LETTURE
GILBERTO FINZI
      

Diario del giorno prima

 

Nomos edizioni, Busto Arsizio  2012, pp. 88, € 14,00

    

      


         di Antonio Spagnuolo

 

 

Uno sguardo straniato ci può parlare del giorno, del giorno che gli affetti allentano le corde per svanire nel nulla, del giorno in cui il pensiero appesantisce i dubbi, uccidendo gli ultimi simboli, del giorno che intravede l’ultima pagina da scrivere per riconoscere ed ammettere il vacillare anche della memoria.

 

Questo faccia a faccia con il quotidiano si identifica nella esistenza stessa di una filosofia del prima, costretto a vedersi con gli occhi di chi conta il tempo alla rovescia, attraverso il riconoscere che il volto dell’altro ormai rispecchia le nostre stesse rughe, le nostre stesse pieghe untuose, le nostre stesse impotenze.

 

Ormai la partita è giocata e nel silenzio totale, nella tensione a mala pena sostenibile, le labbra cercano quelle parole che potrebbero sistemare le tessere di un mosaico fatalmente fragile.

 

Gilberto Finzi tesse, con abilità unica e preziosa, una trama del tutto personale, ma fortunatamente universale, per la quale lo sguardo straniato del claudicante ammicca in originali delicatezze. Non ci sono rimpianti catastrofici o lamenti stridenti, ma uno sciorinare di immagini lievi e suadenti, che con la vecchiaia hanno il passo della chiarezza e gli orizzonti del mistero.

 

“Il tempo che ci resta? No, / il tempo che qui resta, / l’inutile scansione che arrovella / e che finisce sulla terra: / qui rimane, fra gli umani, / i vivi, i sovrastanti, i senza pace, / rimane finché vivi e parli, / rimane negli occhi e in ciò che vedi….”

 

Senza limiti, quindi, questo giro intorno al tramonto di ognuno di noi, con la poesia che dilania e ammorbidisce, urla e sussurra, come un continuo racconto che riesce a riattivare la fiamma sopita sotto la cenere.

 




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