LUOGO COMUNE
ENZO NATTA
Tra storia e cinema
le vite di tre
‘uomini-contro’


      
Lo scrittore e critico cinematografico Enzo Natta ha pubblicato “Ombre sul sole”, un bel libro che fa insieme la rievocazione e la radiografia di un trio di personaggi del tutto diversi tra loro: l’ex gerarca fascista Giuseppe Bottai, rifugiatosi alla fine della guerra nella Legione Straniera e protagonista di una clamorosa impresa militare in Provenza; il documentarista Frédéric Rossif, anche lui arruolato nella Legione Straniera e partecipe della liberazione di Roma; e l’attore Folco Lulli che era stato partigiano, combattendo a fianco di Beppe Fenoglio. Le loro intriganti vicende in qualche modo ancora si riverberano sul presente.
      



      

di Rocco Cesareo

 

 

La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio. 

Milan Kundera

 

 

Scrittore e critico cinematografico, Enzo Natta nel suo Ombre sul sole – Storie di uomini contro: Bottai, Lulli, Rossif (Edizioni Tabula Fati, Chieti 2013, pp. 123, € 11,00), specula sulle interazioni tra cinema e storia: il cinema può essere considerato uno strumento d’indagine storiografica? In altre parole, realtà storica e la sua “riproducibilità artistica” (film, romanzi, opere liriche e via discorrendo) possono convivere al punto tale da parlare di “fedeltà” ogni volta che s’incontrano?  E più in generale si potrebbero forse fissare eventuali “paletti” rispetto agli avvenimenti narrati? Insomma le questioni sollevate da Natta sulle relazioni pericolose fra cinema e storia nell’epoca della “riproducibilità” del passato, sono già da molto tempo oggetto di acceso dibattito e non a caso l’autore, fra le molte citazioni di cui il libro è ricco, ricorda da subito La caduta - gli ultimi giorni di Hitler un film del 2004 del regista tedesco Oliver Hirschbiegel (tratto dalla biografia su Hitler dello storico tedesco Joaquim Fest e dall’autobiografia di Traudl Junge Fino all’ultima ora. Le memorie della segretaria di Hitler, 1942-1945) con uno strepitoso Bruno Ganz nei panni del dittatore. La vicenda ripercorre fedelmente, anche grazie al diario della sua assistente Traudl, gli ultimi giorni di vita del dittatore dal giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno (20 aprile 1945) fino al suicidio nel bunker di Berlino poco prima della resa incondizionata della Germania. Una pagina di storia forse poco esplorata dagli storici di professione, ma che proprio per questo, non ha mancato all’uscita del film, di suscitare un’onda “emozionale” fatta da una miriade impressionante di articoli, recensioni, dichiarazioni pubbliche, ricordi ancora vivi, ora pro, ora contro il film, che hanno interessato a vario titolo, intere generazioni di esseri umani, con un’intensità tale da stordire gli stessi autori del film (produttori, sceneggiatore, regista, attori). Ma a tale proposito forse la spiegazione più esatta la fornisce lo stesso Fredèric Rossif che nella sua intervista a Enzo Natta parlando di nuove frontiere della storiografia dice: “Alla storia ufficiale, dove le istituzioni assurgono al rango di protagonista e consegnano ai posteri una versione codificata, bisogna contrapporre la storia totale, dove protagonista è il sentimento popolare. C’è più verità nelle immagini di Combat Film, che in centinaia di documenti. La vera storia è scritta nei volti fissati da John Huston, da John Ford, da Frank Capra, e in quegli stessi volti voglio tornare a leggerla”.

           

La questione è probabilmente più complessa di come la poneva Rossif a cominciare dalla classica opposizione, secondo la famosa definizione coniata dallo storico Bazin, tra registi che credono alla “realtà” e coloro che credono all’“immagine”. In parole più semplici all’inquadratura asciutta, severa e un po’ marginale di Rossellini, è stata da sempre contrapposta quella elaborata, fiammeggiante, di De Sanctis, quale delle due potesse in qualche modo evidenziare meglio la nascente società industriale, con i suoi modelli e bisogni simbolici tipici della società dei consumi. Ma questa è, del resto, la stessa domanda che si è posta l’autore del libro, ossia la teorizzazione consapevole del cinema come mezzo di comunicazione e infine del rapporto, come si dice oggi, fra vita pubblica e privata.

E alquanto private e di conseguenza sconosciute sono le vicende indagate da Enzo Natta nel suo bel libro sull’avventura umana e politica di Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif e Folco Lulli, della loro ricerca di clandestinità: per Bottai e Rossif nella Legione Straniera; per Lulli nelle formazioni partigiane. Esse possono sembrare in apparenza distanti se non addirittura contrapposte e sono invece assolutamente vicine e confluenti nella loro ricerca di riscatto. Le loro sono “storie rubate”, ombre sul sole appunto, mai raccontate perché ritenute scomode, tutt’al più buone per qualche confidenza nascosta da “vrai des vrais”, nascondendo la commozione dietro una nuvola di fumo, davanti a una bottiglia di “vin de sable” fresco al punto giusto.





Bottai, volontario e ufficiale degli arditi nella prima guerra mondiale, partecipò alla marcia su Roma del 1922. Fu anche fondatore di “Critica fascista”, unica voce accreditata del regime mussoliniano. Sua fu la redazione della Carta del lavoro, base dell’ordinamento corporativo, e della Carta della Scuola che prevedeva anche l’insegnamento del cinema nelle scuole di ogni ordine e grado. Eroico e leale sostenitore dell’ideologia fascista che lo portò a combattere come ufficiale degli alpini in Albania, nel 1943 deluso e preoccupato per le sorti del Paese, fu tra i promotori e firmatari della mozione Grandi che, il 25 luglio di quell’anno portò alla deposizione e successivamente all’arresto di Mussolini. Dopo l’occupazione nazista di Roma sfuggì alla cattura, grazie agli appoggi di cui godeva in Vaticano, fra cui quella di Monsignor Montini, futuro papa Paolo VI. Dopo essersi nascosto in diversi Istituti religiosi, decise di rinunciare a una vita da fuggiasco che certamente non sentiva propria e in un impeto di riscossa e in qualche modo di riscatto nelle degenerazioni finali del fascismo, riuscì ad arruolarsi nella Legione Straniera con il nome di Andrea Battaglia e successivamente Andrè Jacquier.

Con questa divisa, indossata per sfuggire al passato a quarantanove anni, troppi anche per la Legione Straniera che pure non andava troppo per il sottile quando si trattava di arruolare, Bottai fu protagonista di una singolare impresa in Provenza dove al comando di quaranta legionari e contro lo stesso Alto Comando francese che non vedeva di buon occhio l’avanzata legionaria, grazie ad un singolare stratagemma ideato dallo stesso Bottai, tagliò in due la Provenza mettendo in fuga i soldati tedeschi. Di questa straordinaria impresa militare non vi è traccia né nei libri di storia, né nelle memorie dello stesso Bottai. Fu il giuramento al silenzio che tutti i legionari sono tenuti a fare quando termina il loro ingaggio? Certo gli storici militari hanno raccontato la liberazione della Provenza secondo la versione ufficiale dell’Alto Comando, dando credito ai rapporti forniti dallo Stato Maggiore. Ma le vieux des vieux sanno che andò diversamente e gli avevano già affibbiato un altro soprannome: Sun Tzu.         

           

Questa è dunque la tesi del libro di Enzo Natta, venuta alla luce, è proprio il caso di dirlo, grazie alla sua amicizia con Frédéric Rossif, regista e documentarista di fama, autore di celebri capolavori come Morire a Madrid. Fu proprio questo francese d’adozione, ma di origine montenegrina e nipote della Regina Elena, che andando a intervistare un superstite dei vielles moustaches nella casa di riposo a pochi chilometri da Aix en Provence, facendogli infrangere un solenne giuramento, si fece raccontare la verità sullo sbarco in Provenza del 1944. Rossif si trovava a Roma diciottenne dove frequentava la facoltà di matematica, quando allo scoppiare della guerra decise di parteciparvi e raggiunta Alessandria si arruolò anche lui nella Legione Straniera per poi tornare in Italia aggregato al corpo di spedizione francese, e partecipò alla liberazione di Roma con un’azione di commandos toccata alla pattuglia della Legione Straniera di cui faceva parte e organizzata dagli alleati stremati dalla resistenza nazista. Nel dopoguerra, ormai noto come documentarista e originale autore cinematografico, oltre al già citato Mourir à Madrid, va almeno ricordato Le temps du ghetto, Rossif, che con facilità slava parlava anche l’italiano, venne a Roma per organizzare documentari e fu proprio a Cinecittà che conobbe, diventandone amico, Enzo Natta.





Folco Lulli


Terzo protagonista dell’opera è Folco Lulli (1912-1970). Intrigante personaggio del cinema Italiano del dopoguerra, molti lo ricordano come coprotagonista di peso in molti film fino agli ultimi anni ’60 e spesso con registi di primo ordine come Lattuada, Camerini, Soldati (con cui Lulli avrebbe dovuto girare Fuga in Francia, ma in realtà il film, come raccontava Lulli, fu interamente girato da Pietro Germi perché Soldati era malato….), e poi ancora Steno, Monicelli, Fellini, e soprattutto Henri-Georges Clouzot nel cui Le salaire de la peur del 1953 al fianco di Yves Montand, è uno dei quattro delinquenti reclutati per trasportare un pericoloso carico esposivo. Dalle note di Natta viene fuori una figura umana e patriottica che non si credeva di poter sospettare in Lulli. Fu partigiano in Piemonte dal 1943 subito dopo l’8 Settembre e combattè insieme a Beppe Fenoglio, l’autore di Il partigiano Johnny. Catturato dai tedeschi Lulli, uomo di fiducia di Mauri, partecipò allo smantellamento di una pericolosa rete di spionaggio nazista.

 

L’analisi su una corretta metodologia d’indagine storica applicabile al cinema, è quindi, come abbiamo visto, da decenni al centro del dibattito culturale. Il risultato comunque sia, rimane particolarmente avvincente, se è vero che cinema e storia, sono comunque uniti in modo indissolubile, gremiti entrambi di gesta eroiche e slanci romantici, d’imprese gloriose spesso compiute da “Vite in Esilio” o, come li chiama Enzo, Ombre sul sole. Si può concludere, affermando che se il cinema ha una capacità unica di evidenziare con grande efficacia le contraddizioni dell’uomo spesso nei momenti cruciali, subito dopo si pone il problema dell’imparzialità storica perché la rappresentazione che di essa si da, è talmente potente e ricca di suggestioni da contribuire indelebilmente alla formazione del messaggio che passerà ai posteri.

Se il cinema è una sequenza d’immagini in movimento, la Storia è vita, quindi occorre essere sempre estremamente attenti alla ricerca della esatta percezione del momento storico in tutta la sua complessità.

Per concludere e tornando alle tesi di Enzo Natta, chi possono essere oggi i suoi “Uomini contro”, quali “Le ombre sul sole?”, quali ingiustizie dovranno patire per la loro diversità, per il loro essere perennemente e felicemente preda de “le Cafard”, come legionari ebbri di fresco “vin de sabre” che bramano il deserto?

 




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