SPAZIO LIBERO
FOOTBALL ART
Panem et poiesis
ovvero il genio
di Messi


      
Divagazioni a tutto campo o meglio a tutto Camp Nou sull’attaccante del Barcellona. Se il calcio avesse un Dio, Lionel sarebbe il suo Profeta, o, più terra terra (e sicuramente per i catalani), il suo Papa. Del resto anche lui è argentino come Bergoglio. Quello che soprattutto colpisce è che il suo aspetto anonimo, quasi insignificante si accoppia con una tecnica e una velocità di esecuzione che sono sovrumane. Il suo gioco sembra uno stato di ‘trance leggero’. I suoi gol valgono quanto una ‘variazione’ o una ‘fuga’ di Bach, un ‘allegro’ di Mozart, un ‘prestissimo’ di Rossini o Beethoven, un verso di Baudelaire, una frase, un incipit di Kafka o di Bolaño.
      



      

di Pippo Di Marca





Lionel Messi, 25 anni, vincitore per quattro volte dal 2009 del Pallone d'Oro


Non si vive di solo pane. Ogni tanto qualche piccola soddisfazione bisogna pur prendersela, o magari ‘trovarla’, come un dono inaspettato. Negli ultimi tempi, piuttosto magri, magrissimi, miserabili, a dirla tutta, di soddisfazioni neanche l’ombra. Figuriamoci che c’è ancora quel pezzo di... uomo di cerone di Berlusconi e... e mi fermo qui perché non è questo, la politica, di cui vorrei parlare: ma poi quale politica? Mafatemiilpiacere!, la mafinanza mondiale! ... Si può parlare solo della merda che ci sommerge come non mai... Manzoni, non quello dei Promessi Sposi, ne sarebbe, non solo artisticamente, felicissimo, se non si fosse suicidato in tempo... Meno male, comunque, che il pane non ci manca. Almeno quello. Dopotutto è il principale fornitore di merda dell’umanità. E dunque, panem et circenses ancora una volta e come sfogo ultimo, stato preagonico semivegetativo – partite di pallone alla televisione... Non ci crederete, o capita anche a voi, non si sa mai, ma qualche piccola soddisfazione di merda se ti arriva, t’arriva proprio da lì... da quella ‘malattia’ che si chiama pallone... Prendiamo Buffon, prendiamo Agnelli, prendiamo Conte... esseri che più spregevoli e ‘fascisti’ di testa e di cuore (ammesso che ce l’abbiano) in Italia è proprio difficile trovarne; campioni di arroganza e di cinismo, di prosopopea, proprio i classici stronzi di merda che più classici non si può. Ebbene quando Totti, a questa genia di sabaudi, ferma culturalmente al 1860, gli ha spedito all’incrocio quel missile, una randellata a 110 chilometri orari, 20 metri in una frazione di secondo, che se non c’era la rete ‘decollava’ a perdita d’occhio, andava in orbita, poteva fare un buco a Monte Mario, volete mettere la goduria... E prendete Messi, prendete il Barcellona che ne ha fatti 4 al Milan (che gongolava e si autoincensava perché nella partita precedente gliene aveva fatti 2 a Messi e compagni ), prendete Galliani, prendete Berlusconi, prendete Allegri, Dio li fa e poi li accoppia, in questo casi li triplica... Ah che soddisfazione, non ne provavo una simile dal maggio 2005, finale di Champions League, Liverpool-Milan, primo tempo 0-3, secondo tempo 3-3, ai rigori dopo tempi supplementari 3-2...


... Fin qui ho scherzato. Chiedo scusa. Ho scritto le 27 righe precedenti solo per parlare di Messi e del Barcellona, ossia per introdurre l’idea del panem, dei circenses come poesia. Prendetele dunque come un grossolano, crasso, basso preambolo calcistico: prezzo da pagare per mondarsi di un po’ di scorie e guardare con occhio sgombro da ogni impurità, a uno degli orizzonti dove la volgare attività pedatoria che tanto ci appassiona si trasfigura in pura poesia, a quelle altezze dove panem e poiesis (tra l’altro figli della stessa consonante: vorrà dire qualcosa?) coincidono nel nome di quella dimensione, o propensione, dello spirito umano che da millenni si suole chiamare arte. Anzi, per essere più precisi di poesia e musica, che sono la quintessenza dell’arte. Perché è questo quello che hanno messo in scena sul palcoscenico del calcio contemporaneo (in generale il più avanzato di sempre, in quanto linguaggio, vale a dire in quanto sviluppo ed elaborazione di grammatica, sintassi, metrica, figure retoriche ecc...) il Barcellona e il suo genio, il suo angelus novus Messi negli ultimi quattro o cinque anni e che hanno ‘mostrato’ ai nostri occhi ammaliati, esterrefatti pochi giorni fa al Camp Nou, il loro Theatrum Mundi, demolendo il Milan, cancellando la boria e la superbia tutte politiche e il millantato credito prosaico di una squadra composta da comuni mortali con la superiore consapevolezza di un magistero, di una grazia, di una ispirazione da eroi. Così incredibili da venire automaticamente (dover essere) trasformati in ‘mito’: per poter essere percepiti nella loro dimensione altra, alta, in tutti i sensi superiore, in certi momenti al limite dell’impensabile, dell’inspiegabile: che è esattamente il luogo della poesia e della musica, il mistero dell’arte, l’epifania che appare (quando appare) e non si spiega. Anzi, se la guardi troppo, o pretendi di scoprirla, o riprodurla, sta attento, sarebbe capace di accecarti. Per rapidità di esecuzione, precisione di tocco, coordinazione del movimento, triangolazione che l’ha preceduto, una specie di proemio, o di sublime accordo, accensione di ritmo giocato su un tempo ‘rubato’, nel senso che gli altri non fanno in tempo neppure a percepire perché è già avvenuto, suprema astuzia manifesta della diabolicità angelica dietro cui c’è forse una filosofia imperscrutabile, il primo gol di Messi al Milan vale quanto una variazione o una fuga di Bach, un allegro di Mozart, un prestissimo di Rossini o Beethoven, un verso di Baudelaire, una frase, un incipit di Kafka o di Bolaño : “Non era Rimbaud, era solo un ragazzo indio che ha cercato di strappare la poesia dell’esistenza, di fermare il lento naufragio delle nostre vite, dell’estetica, dell’etica... dei nostri sogni del cazzo”.

Se guardate la figura assolutamente insignificante di Messi (e di tanti altri suoi compagni), se pensate che questo individuo di appena 25 anni quando era un ragazzino di 10-12 anni soffriva di una malattia che rendeva il suo corpo incompatibile con il gioco del calcio, se osservandolo avete l’impressione, o addirittua la certezza, che viva in una specie di torpore, di sonnolenza permanente, che non abbia una stilla di energia, così timido e introverso che sembra non reagire a niente, come niente lo toccasse, nessuno potesse provocarlo, ecco forse siete arrivati al nocciolo: siamo di fronte a uno dei quei casi in cui l’involucro non conta, o meglio conta solo in quanto nasconde, occulta una forza e un’energia primigenie che nessuno può spiegare, nessuno può estrarre, al massimo solo aiutare a venir fuori, che neppure lo stesso soggetto portatore ‘conosce’ veramente, una forza per molti versi totalmente opposta all’involucro che la contiene, nel senso che passa naturalmente attraverso l’involucro ma nel momento in cui, in campo, per così dire nella battaglia, si manifesta letteralmente lo trasfigura. Quello di Messi, la sua incredibile velocità di movimenti e di palleggio è nient’altro che uno stato di trance leggero, ma proprio per questo ancor più devastante di certi trance agonistici dichiarati, esibiti, vedi Ronaldo, un altro grande velocista del nostro tempo calcistico.





Messi in azione contro il Milan


Al di là di ogni altra nostra più o meno visionaria considerazione rimane il fatto inequivocabile che la velocità di Messi sia una cosa che non si era mai vista in cento e passa anni di calcio giocato in tutte le latitudini. È qualcosa, a tutt’oggi, di speciale, di – se vogliamo solo fisicamente, come Bolt –sovrumano. La natura ha creato un portento, la cultura e il destino (penso, mi piace illudermi, che non poteva succedere diversamente: come se ci fosse un disegno per così dire superiore che guida e trattiene per noi le eventuali manifestazioni del genio) l’hanno completato. E la velocità, dopotutto, è indubbiamente il verbo della nostra epoca, della modernità. Lo sport e il calcio sono gli ambiti in cui questo si è potuto constatare nella maniera più visibile, evidente. Cominciò a ‘vedersi’ già negli anni ’70 con l’imprendibile Cruijff che correva in ogni parte del campo a ritmi mai visti; abbiamo l’immagine di Maradona che a metà degli anni ’80, nello stadio Azteca di Città del Messico, taglia in due, affetta, la squadra inglese facendo, palla al piede, sessanta metri e superando di slancio sei o sette avversari in uno slalom pazzesco, e tutto di sinistro, vale a dire in realtà senza zigzagare, in meno di 10 secondi, per depositare in rete la palla del gol più bello di tutti i tempi; abbiamo, a metà degli anni ’90, il centravanti più potente e al tempo stesso tecnico e veloce mai visto, un essere bionico, un cyborg, con la stazza e la complessione di un peso massimo ma capace di accelerazioni e di scarti fulminanti; e potrei fare decine di altri esempi paradigmatici di questa escalation della velocità (per non parlare, del ciclismo, del nuoto, del tennis: se Federer giocasse oggi con il McEnroe di 30 anni fa sarebbe come se una Ferrari gareggiasse con una Alfa Romeo Sport). Eppure erano esseri umani che miglioravano il livello delle prestazioni sportive in una sana sfida alla pari, battevano i record, alzavano l’asticella, superavano il limite precedente, in più erano atleti, corpi, perfetti, adatti all’impresa, credibili (qualche scorfano c’era sempre, tipo Mennea, ma non disturbava, non faceva testo). Era una poesia comprensibile, logica, naturale della velocità.

Con il Barça e soprattutto con Messi tutto questo sembra definitivamente saltato: quattro cinque sei sette ragazzini di bassa statura, che si muovono con passettini da passerotti, senza nessun appeal fisico, ubriacano letteralmente con un moto perpetuo che manda in stato confusionale gli avversari, dei cristi (mentre loro pare che passeggino, in realtà sono semoventi come le figurine di un videogame), con movimenti (nel senso anche musicale, s’intende) a vortice o a triangolo o a quadrilatero o con variazioni multiple e simultanee, infine con verticalizzazioni-fiammate di rara precisione e velocità che sono violentissime coltellate inferte alle difese (il cuore) avversarie per mano, cioè per piede, di quel bisturi ‘divino’ che risponde al nome di un ometto qualunque chiamato all’anagrafe Messi, o con l’insignificante nickname la Pulce, ma fatto oggetto di chissà quale altro spaventoso epiteto nel regno ignoto, forse anche a lui stesso, dove nasce la sua vera, diabolica bellezza. Uscendo dal Campo Nou i tifosi felici e (giustamente) adoranti del Barcellona nelle stesse ore in cui a Roma i cardinali erano riuniti per eleggere il Papa gridavano: Fumata bianca, il Conclave è finito! Ed avevano ragione. Loro il Papa ce l’avevano già. Ce l’hanno in casa (e pure argentino). Che cavolo gli frega del Papa di Roma. La loro vera religione è il Barça e il Camp Nou è il loro San Pietro. Dal loro punto di vista, ma direi non solo dal loro, più ‘spirituale’ (e poetico, e artistico) del colonnato della città eterna che abbraccerebbe l’umanità nel nome di Cristo.




Marzo 2013




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006