LUOGO COMUNE
DIARIO IN VERSI
Il vizio assurdo


      
Baruffe familiari e memorie di maestri ‘matematici’. Altri ricordi adolescenziali di umori anti-clericali e preoccupazioni paterne. E poi la stura autobiografica dei tempi studenteschi dell’università, districandosi a fatica tra fascisti e comunisti (che non leggevano). Intanto, poi, i professorini e i dottorini si sistemavano. Segnalazioni terminali per il Dante di Mario Apollonio ristampato e per la trentenne poetessa emiliana Azzurra D’Agostino. E per un eterovagante concerto bachiano.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Non un pregio, una prece:

fui sempre, fra color, d’un’altra specie

 

 

I

 

Mio figlio, con parole

mi rimprovera, aspre

(non ne ebbi mai di simili

nemmeno dal peggiore dei miei nemici,

dal più carico d’odio)

per avere sbottato a una riunione

di condominio

ma cosa vuoi aspettarti

da uno che di sé non ha il dominio

Figliuolo vorrei dirgli :

sbagliato sono nato

in un tempo sbagliato

so che non è una giustificazione

se non grottesca dovresti vedere

la faccia del calzolaio

quando chiedo una scarpa per il mio piede

troppo piccolo, troppo piccolo...

 

Se apro una cannella

(in italiano dovrei dire rubinetto)

e dopo un tempo x ne apro un’altra

adimandasi

quanto ci vorrà tempo

alla prima cannella

(rubinetto primo)

per riempire la vasca

prima che la seconda...

prima che?

e qui l’asino casca

con la memoria finisce

ogni baldoria del voler starci

improprio, inadeguato,

con uno stomaco da luì

che nemmeno butta giù

il semolino...

 

Maestri, con parole

aspre (così mai ne ebbi

nemmeno dal più acre dei nemici,

dal più ottuso)

mi rimproverano

è chiuso in un suo mondo

fantasticante

la matematica serve

(servirebbe)

a schiudergli le porte del reale

ma lui rifiuta

la frusta potrà forse raddrizzarlo

salvarlo

dal suo ghetto

di romanzetti, di pupazzetti...

Quando passai alla musica

dàgli! non lo sapevo

che la musica è tutta matematica...?

Al concerto, difatti, pedagòghi

dell’algebra,

signori del teorema di pitagora

era tutto un trabocco...

 

Mi raddrizzavano con gusto

forse era questo il gusto della vita

per quell’unica volta diedi a qualcuno

il piacere di leccarsi le dita

 

 

II

 

Egrotante, mia moglie

mi dice che la lascio sempre sola...

Son nella stanza accanto,

 

scrivo (con vergogna) questi versi





III

 

 

Ero un prete, per tutti.

Questo mi si chiedeva.

In famiglia ero l’unico che, presto,

imparò a contrastarli.

Prendevo tutto sul serio.

Fui in azione cattolica,

per una sera.

Gli storici diranno compulsando

i rollini che lo fui parecchi anni.

Era mio padre che pagava la tessera.

Quando il monsignore

tanto vasto di trippe quanto stretto di comprendonio

disse: “il santo Pio nono”

m’armò coraggio il credo di mio nonno:

“accidenti a pio nono”.

Anche di lui dicevano che era un bischero

rallegrandosi di non esserlo.

Di che cosa temevano?

Non sapevano quanto si perdevano.

Non mi videro più.

Ma se in bottega

avanzava qualche ‘capo’ invenduto

per eccesso di stravaganza

ricordo un loden superbo

dentro mi accovacciavo come un orso nella pelliccia

goffo e risibile

un maglione dal giallo canarino

(“sembri memobenassi”, inveì

un caro professore di ginnastica,

ex-tenore e fascista

intelligente, umano, leale

illuso)

a fine di stagione toccavano a me

Mio padre temeva segretamente che io fossi finocchio

sapevo di non esserlo dunque non ci badavo

 

 

 

IV

 

 

Venni via da Firenze in fama di fascista

a Parma fui per tutti, molto presto

 (tutti intendi i bidelli, i vicini

di casa i negozianti

scontenti del mio fare scarsi e magri gli acquisti)

“un comunista”

però i cinesi i movimentisti i ribellanti

lo sapevano bene che non stavo con loro

non ne condividevo la rinuncia

ai libri ove puoi leggerne uno solo

(e fosse stato, almeno, allora

Das Kapital!

eh, me lo so, è difficile

lo ammise anche Cacciari

inutile cercare di addentrarsi

in Krisis

prima del Capitale

e dei trattati di economia)

ebbi le mie minacce dai professorini

e i miei richiami all’ordine dai professoroni

qualcuno a me molto caro

ma io non potevo arrendermi alle botte

fatte baluginare o alle cessioni

a divinis

un preside non è un vescovo

la scuola non una chiesa

la guerra, fatta con le spranghe o coi manganelli

coi sampietrini o con le rivoltelle

d’ordinanza

non cambia la sostanza

ero sempre lo stesso

anche ieri montando in furia matta

divinità dell’ira!

fra tante morbidezze irrispettose

di condòmini bruti o riguardosi

in bocca chiusa mai ci entrò la mosca

 

quando mi avvidi che ci avevano chiamato

ad approvare lavori

già comunque avviati

per certezza di assenso

(chi tace acconsente chi parla

assente)

mi balenò il tempo delle occupazioni studentesche

non quelle storiche quelle già preistoriche

nei primi Sessanta

quando il rettore-filosofo (La) manna

per primo fra i rettori se ben rammento

ebbe il coraggio in tutti i sensi

di chiamare a troncarle polizia

studiavo in biblioteca il divino

bayle o il pastor fido

quando sonò l’appello:

“venite tutti a consiglio

si occupa o non si occupa?”

e fuori dell’aula gremita

era tutto un via-vai per alzare le barricate

e io chiesi la parola ma me la tolse sùbito

un camerata paggio

gramsciano immaginario perché perfetto

col sèsamo della mozione d’ordine





V

 

E fu mozione di democrazia

ma si era solo agli inizî

la guerriglia si chiuse

quando i professorini ebbero cattedra

i dottorini almeno un giornalaccio

di provincia

gli ammutinati un posto in parlamento

dimmi amico mio dolce

che ci fu di diverso dall’oggi?

Ci resta forse il vento dell’errore.

Non sarò mai uno scrittore sacro

un fedele

un beneducato

un collotorto

un lettore affannoso di giornali

un congiurato per averne merito

un errideluca

collabora con articoli di opinione a diversi giornali

(La Repubblica, Il Corriere della Sera, il manifesto, Avvenire)

tanto nomini

è scrittore che merita rispetto

come un gastronomo lusinga il palato dei suoi avventori

come un oratore prepara i luoghi dell’applauso come un tenore

ce ne sono di quelli che anticipano l’acuto

con un gesto proteso dell’avambraccio

poi l’acuto si tronca e il braccio resta

e v’è sfida dantesca fra chi vede

e chi ascolta

in dubio applaudiamo

non si sa mai

 

VI

 

Finisco segnalando un fatto raro

la ristampa interlinea del dante

di mario apollonio

perfino i cattolici lo avevano lasciato

addiacciare nel dimenticatoio

non riesco a spedire in cantina un dizionario

letterario

dove c’è una schedina elogiativa

in ordine alfabetico

per ognuno che lettere docesse

in augusta dei tauri

ma apollonio non vedo

non vedo né il suo dante né il suo resto

la commedia dell’arte lo spettacolo

né quei fondamentali

fondamenti

della cultura italiana

che da soli potevano anche scusarci, magari, e finalmente!,

dell’arcade desanctis

né vedo la sua faccia massacrata

da un calcio di fucile

mentre violando il divieto

fatto ad armi spianate

di dare un goccio d’acqua a dei prigionieri ammassati su un camion

dai tedeschi

sotto la cagna estiva

si accostava a quei derelitti

con una ciotola d’onda attinta alle fontane del paradiso





Giancarlo Limoni, Senza titolo, dalla mostra "Paesaggi", Roma 2013


VII

 

Azzurra D’Agostino – un bel nome

dev’essere nota anche ai lettori dedali

mi spedisce un fascicolo autoprodotto

con mezzi poveri raro è che falliscano

canti di un luogo abbandonato

 azzurra

poetessa non so scrivere a comando

come il mio andrea chénier di quando amavo

l’Opera e mi educavo

in-felicis-sima-mente

a troppe e troppo nobili fantasticherìe

il vostro desio è comando gentile

ma ohimè la fantasia

non si piega a comando o voce umìle

i versi poi meglio lasciarli stare non toccarli con umida mano

si può restare attaccati

al filo della corrente

ma non posso nascondermi che in questo

librello poverello

— e fosse pure poeticamente —

vi si parla di cose

rese piene dal non esserci più

Abito impoeticamente questa terra

impoeticamente mi preparo

a distaccarmi dal mio peso lordo

senza neppure accorgermi

s’altra sia balordaggine, un vuoto d’aria

 

 

 

Se avessi avuto da spendere cinque vite, non sarei mai comunque arrivato ai 25 lettori del Manzoni; quelle dita di un’unica mano che mi leggono sanno però che quello che scrivo di sopra non è una rivalsa su altri o una vera mia mortificazione. È uno studio di stato d’animo, un saggio di adeguazione cinerea. Parole, come i tasti di un pianoforte. Torno ora da un concerto, Angela Hewitt vi eseguiva l’Arte della Fuga al pianoforte. Non basta essere canadese, come la Hewitt, per coincidere con Glenn Gould, col suo Bach filtrato dalle estasi gelide del jazz. Si sarebbe potuto misurare, stasera, lo sconcerto dei bachiani barocchisti o modernisti (stanno bidelli non solo sul Walhalla); colpi di tosse, raucedini, un bisbiglìo ininterrotto, colpi di tacco nervosi sulle tavole del loggione. Alla fine, però, un trionfo. La Hewitt comincia con una specie di titubanza. A poco a poco, senza nessuna fretta di decidersi, l’ascoltatore si lascia penetrare da una ricerca anomala di screziature timbriche, di accordi velati. Verso la metà del tragitto, quando la pianista sosta mezzo minuto, nel suo abito lungo rossofiammante, per bere due gocce d’acqua, restando seduta al suo posto, si comincia a capire. Bach è dimenticato, se si pensa ad una ricognizione di stile, a una lezione di storia dell’arte dei suoni. Una Natascia o Tatjana dei tempi di Ciajkovskij, unica anima viva in un salotto oscurato, pieno di quei ninnoli delle nostre trisavole, agisce su fogli di musica stata barocca una sorta di operazione neanche alchemica, interamente massonica o catacombale.  Gli episodî del gran torso bachiano si rivelano a uno stadio di lèmure. Ripensai al tisico Watteau, alla sua tisica pittura filaccicosa; ripensai a Verlaine. Bach, Gould stavano dalla parte di Mallarmé. Ha un solo volto, la malinconia. Bach è il deserto nelle cui sabbie ci perdiamo come in un fiume di carne. Ho chiesto, sbigottito, a mio figlio: ma sono proprio le Goldberg? Chissà dove vagavo ormai con la mente. Lui mi ha guardato con nemmen sbigottita compassione. Lo sa che sto uscendo da quella che per un tempo ferreo fu la mia trebisonda. Nel deserto ci si può andare in comitiva turistica, su un torpedone stipato (domenica, alla presentazione di un libro scritto da un mio caro allievo, a quattro mani con un giramondo in fama, sull’altro e l’altrove e il turismo, venni fuori con una domanda: – e la funzione bordello, in tutto questo? – Credettero che volessi prenderli in giro, ma io pensavo al turista che lascia la macchina fotografica come l’ultimo velo rimastogli e, nudo con nudo, cerca – ingordo ed arreso – di rivelarsi a se stesso), o si può andare a dorso di cammello, in carovana. Hewitt si azzarda da sola (il suo Bach flirta con un vago ricordo di Chopin, coi quadri della esposizione meglio pimpanti, con un presagio di Scriabin, con una rachmaninoviana extraterritorialità) e con lei ci si sperde. Pensavo (ero pensato) da quei cadaveri rimasti a galleggiare nel ventre della nave affondata. Dopo un anno arrivano a penetrarvi i primi sommozzatori. Solo ora arrivate? chiedono i morti terribili, aldilà di un oblò dai vetri impossibili a frangersi. Solo ora. Grassi e luccicanti come le creature dell’abisso marino.

 




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