PRIMO PIANO
SUL MOVIMENTO 5 STELLE
Se la democrazia diventa ‘dromocrazia’


      
Alcune considerazioni post-elettorali a proposito della cultura che è alla base dell’indiscutibile successo dei seguaci di Beppe Grillo. Un risultato che segnala una trasformazione culturale e antropologica di fondo che per la prima volta in Italia invade la politica. Tutto il movimento è strutturato come un social network, il confronto si svolge come un veloce ‘mi piace/non mi piace’, l’unica forma di comunicazione è la rete che appare però così un sistema chiuso, sigillato. Le opinioni espresse in formule brevissime, in sostanza sono slogan assai più che ragionamenti. Muta il sistema percettivo, specifiche aree del cervello predisposte alla riflessione analitica si stanno specializzando in aree per le risposte immediate.
      



      


di Giacomo Guidetti





Beppe Grillo come Zio Sam chiama alla mobilitazione


Il recente risultato elettorale in Italia ha sconvolto perché inaspettato, generando da un lato nuove speranze, da un altro nuove preoccupazioni, all’estero ancora più forti per il timore di emulazioni. Eppure i segni delle radicali trasformazioni delle collettività generate dai mezzi di comunicazione avrebbero potuto far prevedere, almeno parzialmente, il fenomeno.

È indubbio che una cospicua parte dei votanti il Movimento 5 stelle si è espressa in tal modo per dare un forte segno alle esigenze di rinnovamento, anche in senso ambientalistico, e di moralizzazione della politica, tuttavia l’avvenimento va compreso per quello che realmente rappresenta, sintomo di una trasformazione culturale, o meglio antropologica come viene definita da molti esperti, che ha trovato proprio da noi la sua espressione politica (e non è la prima volta, come è noto, che l’Italia si propone come avanguardia di questi fenomeni).

Intanto va considerato che è la direzione stessa della conoscenza che si è trasformata in questi anni, verso un uso immediatamente utilitaristico e settorializzato, si può asserire che non conta più la conoscenza in senso lato, ma le specifiche competenze. Queste interessano scopi pratici e immediati, come il lavoro che si dovrà svolgere. Ciò che decade della conoscenza è soprattutto la funzione formativa, ma anche quella edonistica, il piacere della conoscenza in sé, che non diverte più, e la curiosità è spostata su argomenti futili, frequentemente riguardanti solo la ristretta sfera individuale. Sono un sintomo i dati relativi ai libri: chi ne legge anche solo uno all’anno è meno della metà della popolazione e la vendita degli e-book è molto al di sotto delle pur non esaltanti aspettative. La trasformazione merita certamente un serio approfondimento, è quindi un argomento che non può essere trattato in poche righe.

Quello che invece tento di fare, benché sommariamente, è un analisi del nuovo organismo politico, su chi ha fatto maggiormente presa e del perché del suo successo.

 

Il Movimento 5 stelle è strutturato come un social network, compresa la concezione politica e quella delle funzioni di un parlamento, dove si giudica con “mi piace/non mi piace” (come in Facebook), che è poi l’equivalente di sì/no, tutto/niente, vero/falso, riducibili nel codice binario 1/0 e on/off, che possono anche voler dire pro/contro, ossia “chi non è con noi è contro di noi”.

Il confronto avviene sempre e soltanto all’interno del social network, sistema chiuso, sigillato, per interagire col quale si può solamente aderirvi. Le opinioni sono espresse come su Twitter, in formule brevissime, in sostanza sono slogan assai più che opinioni ragionate, chiuse in ristretti ambiti di interesse. Non è un caso che l’unico sistema di comunicazione consentito agli adepti è attraverso il web. Persino il nome deriva dal modo di esprimere il gradimento in internet, fondato su giudizi schematici, scarsamente motivati e quasi sempre privi di contraddittorio.   





Tutta la cultura giovanile si sta forgiando in tal senso, e il valore supremo è la velocità (l’affermazione della dromocrazia di cui parlava Virilio), nella ricezione e nella risposta, dettata questa più dall’emotività del momento che da un ragionamento. Anche nel parlare bisogna essere rapidi, quelli che parlano velocemente hanno più possibilità di successo (e in questo certamente gli attori sono più abili).

La questione non è soltanto culturale, ma fisiologica: muta il sistema percettivo, specifiche aree del cervello predisposte alla riflessione analitica si stanno specializzando in aree per le risposte immediate (in un certo senso tornando indietro, molto indietro, ad uno stato animalesco dove la risposta istantanea è essenziale alla sopravvivenza) e c’è un diverso modo di interpretare continuo e discontinuo, causa ed effetto, le successioni temporali.

Il fenomeno assai comune fra le nuove generazioni è quello del sempre connesso (in Italia lo è il 54% dei giovani sotto i trent’anni), favorito dai portatili come smartphone e tablets (se qualcuno non ci credesse gli basterebbe fare un giro in una metropolitana per rendersene conto). Questi sempre connessi vengono definiti anche biomediatici (dal Censis), cyborg (ossia sintesi di uomo e macchina, avendo quasi incorporato gli strumenti di comunicazione), oppure da alcuni studiosi americani, interpretandoli come nuova specie cognitiva, Homo zappiens, in cui gli apprendimenti avvengono per quanti di informazione piuttosto che per flussi continui. I biomediatici utilizzano la rete soprattutto per connettersi coi propri simili, ricercando ciò che conferma le proprie opinioni, esprimendosi in modo ultrasintetico e fortemente emotivo, e talvolta spingendo fino all’esagerazione l’esibizione narcisistica.

 

È chiaro che un movimento strutturato come social network colpisce questa fascia (anche se non solo) e comunque ne è la precisa immagine, sostenendo che questo sistema di relazioni è il più democratico possibile. Eppure alcuni dei massimi esperti di comunicazione in internet già da anni avvertono che questi sistemi chiusi, assieme alla concentrazione sempre più serrata delle aziende che detengono il controllo del traffico dati, sono proprio la negazione dello spirito democratico del web.

In ogni caso anche al di sopra di questo sistema che si autodefinisce orizzontale ci sono i leader: nessun movimento o partito può farne a meno, il branco di qualunque natura e dimensione ha sempre bisogno di riconoscersi in un capobranco.

 

La parola partito disturba perché deriva da parte, e presuppone quindi una presa di posizione pregiudiziale, uno schierarsi, e ciò contrasta con il carattere essenzialmente pragmatico, mutevole, occasionale e interclassista del movimento, dove ogni questione va affrontata “di volta in volta”, quando si presenta. D’altronde non esistendo una teoria (politica, economica o sociale) di fondo, non può che essere così. L’unica teoria vigente è di sistema, è l’impostazione strutturale del movimento stesso, che è di una rigidità difficilmente riscontrabile in altri organismi sociali.  





“Ognuno vale uno”, se non è inteso banalmente come espressione del voto già sancito dalla costituzione, è uno slogan che può somigliare a quelli propri della sinistra storica, che proponeva uguaglianza di diritti (espresso in termini ideali come “a ciascuno secondo i propri bisogni”). La differenza però salta fuori quando ciò dovrebbe valere anche per le competenze, dove invece sarebbero necessarie forti diversificazioni (“ciascuno secondo le proprie capacità”, completando lo slogan ideale della sinistra). In questa falsa parificazione si nasconde anche uno degli aspetti più mistificanti dei social network e di parte di internet.

 

I movimenti di protesta ci sono sempre stati, e questo per alcune caratteristiche può essere assomigliato al ’68, che nasceva fuori e in contrapposizione al parlamento, con una vigorosa critica ai partiti in genere e in particolare a quelli della sinistra tradizionale. Tuttavia le differenze sono enormi: il ’68 era scoppiato in una generazione che si vantava di robusti riferimenti culturali, i cui leader erano tutti (senza eccezioni) espressi dal movimento stesso e della stessa generazione, e fortemente internazionalista (qualunque cosa accadesse nel mondo diventava motivo di azione o di protesta). Il movimento attuale è invece totalmente riverso sulle questioni interne, noncurante di ciò che avviene fuori (che nell’epoca della globalizzazione può sembrare un paradosso), non ha espresso alcun leader autonomamente, ma si è limitato a cooptarli dalla stessa generazione che si vuole sostituire, e, per tornare alla questione iniziale, con un aprioristico rifiuto di qualsiasi retroterra culturale, rifacendosi solo a ciò che viene generato istantaneamente dal movimento stesso.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006