SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “EDUCAZIONE SIBERIANA”
C’era una volta nella Russia
ex sovietica


      
Tratta dall’omonimo, autobiografico romanzo di Nicolai Lilin, la pellicola di Gabriele Salvatores è in sostanza un racconto di formazione imperniato sulle traiettorie esistenziali di quattro amici appartenenti alla etnia urka. Una comunità bizzarra e ibrida, capace di mescolare una rigorosa disciplina religiosa e un’abituale pratica criminale. Compresso nella durata il film risulta più frammentario e diseguale rispetto all’opera letteraria, alternando una complessiva cifra manierista con più sottili sottotracce.
      



      

di Enzo Natta





Stalin operatore turistico, organizzatore di viaggi e di “vacanze”? Nessuno meglio di lui sapeva trasferire da un capo all’altro dell’Unione Sovietica popolazioni intere. Non esclusi gli italiani, soprattutto pugliesi emigrati verso la metà dell’800 nella città ucraina di Kerch, costruita sull’istmo che separa il mar Nero dal Mare di Azov. All’alba del 29 gennaio 1942 furono buttati giù dai loro giacigli e col poco bagaglio a mano che riuscivano a portare con sé trasferiti nel grande impianto metallurgico di Cheljabinsk, in Kazakistan. Un gita durata oltre un mese, in un inverno gelido, per lo più a piedi nel ghiaccio e nella neve.

Uguale sorte è capitata agli urka, etnia siberiana discendente dai fieri cacciatori della “taiga” da sempre in religiosa simbiosi con la natura. Questi orgogliosi nipoti di Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure” di Akira Kurosawa, furono deportati nel Sud-ovest dell’Unione Sovietica e da quel momento entrarono in conflitto con ogni forma di autorità trasformandosi in un’autentica confraternita del crimine, con famiglie annesse e una bizzarra regola di vita comunitaria, un ibrido impasto fra anarchia e religione, contrario al potere (in qualsiasi forma si manifestasse), all’avidità di denaro, all’uso di droghe e al materialismo ateo. Una comunità che attraverso questo stile di vita aveva acuito una singolare devozione religiosa fatta di un’eccentrica ritualità e di un’ancora più estrosa iconografia (madonne che impugnano pistole, croci che si fanno pugnali e via dicendo).

Questa stravagante “educazione siberiana” si riflette su quattro amici che ben presto la sorte divide per via di incidenti e contrattempi imprevisti: l’occhialuto, il più debole dei quattro, muore affogato per salvare un pianoforte trascinato dalla piena di un fiume in seguito a un’alluvione; nel corso di un tentativo di furto, Gagarin, il duro della cricca si finge morto o svenuto in mezzo alla strada mentre gli altri, approfittando della sosta di un camion costretto a fermarsi, lo svaligiano di tutto punto. Ma le cose vanno storte. Per aver ferito un militare con un coltello, Gagarin trascorre alcuni anni in galera, dove riesce a sopravvivere grazie al Seme Nero, un’organizzazione criminale che pratica su larga scala il traffico di droga. A dividere Gagarin da Kolimà e dagli altri indicando nel contempo la giusta via da seguire sarà Xenja, la figlia del medico condotto, una ragazza ritardata, ma proprio per questo venerata dal nonno-patriarca e capo carismatico della comunità perché “toccata da Dio”.

 

Educazione siberiana di Gabriele Salvatores è tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin edito da Einaudi, autobiografia di un processo di formazione caratterizzata da un severo codice comportamentale dominato da un severo senso del sacro e del divino, da regole ferree e da rituali esoterici. La vicenda si svolge nel decennio compreso fra il 1985 e il 1995, dall’ultimo periodo dell’era brezneviana a Gorbaciov e all’abbattimento del Muro di Berlino, con la conseguente caduta dell’Unione Sovietica. La Storia si sgretola e sul suo percorso lascia solo rovine e macerie dell’anima sulle quali si infrangono i sogni dei quattro ragazzi, discendenti degli indomiti guerrieri urka. Se avi e progenitori erano assolutamente liberi, padroni di muoversi e di cacciare a piacimento nelle grandi foreste siberiane, loro sono costretti a vivere  al di fuori dalle tradizioni dei padri, a incamminarsi sui sentieri dell’adolescenza attraversando una terra che è estranea al loro mondo, che si rivela dolorosa, complessa e piena di contrasti. Una dimensione aliena di non facile accesso e decifrazione, la cui organizzazione si nutre di un informale e continuo “samizdat” verbale, quotidiana predicazione clandestina di uno stile di vita in aperto contrasto con la mano ferrea e spietata del regime vigente.

Per dar corpo a questo scenario Gabriele Salvatores (coadiuvato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia nella sceneggiatura) anima universi paralleli che si affrontano e si confrontano creando motivi di riflessione sul senso ultimo dell’esistenza. Il tutto con toni febbrili e in un continuo misurarsi fra libertà e morale.





John Malkovich in una scena di Educazione siberiana (2013)


Come in C’era una volta in America di Sergio Leone (gli sviluppi sono molto simili) Educazione siberiana è la storia di un’amicizia fra ragazzi che si incrina per poi rompersi definitivamente e schierarsi su fronti opposti. Al pari di molti altri film tratti da opere letterarie di largo respiro, anche questo di Gabriele Salvatores soffre dello scompenso fra la voluminosità del romanzo e la durata del film (1h, 50’), inevitabile motivo di compressioni forzate che asciugano il racconto fino ad alterarne il ritmo e a comprimerlo in una tessitura scarna, frammentaria e diseguale.

Anche se parzialmente racchiuso in una gabbia di manierismo, il film non manca di sottili sottotracce che ne esaltano e ne impreziosiscono il tono. Si vedano per esempio l’innocenza e il candore che circondano il personaggio di Xenja, incarnazione della follia, segno divino che consente di staccarsi da terra e di elevarsi al di sopra della massa; si vedano i tatuaggi che ricoprono il corpo dei criminali, non forme di facile esibizionismo, ma linguaggi del corpo, veri e propri abiti, ognuno dei quali rappresenta la storia di un uomo. 

Girato in Lituania, parlato in inglese, interpretato da un star come John Malkovich e da un altro attore americano quale Peter Stormare, come La migliore offerta di Giuseppe Tornatore anche Educazione criminale è un tentativo di internazionalizzare il cinema italiano trasferendolo oltre confine. Con il rischio di una perdita di identità, curiosamente simile a quella di Kolimà, Gagarin e degli altri ragazzi urka privati delle loro radici.  

 




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