sua morte e non alla sua nascita. Nel suo caso venire al mondo fa scandalo a ritroso. Il suo essere intelligente e sensibile non è un luogo comune, è l’affermazione di un’emotività che non si esaurisce solo nell’orda dei concerti, nei bagni di folla, nei baci rubati dalle tante ragazze pronte a vedere in Morrison il mito vivente di un erotismo fatto persona, di un temperamento istrionico pieno di fervore dionisiaco, disponibile alla distruzione, all’eccesso, al sarcasmo, mentre il poeta era pronto a costruire di sé un’immagine migliore che purtroppo non ce l’ha fatta a superare le note musicali dei Doors. Bisogna dirlo chiaro ai tanti giovani che ritengono che Jim Morrison sia un grande poeta. Jim Morrison era anzitutto troppo “fatto” per essere un grande poeta. La tecnica surrealista e dadaista dell’automatismo della scrittura gli è andata in soccorso come ad un tossico va in soccorso il metadone. L’unico modo per chiarire un mistero della sensibilità sarebbe accettarne l’oscurità, la posa criptica, l’assoluta non chiarezza, non volerla per forza costringere a dirci qualcosa di vero. Questo è stato Jim Morrison, non una cosa vera ma verosimile. Una persona che non teme lo scandalo, che usa droghe e alcol come sfide della mente, ed è spesso animato dal desiderio di provocare e di essere giudicato da un sistema gravato di colpe precedenti e di peccati più gravi. Dare scandalo è come liberarsene. Del suo più importante processo, quello di Miami dopo il concerto al Dinner Key Auditorium, del 1 marzo 1969, disse: «Il processo di Miami è stata un’esperienza preziosa perché mi ha aperto gli occhi sul sistema giudiziario americano. Ogni giorno, prima che toccasse a me, si presentavano alla sbarra dei neri: li sbrigavano in cinque minuti con venti o venticinque anni di galera. Se non avessi avuto denaro a profusione per sostenere la mia causa, adesso sarei già in prigione e ci resterei per tre anni. Di regola si evita la prigione solo se si hanno parecchi soldi[16]». Le esigenze di libertà in Morrison trovano spazio unicamente nella poesia. Poesia non di qualcosa, ma poesia per qualcosa. È esattamente questo l’indefinito poetico morrisoniano. C’è ma non c’è, c’è perché ricava consenso dall’anima nera, dal clown, dal pagliaccio che sale sul palco e urla e sbraita per il pubblico. Non c’è perché il pubblico soffre per capire la poesia e preferisce svuotare gli stadi lasciando il poeta da solo. Un pubblico non poteva essere costituito di lettori, ma di idioti uditori. Jim si convince che le masse sono pura idiozia, inverecondia, insulto alla creatività e al confronto. Altrove aggiunse, «Penso che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stato aver detto al pubblico che erano un mucchio di idioti, proprio in quanto pubblico; quantomeno per quello che stavano facendo in quel momento. Il messaggio di fondo era che le persone non si trovavano lì per ascoltare un po’ di musica da qualche bravo musicista, ma erano lì per altro, e avrebbero dovuto ammetterlo e fare qualcosa in proposito[17]».





La tomba di James Douglas Morrison a Parigi, al Père Lachaise


La poesia da tutto questo rimane in disparte. Non a caso Jim diventa poeta e inizia a sentirsi tale durante il processo di Miami, esattamente quando si sente un perseguitato, una rock star incompresa. Da quel momento tutto diventa più chiaro: la poesia non vive di fragore, di applausi, di abbracci, ma di silenzio, di profondo studio, di totale estromissione dal mondo reale. Morrison comprende che i dischi hanno sostituito i libri. Che il successo per un poeta consiste nel non averne, il contrario di ciò che accade alle rock star. La musica ha sostituito la poesia. A questo non c’è rimedio. I film sono più veloci dell’arte, la musica è più veloce della poesia, perché arrivano a milioni di persone, mentre la poesia raggiunge pochissimi perché è puro linguaggio. Il rapporto con la massa, con il pubblico, da Morrison è stato sfruttato fino all’ultimo. Egli faceva il poeta sul palco e dava al cantante lo spazio del giullare, del cortigiano che si specchia nel piacere del pubblico. Ma non era solo divertire quello che Jim Morrison voleva, era soprattutto scandalizzare, sbalordire, minare le certezze dei giovani americani convinti che avrebbero ascoltato solo della buona musica. Morrison voleva essere politico, determinare delle scelte. Preferiva mettere il pubblico a disagio, porlo dinanzi ad uno specchio, dire che serpeggia tra loro un mostro che li accomuna e li rende ostili, razzisti, inutili, vecchi. La provocazione serviva a svegliare. Lo scandalo, invece, ha prodotto un inasprimento del dialogo, una chiusura del confronto. Jim vedeva una folla chiudersi culturalmente dinanzi a sé, come una donna che ti illude di concedersi. Per Morrison si trattava di chiusura dei cervelli, era quello che lo feriva, perché dell’apertura delle gambe delle sue fan era fin troppo consapevole. Quello di Jim Morrison verso il pubblico voleva essere un atto d’amore vincolato non all’illusione ma alla sincerità. Alla fine si è dovuto accorgere che finanche l’arte è impotente, che nessuna cosa cambia il mondo e che la gente è più facile spaventarla che farla ridere. La poesia, dunque, è solo per i singoli individui, non per la massa. Il poeta Morrison ha cavalcato la musica per dire al mondo che voleva essere uno scrittore, un regista. In parte ci è riuscito, ma per molta buona parte ha fallito. È stato, per sua stessa ammissione, “uno sciamano con l’anima del pagliaccio”. La sua poesia su questo punto è davvero chiarissima:

 

Giorni su strada

[…]

Ho arato

Il mio seme attraverso il cuore

della nazione

Iniettato un germe nella vena di sangue psichico.

 

Ora abbraccio la poesia

degli affari & divento – per

un periodo – un “Principe dell’Industria”.

 

*

 

Un trascinatore naturale, un poeta

   uno Sciamano, c/l’

anima di un pagliaccio

 

Che ci faccio

nell’Arena

   dei Tori

Con tutti i personaggi pubblici

in corsa per il Comando

 

Spettatori alla Tomba

-          scrutatori di sommosse

 

Paura degli Occhi

Assassinio

 

Essere ubriachi è un buon travestimento.

[…]

 

*

 

Il problema della Colpevolezza

   da denaro

mi merito questo?

 

La Riunione

Basta Dirigenti & agenti

 

Dopo 4 anni mi ritrovo c/una

   mente come un martello confuso

 

rimpianto per le notti sprecate

   & gli anni sprecati

ho fregato tutto e buonanotte

   Musica Americana

(da Se guardo indietro, in Tempesta elettrica, pp. 229-237, Mondadori, 2002)

 

Un mostro, dunque, si è impossessato non solo del pubblico ma di Morrison. Un mostro che oggi chiameremmo con maggior sicurezza capitalismo più che progresso, dolore umano più che felicità, inganno industriale più che benessere. Un mostro che mercifica tutto, finanche la poesia che Jim tanto teneva in disparte e proteggeva dai nervi sinuosi del serpente[18]. Il carisma per Jim Morrison è qualcosa di cui non ci si può fidare. Le forze che agitano il Jim poeta sono tutte forze di distanza, di contenimento, di emarginazione, di solitudine. Scrivendo poesie Jim ricrea un dialogo che non ha mai avuto con le persone più care, con il pubblico e i lettori più attenti alla sua storia personale, e coloro che non hanno mai sentito il bisogno di amarlo, grazie alla poesia e ai versi che determinano sulla pagina una verità nuova, possono per intero capire chi era il Morrison poeta, il Morrison scrittore. Un essere umano intelligente e sensibile, certamente, ma nella sostanza un poeta visionario pronto a fare da guida nel labirinto semantico alla propria generazione, inseguendo la libertà più estrema, riproducendo incantesimi, irridendo il dolore, estinguendo gli errori, incitando a non essere schiavi, a difendere l’autodeterminazione, a progredire nella vita stuprando la neve.

 

Io sono una guida al Labirinto

 

Monarca delle torri proteiche

su questo patio di pietra gelida

sopra la bruma ferrosa

sprofondato nei propri escrementi

respira il suo stesso respiro

                     ………………………………..

(da Poesie 1966-1971, in Tempesta elettrica, p 36, Mondadori, 2001)

 

 

 

 



[1] «A volte il dolore è troppo forte per poter essere esaminato, o anche tollerato; il che comunque non basta a renderlo cattivo o pericoloso. Ma la gente ha paura più della morte che della sofferenza. È strano che abbia paura della morte: la vita fa più male della morte. Quando si muore, il dolore finisce. La morte, in un certo senso, è un’amica.» (Light my fire. Versi poetici e dichiarazioni di guerra, di F. Guadalupi, p. 55, Aliberti editore, 2007.)

[2] Tempesta elettrica, di J. Morrison, a cura di R. Bertoncelli, traduzione di Tito Schipa jr, p. 196, Mondadori, 2002.

[3] Ibid. p.201

[4] «Donne di tutto il mondo unitevi | rendete sicuro il mondo | per una vita che dia scandalo || Ih Iiih | Tagliatevi la gola | La vita è uno scherzo || Tua moglie è in un fosso | Il battello è lo stesso | Tua moglie arriva adesso || Sangue Sangue Sangue Sangue | Stanno riducendo il nostro universo | a uno scherzo ||» (da Una preghiera americana, in Tempesta elettrica, trad. di T. Schipa jr, a cura di R. Bertoncelli, Mondadori, 2002.)

[5] www.repubblica.it di Ernesto Assante “Le stelle del rock spiate dall’FBI. Morrison profeta del caos” (12 ottobre 2004).

[6] «L’America è stata edificata con la violenza. Tutti gli americani sono dei fuorilegge. Gli americani sono affascinati dalla violenza. La televisione è un invisibile guscio protettivo contro la nuda realtà. La malattia della cultura del XX secolo è l’incapacità di percepire la realtà. Le masse si raccolgono davanti alla televisione a guardare teleromanzi, film, idoli rock, e vivono selvagge emozioni attraverso questi simboli; ma le loro vite quotidiane sono emotivamente morte.» (Light my fire. Versi poetici e dichiarazioni di guerra, di F. Guadalupi, p. 55, Aliberti editore, 2007.)

[7] www.wikipedia.org/tomdicillo/

[8] Ibid. p. 49

[9] Tempesta elettrica, di J. Morrison, a cura di R. Bertoncelli, traduzione di Tito Schipa jr, p. 67, Mondadori, 2002.

[10] Ibid. p. 329

[11] J. Hopkins e D. Sugerman, Nessuno uscirà vivo di qui, Kaos, Milano, 1981 [1980]

[12]Tempesta elettrica, di J. Morrison, a cura di R. Bertoncelli, traduzione di Tito Schipa jr, Mondadori, 2002.

[13]Fernanda Pivano, I miei amici cantautori, Mondadori, 2006.

[14] Cfr. Tempesta elettrica, di J. Morrison, a cura di R. Bertoncelli, traduzione di Tito Schipa jr, Mondadori, 2002.

[15]Light my fire. Versi poetici e dichiarazioni di guerra, di F. Guadalupi, pp. 69-70, Aliberti editore, 2007.

[16] Ibid. p. 39

[17] Ibid. p. 37

[18] «Un mostro giunse | nello specchio | a beffare la stanza | & il suo matto | solitario || Datemi canzoni | da cantare | e sogni smeraldo | da sognare | & vi darò l’amore | che si schiude || […] Questa è la mia poesia | per te | Grande scorrente clamorosa bestia fiorita | Grande profumato relitto d’inferno | Gran brava malattia | & pestilenza estiva | Grandissimo fottuto merdoso | mostro rottinculo | Tu menti, tu freghi, | tu rubi, tu uccidi | tu bevi la risciacquatura | di cupidigia della Follia | del Sud || tu muori completamente & da solo || […] Di’ loro che venisti & vedesti | & guardasti nei miei occhi | & vedesti l’ombra | della guardia ritrarsi | Pensieri a tempo | & fuori stagione | L’Autostoppista si levò | sul lato della strada | & spianò il pollice | nel freddo calcolo | della ragione.» (da Diario parigino, in Tempesta elettrica, pp. 383-386, Mondadori, 2002)




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