SPAZIO LIBERO
DISCUSSIONI
Come archiviare
sul web la storia dell’arte?


      
Prendendo spunto da un articolo di Bartolomeo Pietromarchi, direttore del Macro di Roma, che ha annunciato la realizzazione di ‘grande atlante visivo’ in rete sulla scena artistica capitolina tra gli anni Sessanta e il Duemila, una riflessione sui modi, le forme e il senso dell’organizzazione della memoria culturale telematica. Ragionando sul problema dell’eccesso di fonti, nonché su quello della individuazione di una nuova tipologia di fonti.
      



      

di Gabriella De Marco *

 

 

Non è mia intenzione con questo scritto mettere in discussione l’utilità della rete quanto offrire qualche  proposta  di riflessione su quella che è, ormai, una realtà consolidata e non solo nella pratica degli studi umanistici.

Proposta di riflessione che parte sia da una mia personale esperienza sull’argomento (per questo rinvio a Agave. Contributo allo studio delle fonti per la storia dell’arte in Italia del Novecento consultabile su http://unipa.it/agave ) sia sollecitata da quanto  ho letto, di recente, sulla Repubblica del 16 marzo u.s. .

Mi riferisco, in particolare, ad un articolo a firma di Bartolomeo Pietromarchi, direttore del Macro (Raccontate on line l’arte dal 1960 al 2001), dove l’autore annuncia, come prossima iniziativa, correlata ad eventi espositivi curati dal museo, la costituzione di una sorta di “grande atlante visivo” volto a documentare in rete, grazie all’immissione di immagini, documenti, notizie e testimonianze, la scena romana artistica  compresa tra gli anni Sessanta e il Duemila.

Un’iniziativa pregevole, indubbiamente, che, tuttavia, sollecita, proprio nel suo essere progetto  interessante, qualche considerazione; e ciò nella speranza di accendere un confronto, uno scambio di opinioni ed esperienze.

Internet, è un dato di fatto, è una finestra sul mondo a cui si può accedere da casa come da qualsiasi altro luogo, con un incredibile accorciamento delle distanze.

Ciò ha comportato una modificazione del concetto di spazio e di tempo, una sorta di “pseudo simultaneità” sicuramente da molti punti di vista entusiasmante: dall’elementare digitazione su Google  all’accesso in SBN, dalla navigazione su siti “non ufficiali”  alla consultazione di database scientifici e  mirati.

Indubbiamente,  l’uso massivo della rete sia mediante l’accesso a database sia mediante l’accesso a  strutture open source ha prodotto una riduzione dei tempi a cui è seguita  una “dilatazione” degli spazi dovuta alle connessioni da accesso remoto. 

Ciò  costituisce, innegabilmente, uno degli aspetti immediati più innovativi, sotto gli occhi di tutti , che ha determinato, inoltre, una sorta di orizzontalità del sapere, di circolazione più o meno democratica  della conoscenza.

Questa constatazione   può  avviare, pertanto, quella che può ritenersi se non un vera e propria sfida epistemologica,  un’importante  riflessione sul piano del metodo. 

Come sappiamo la rivoluzione digitale ha riconvertito i documenti e  gli archivi che facevano parte del passato rendendoli, in diversa misura, accessibili su internet.

Ciononostante, il documento digitale, come la rete, presenta delle caratteristiche differenti dalle fonti tradizionali quali l’immaterialità, la fragilità dovuta a software ed hardware veicolati da un mediatore quale internet, per sua costituzione volatile ed instabile. Inoltre, non va dimenticato che  si tratta di materiali  fluidi e  facilmente manipolabili.

Mi chiedo, dunque, e alla luce di queste considerazioni, se il mutamento digitale  in corso che è, non lo si dimentichi, anche culturale produce, produrrà, delle ripercussioni sul fare artistico e sul mestiere dello storico. 





Franco Angeli, uno dei protagonisti della scena romana del secondo Novecento (ph. Mario Carbone, 1960)


Ancora, accanto a questo aspetto di natura metodologica e centrale nella ricerca storica al tempo di internet,  si affianca quello relativo  al “problema” dell’eccesso di fonti nel nostro tempo,  croce e delizia”, come è noto,  dello storico dell’arte contemporanea.

Un aspetto, questo, che mi sembra Pietromarchi,  pur nello spazio tiranno di un articolo di cronaca,  sembra non affrontare. Sarà interessante capire, conoscere, a questo proposito, in che modo e secondo quali gradualità “il grande atlante dell’arte a Roma”, promosso da un’importante istituzione museale capitolina, custodirà e comunicherà all’utente quella che si prospetta come una mole non indifferente di informazioni.

Il direttore del Macro, a riguardo, scrive che “Tutti coloro che vorranno potranno inviare, consultare, commentare, testimonianze inedite e immagini relative al mondo dell’arte a Roma in quegli anni, con l’obiettivo di poter costruire un percorso più critico e più libero con la storia dell’arte nel suo complesso (...)”, ospitando, così, un flusso d’informazioni che andrà, a mio parere, opportunamente articolato.

Sarebbe interessante, dunque, proprio sul piano del confronto, conoscere nei dettagli le modalità di questo progetto.

Un progetto, presumo, che come sempre accade nella ricerca storiche e ancor più al tempo del web, deve, dovrà affrontare l’aspetto delle fonti e della “validazione” delle fonti.

Delle indicazioni interessanti, da questo punto di vista, paradossalmente, arrivano non solo dal versante degli studi storici e dell’archivistica, come è ovvio, ma dal fronte della letteratura. Dal sempre citato Borges a Pynchon (L’incanto del lotto 49) , da Cees Nooteboom (Il giorno dei morti) a Danilo Kis (L’enciclopedia dei morti) i temi della memoria, della storia costituiscono, attraverso la scrittura di finzione, un ulteriore elemento di ragionamento e sollecitazione per gli storici e  per gli storici dell’arte. Temi a cui si può aggiungere, quello ugualmente centrale e imprescindibile, degli archivi del non archiviato ovvero sorta di paradosso che ci ricorda che esiste un mare di immagini, documenti, oggetti, cose non storicizzate e probabilmente mai storicizzabili, perché irrilevanti, che pure caratterizzano il vissuto di personalità intellettuali e la vita culturale di una comunità.

Un mare di segni da ascrivere al meramente quotidiano che pure deve essere contemplata pur se in misura minore. Una misura perciò difficilmente quantificabile sul piano storiografico.

Oggi, infatti, gli spazi della memoria si sono estesi, ampliati in altre direzioni: accanto ai documenti scritti e figurati gli archivi custodiscono fotografie, nastri magnetici, filmati e altro materiale documentario fragile, deperibile  sul piano della conservazione.  Se  memoria ed oblio viaggiavano un tempo appaiate, oggi l’impetuoso flusso di dati, l’onda di immagini inarrestabile non facilita la costruzione di quella che si chiama  memoria ragionata.

In tal modo la comunicazione dei saperi e non la semplice trasmissione dei dati, rischia di avvicinarsi  alla comunicazione commerciale che produce serialità. E la serialità facilita l’oblio e non il  ricordo valutativo,  ossia l’elaborazione delle informazioni.

Come analizzare, schedare, comunicare eventuali dati statistici, modelli culturali in atto, emergenze non ancora storicizzate e quanto altro attraversa la realtà della ricerca culturale dei nostri giorni?

Il problema urgente, dunque, non è a mio avviso solo quello dell’eccesso di fonti, quanto quello,  comune  ad altre aree disciplinari, dell’individuazione di una nuova tipologia di fonti.

E da questo punto di vista sono convinta che sarebbe utile avviare una discussione e un confronto, anche, tra chi si occupa di cultura contemporanea.

 

 

 

*  Docente presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Università di Palermo.

http://unipa.it/agave

 

 




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