SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “IL FIGLIO DELL’ALTRA” E “MEA MAXIMA CULPA”
Corpi scambiati
e corpi violati


      
Prove di ‘ascolto’ nel film della regista francese Lorraine Lévy e nel documovie testimoniale di Alex Gibney. Nella pellicola della prima si affrontano i drammi e i paradossi bioetnici, politici e storici compresi nell’incrocio dei destini familiari di due ragazzi, un palestinese e un israeliano, finiti nella culla sbagliata. Nel coraggioso lavoro del secondo si fa accanita opera di denuncia e di non rimozione della piaga dei preti pedofili, un fenomeno vasto e sconvolgente costantemente coperto od eluso dai vertici vaticani da Giovanni Paolo II a papa Ratzinger.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Io sono te, la tua voce è il mio corpo. Tu sei me, il tuo corpo è la mia voce. (R)esistenti l’uno nell’altro, forse per l’altro. Figli dell’altra. Altri figli. Del diritto all’autodeterminazione sacrificato, svuotato, decolorato. Della guerra senza compromessi o del compromesso del silenzio. Fantocci disarticolati ma lucidi, bagliore fetale di generazioni autoeducate a confuse ribellioni. Cresciute in (trascorsi?) regimi di condiscendenza, o nell’alveo della coeva distrazione, tra torpore di onnipresenze tecno-abilitate e mistilinea indignazione da strada. Generazioni che misurano in forzoso “insieme” il perimetro di un’identità nuova, decostruita e riassorbita in forme non taggabili dal sistema. Destinata, in anticipo o in ritardo, a (di)mostrarsi e a confliggere, all’ombra dei muri, alle spalle della boria verticalizzata di governi/dottrine/credi autoritari che ammansiscono narcotizzati eserciti ma temono singoli, virali risvegli.

In una stanza, squadrati nell’odore denso della paura. Compressi nell’incertezza mai più sanabile del proprio “seme”. Quattro genitori, due figli, Joseph e Yacine, scambiati nel giorno del parto, sotto le bombe, battezzati dal buio casuale di un messaggio di procrastinati innesti, commistioni, evoluzioni. La paralisi – scritta da patti diplomatici lontani sessantacinque anni –, preliminare all’agnizione, allestisce un potenziale gioco al massacro. Due madri e due padri, una coppia di origine palestinese, infitta nell’enclave baraccata della Cisgiordania, una coppia israelo-francese, colta manifestazione della ripiegata middle class di Tel Aviv. Tutti egualmente interdetti nel/dal codice di una comunicazione binaria che non può imbastire sinapsi, temporanee sintonie, labili “trasfusioni”. La dinamica dell’incontro interculturale castrato dalla faida storica. Il futuro nelle mani incerte della prole sabotata. Esile manuale d’amore/antidoto retorico? Partitura per un esperimento di pace decolonizzata da camera? O scivoloso incubo uterino che partorisce parabola di formazione amara e penetrante? Ne Il figlio dell’altra 1 l’autrice Lorraine Lévy, ebrea di origine francese dichiaratamente atea, registra sui binari paralleli di quattro lingue, l’approccio alla realtà adulta di due diciottenni destinati al transito. Lévy certo lancia un sasso oltre lo stagno, ma non tenta un drenaggio delle politiche etnico-religiose ed economiche con le quali lo stato coatto di Israele si impone o meglio erode l’autonomia palestinese. Lévy schizza velocemente nell’aria sabbiosa di conversazioni ostili il concetto dell’apartheid subita dal popolo dissipato/ghettizzato della Palestina. Ma non vuole difendere né giustificare cause. Si affida senza vezzi registici alla sintesi impalpabile, simbolo essenziale, delle parole. Sillabe straniere, non esiziali, segmenti di condivisione accidentale e implacabile, di profumi casalinghi e di rocce vertebrali, tra un recinto spinato e l’“altro”. Per filare un metalinguaggio che chiama al confronto. Un confronto/conforto ancora embrionale, appena dischiuso nell’acquosa parvenza virile aperta dagli sguardi di Joseph e Yacine su un affetto stentato tuttavia, finalmente, solidale. Nuovo oltraggio, mai più ostaggio. Il quesito, abbozzato dall’osservazione materna di un’opera intimamente femminile, si presta allo spettatore, sull’altro della collina divisa, dall’orizzonte e dalla frontiera armata. Yacine è Joseph, Joseph è Yacine? Due di due. Sino all’ultimo fotogramma, panoramica complementare di un mondo che deve ritrovare l’emisfero mancante/mancato, ma lottando nella palude calda del dialogo, frastornata dal cozzo consonante delle lingue tutte “altre”.

Lévy sceglie di marginalizzare il contesto bellico e l’indifferenza internazionale collusa e persistente. L’estetica distensiva della sua mdp rigida e soggettiva  teatralizza in scene consecutive ed elementari un testo emozionale che si alfabetizza in 105 minuti di corpi e di voci in reciproco appostamento.





I due giovani protagonisti di Il figlio dell'altra, regia di Lorraine Lévy


I corpi senza fiato che Alex Gibney – come Lèvy intruso dialettico della memoria occidentale – interroga senza pudori, lasciando che l’architettura muta di mutevoli pose racconti l’ennesima storia di violenza mascherata. È ancora la parola il discrimine e il “termine” di contatto auspicabile. Puntello e ordigno pneumatico.

Esplosione. Frammenti incontrollati. Liberato Verbo. Verbalizzata agonia. Mentre il papa gesuita presto convertito in affabulazione francescana incontra i capi di stato e i leader religiosi del globo. Mentre Francesco, novizio dalla croce (ancora) di ferro, spazza le nubi inondando la folla di gergo pacificato, la redenzione negata cerca spazio. Le vittime dei dogmi e delle strutture feudali della Chiesa, gigante metallico che si incrina, ma non crolla come nel sogno di Nabucco. Le vittime di pratiche immote (dalla confessione alla lacune del diritto canonico fino all’anomalia geopolitica e giuridica del Vaticano stesso) pretendono spazio tra quelle parole che ancora non hanno “cittadinanza”. Respinta, la parola striscia interstiziale. Dattilografata, insonne e bianca, nella nebbia (atmosferica) che incornicia la sacra cupola. Arpeggio visivo di macchie deturpanti. Dita (s)battono sulla tastiera. Una missiva, lettere, domande. Dignità sospese e inaccettabile omertosa rimozione. I preti pedofili e la strategia difensiva del papato, Impero primariamente politico-finanziario.

“Agnelli di Dio” rapiti senza distinzione da un lupo criminale, forse disadattato normalizzato dentro la Chiesa moderatamente permissiva 3 , forse profittatore senziente e meticoloso. Padre Murphy, violentatore seriale. Oltre duecento le vittime dell’altro “mostro” di Milwaukee (Wisconsin, USA). Cannibalico defloratore di ragazzini e adolescenti, impietriti dal terrore, dalla reverenza, abbandonati dalla fragilità di famiglie precarie, sbigottite, ma accartocciate nel perbenismo wasp più retrivo e auto-conservativo. Gli ex alunni della St. John’s School for the Deaf, si pronunciano, a modo loro. Per la prima volta insieme si espongono video impressi. Uomini privi dell’udito colti da Gibney nell’urlo rappreso, solo mimico, trafitto da schiocchi gutturali e smorfie alterate, nel dramma del ricordo, sino al parossismo. Quale parola? Quale oltraggiosa relazione-di-verità? I testimoni di Gibney poggiano i piedi sulla rena spessa del non detto oggi dicibile. Rotti dall’età e da un dolore invalidante accendono il rogo dantesco. Essi non soppesano o disapprovano l’abitudine sessuale di Murphy come quella di decine di altri ministri di fede negli anni emersi e coperti dalle “autorità”. Essi stigmatizzano il tradimento di un mentore spirituale e morale, l’abuso di potere di un genitore putativo e al contempo di una Chiesa ingabbiata in una dorata “congiura del silenzio” inattaccabile quanto intollerabile. Gibney invita alla sbarra avvocati, ex studenti, (ex) prelati, giornalisti. Pedina le vicende con rigoroso piano sequenza narrativo, curando nella cronologia delle tappe il bisogno stridente, perché inappagato, di una giustizia almeno “verbale”.





La parola riformulata nella performance visiva dei protagonisti reali. Un “c’era una volta” di origini secolari che (ri)nasce dalle denunce di tre ragazzi, nel 1973. Alla diocesi, al messo papale, alla Curia, alla polizia. Le lettere al Cardinale Sodano, i documenti al Vaticano rispediti al mittente. La causa contro la Chiesa dei “ranghi”. Contro il Papa “che sa” ma non può o non vuole. Troppo forti gli interessi da preservare, i privilegi diplomatici, le influenze già barcollanti dell’istituzione ecclesiastica, i fondi dello Ior, i bacini della cristianizzazione ancora da occupare. Ratzinger, non ancora Papa dimissionario quando Gibney gira il film, era stato incaricato da Giovanni Paolo II di presiedere la “Congregazione per la dottrina della fede”, modernizzata Inquisizione che si districa(va) nelle  storie di pedofilia diffusa tra i sacerdoti. Fatto noto e affrontato quindi, ma deliberatamente mai divulgato, ai fedeli distratti, ingannati, esclusi. Solo quando nel 2002 si accende il primo scandalo mediatico e il pianeta osserva improvvisamente irritato Milwaukee (punta dell’iceberg), i preti pedofili vengono arrestati, allontanati dal loro ministero. Quale cura? Ovviamente la dimenticanza. Se persino il Beato Giovanni Paolo II era sostenitore dichiarato di Padre Maciel, potente “Legionario” di Dio, fanatico organizzatore di raccolte fondi, tossicodipendente, pedofilo, con amanti e figli illegittimi. Padre Murphy, come Padre Walsh (Irlanda). Eroi popolari e(ppure) pastori della frode. Pedofilia, potenziale crac finanziario, prima che umano.

Gibney come Lévy rifiuta la compravendita del silenzio. Sotto la lente di una critica lenta e inesorabilmente cementata di prove e di volti, entrambi scendono nei gironi del dominio/domino del Potere, sostituendosi ai media privi di autocoscienza. Per (lasciar) “parlare”.

Chi è senza colpa…

 

 

 

 


1 T.O. Le fils de l’autre. Regia di Lorraine Lévy. Con Jules Sitruk, Mehdi Dehbi, Emmanuelle Devos, Areen Omari, Pascal Elbé, Khalifa Natour. Sceneggiatura di Nathalie Saugeon, Lorraine Lévy, Noam Fitoussi. Soggetto originale Noam Fitoussi. Prodotto da Rapsodie Production e Cité Films, in co-produzione con France 3 Cinéma, Madeleine Films, Solo Films, con la partecipazione di Orange Cinéma Séries, France Télévisions, Useful Production, Sofica Hoche Artois Images. Fra 2012. Durata 105’.

2 Documentario. Regia di Alex Gibney. Prodotto da Jigsaw. Fotografia di Lisa Rinzler. Montaggio di Sloane Klevin. Produttori Kristen Vaurio. Co-produttore Sloane Klevin. Produttori esecutivi Lori Singer, Jessica Kingdon. Produttori Alex Gbney, Alexandra Jones. Dal 20 marzo in sala.

3 Che segretamente diffonde nel mondo centri di riabilitazione per preti pedofili o crea ordini di preghiera per monitorarli in ritiro, ma che non li scomunica, né destituisce, né denuncia agli occhi della comunità, né consente alla giustizia ordinaria o canonica di perseguirli.

 




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