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BENEDETTO CROCE - GIOVANNI PAPINI
Idealismi
a confronto,
tra ragione
e irrazionalismo


      
È uscito per la cura di Maria Panetta e con l’introduzione di Gennaro Sasso, il “Carteggio 1902-1914” di due figure cruciali per la cultura italiana di inizio Novecento. Il filosofo abruzzese con la rivista “La Critica” e lo scrittore fiorentino con la rivista “Il Leonardo” (fondata assieme a Prezzolini) animarono il dibattito di pensiero nella arretrata scena culturale nazionale. Ma il primo professava un liberalismo a sfondo razionalistico, mentre il secondo inseguiva istanze che mescolavano estetismo e superomismo, spinte aristocratiche e spiritualiste con interessi religiosi e, talora, esoterici. Insomma, non erano fatti per intendersi.
      



      


di Simona Cigliana

 

 

È uscito qualche mese fa, per le eleganti Edizioni di Storia e Letteratura, a cura di Maria Panetta e con un ampio e approfondito saggio di Gennaro Sasso, il Carteggio 1902-1914 tra Benedetto Croce e Giovanni Papini (Roma, 2012, pp. 344, € 52,00).

Si tratta di un nutrito gruppo di lettere, cartoline postali, biglietti che i due si scambiarono in uno dei periodi più intensi della loro attività, dall’inizio del secolo allo scoppio della Grande guerra.  Gli anni sullo sfondo sono anche tra i più fervidi e cruciali per la cultura italiana: anni di scoperte e di sperimentazioni – ma anche di eccessi, di fraintendimenti e di avventure spirituali. Terminata ormai da un trentennio la faticosa impresa della unificazione nazionale, scomparsi tutti coloro che ne erano stati fautori e protagonisti, gli italiani hanno iniziato a fare i conti con la prosaica  quotidianità dei governi parlamentari, tra scandali e conflitti sociali. Le generazioni che si affacciano alla ribalta, in diverso modo condizionate da un profondo scontento, si muovono alla ricerca di nuovi orizzonti ideali entro i quali iscrivere il proprio operato. Mentre alcune grandi figure della nostra storia letteraria – da D’Annunzio a Carducci, da Pascoli a Pirandello – sono nel pieno della loro stagione creativa, emergono poeti e intellettuali giovani e giovanissimi che ne movimentano il panorama grazie ad un rigoglio di iniziative che, all’insegna di una prepotente richiesta di “modernità” e di un fervido e spesso disordinato attivismo, esplorano inedite modalità di comunicazione e di militanza.

Iniziale punto comune di molti atteggiamenti e discussioni fu, soprattutto tra “i nati dopo il ’70”, la reazione contro il positivismo, contro cioè quell’habitus di pensiero che aveva dominato incontrastato gli ultimi decenni del secolo appena trascorso. Al positivismo, accusato di esser privo di vero impianto teorico e di respiro speculativo, si rimproverava ora di aver annichilito la vita speculativa  e avallato una generale attitudine di pressapochismo e ignoranza.   

 

La polemica contro di esso si sviluppò da più parti in parallelo, da un lato per opera di Giovanni Gentile e di Benedetto Croce, con il rilancio dell’idealismo critico; dall’altro, grazie all’attività di un eterogeneo gruppo di ventenni che si rifacevano alle parole d’ordine dell’estetismo e del superomismo, a un “idealismo” aristocratico e spiritualista, nutrito di interessi religiosi e, talvolta, esoterici. Strumenti dell’intenso dibattito che si sviluppò a questo proposito furono le riviste: tra le tante che si ricordano, sicuramente ebbero un ruolo di primo piano “La Critica” di Benedetto Croce e “Il Leonardo” di Papini e  Prezzolini. Esse esprimevano, ciascuna, una diversa visione – se non dello stato della cultura italiana (perché sul suo provincialismo e sulla sua arretratezza erano perfettamente d’accordo) certo delle strade da intraprendere per mutarne la rotta: ambedue si muovevano nella prospettiva di un ritorno alla grande tradizione filosofica e abbracciavano la parola d’ordine dell’“idealismo”; tuttavia quest’ultimo, pur opponendosi per entrambe sematicamente al “materialismo” del secolo precedente, si sostanziava, nell’una e nell’altra, di significati differenti, riempiendosi,  nel caso del “Leonardo”, di contenuti eterogenei e talvolta ambigui. Entrambe anelavano all’Ideale ma ciascuno vi ravvisava ciò che era più consono al suo modo di essere e di pensare. 





Giovanni Papini


D’altra parte, l’azione svolta da Giovanni Papini, lettore insaziabile, divoratore di idee, assetato di vita, si dimostrò particolarmente efficace nel contribuire ad aprire il nostro paese alla circolazione della letteratura e del pensiero europeo: grazie a lui, sulle pagine del “Leonardo” – ma anche nelle numerose attività editoriali parallele – furono tradotti autori ancora poco conosciuti in Italia, si intraprese un intenso scambio di libri e riviste con la Francia, l’Inghilterra, la Germania e gli Stati Uniti, e si inaugurò, nel ”fare cultura”, uno stile provocatorio e battagliero che in certo modo anticipa le modalità comunicative del futurismo. Del “Leonardo”, nato sotto la suggestione di Friedrich Nietzsche e di Ru­dolf Steiner, di Novalis e dell’idealismo magico, Giovanni Papini fu il fondatore e l’anima, insieme al coetaneo Giuseppe Prezzolini  (entrambi nati poco dopo il 1880). I  due, proclamandosi «vogliosi di universalità» e «anelanti a una superior vita intellettuale», si sentirono accomunati dalla vo­lontà di trasformare la realtà del loro tempo, di reagire alla crisi di valori e, compiacendosi di pro­clamarsi pensatori più che esteti, vagheggiarono di essere gli iniziatori di una cosiddetta «rinascita filosofica».

 

Tuttavia, sin dall’iniziale programma contenente queste di­chiarazioni di intenti, i leonardiani mostrarono di aver contaminato con elementi spuri il disegno di un idealismo di cui il più anziano Croce, ben altrimenti, aveva definito le caratteristiche: il loro «idealismo», nutrito di aspirazioni estetizzanti, venato già ora di indivi­dualismo superomistico e magico, andrà man mano intorbidendosi, nel giro di pochissimo tempo, in disprezzo per le espres­sioni liberali e riformiste, per la vita parlamentare e il collettivismo  delle de­mocrazie. Nei pri­mi articoli di Gian Falco (Papini) e di Giuliano il Sofista (Prezzolini), già era presente una sprezzante polemica antibor­ghese e il positivismo era deprecato soprattutto come espressio­ne dello spirito pratico e razionale della borghesia, l’odio per le masse si mescolava a quello per la città industrializzata. Nelle fasi successive, la tendenza irrazionalistica di questo «idealismo» diventerà ancora più mar­cata, man mano che i direttori accoglieranno il pragmatismo di William James, di cui la rivista fu la principale divulgatrice in Italia, e lo stimolo di altri autori che presentavano motivi affini: in quegli anni, sia sulle pagine della rivista sia in parallele collane editoriali, come nella papiniana «Cultura dell’Anima», si pubblicavano Silesio, Meister Eckart, Blake, Kirkegaard, Bergson, ma anche So­rel, Stirner, Eliphas Levi. “Il Leonardo” finirà così, in nome del vitalismo irrazionalistico, per proclamare la morte della filosofia e per approdare ad una fase occultistica ed esoterica che sarà aspramente criticata da Benedetto Croce (Papini, presto esaurita questa  fase della sua esuberante ricerca, ne racconterà speranze e obiettivi nel bel libro Un uomo finito). 

 

Croce, dal canto suo, pazientemente e laboriosamente terminata la fatica della sua Estetica (1902), all’insegna di un impegno culturale e politico che proseguirà, coerentissimo, per quasi mezzo secolo, aveva iniziato a redigere “La Critica”, bimestrale di cultura, polemiche e recensioni, stampato a Bari, in stretto sodalizio con l’editore Laterza, e il cui primo numero uscì quasi in contemporanea con il primo “Leonardo”. Anche Croce affiancò, alla pubblicazione della sua rivista,  sulle cui pagine passerà minuziosamente in rassegna tutta la produzione letteraria italiana postunitaria, numerose collane di «Studii» e di collezioni scientifiche e letterarie, imprimendo alla sua azione di critico, come già alla sua attività di filosofo, il carattere di un dovere civile, di una positiva operatività che, giorno dopo giorno, cerca  di contribuire ad attuare nel concreto della storia la libertà dello spirito. Ma, soprattutto, Croce tenne sempre a qualificare il suo idealismo di  antimetafisico, dicendosi via via avverso al prammatismo, all’intuizionismo, al misticismo e all’irrazionalismo di ogni sorta, nonché contrario a tutte quelle concezioni etiche di cui l'irrazionalismo era prodotto e produttore, nietzscheane e variamente autoritarie e reazionarie.





Benedetto Croce


Non potevano dunque darsi “idealismi” più diversi – e le polemiche, anche molto accese non mancarono. Tuttavia, come testimonia il Carteggio tra i due, il filosofo abruzzese accettò in un primo tempo di buon grado di trovarsi coinvolto e af­fiancato da quei giovani un po’ intemperanti, molto entusiasti e molto autodidatti, verso i quali guardò, in un primo momento, con simpatia, nonostante essi perseguissero obiettivi che apparivano già per molti versi divergenti dal suo. Per lungo tempo, non mutò nei loro confronti quel tono di cordiale incoraggiamento che aveva assunto all’usci­ta del “Leonardo”, quando, accogliendone con favore l’ideale di una “filosofia della libertà e dell’azione”, non ave­va lesinato le lodi, pur ammonendo a non indulgere con facilità in generiche professioni di fede: un tono affabile e ben disposto che egli, in queste lettere private, mantiene anche quando, nelle sue recensioni, la critica verso le posizioni del “Leonardo” sembra farsi più severa. I primi segni di aperta disapprovazione erano comparsi infatti già nel 1907, in un numero de “La Critica” che  passava in rassegna i fascicoli iniziali della III serie del “Leonardo”, in cui Papini si era dato all’approfondimento di argomenti sempre più attinenti all’ambito delle religioni, del pragmatismo jamesiano e perfino dell’irrazionalismo magico, promettendo Agli amici ed ai nemici di mantenersi fedele a “quell’inquietezza interna, quella mobilità di spirito, quella felice presunzione, quell’irriverenza i­ronica e violenta, quel desiderio insaziabile del grande e del nuovo che sono le più odiate e invidiate quali­tà della giovinezza” (“Leonardo”, a. IV, 1,  febbraio 1906, pp.1-5).  

 

Col persistere degli atteggiamenti massimali­stici  e titanici dei leonardiani, la tolleranza di Croce comincerà ad esaurirsi. L’accento del fratello maggiore lascerà il posto ai toni duri del maestro più anziano, che censura le incontinenze di “quei ti­pi di riformatori, conquistatori ed eroi, che disdegnano tutte le conquiste particolari come meschine e inadeguate sempre alla loro brama insaziabile, e la cui attività, abbracciando l’universo, si avvolge in se stessa e magnificamente ozia”.[1] Di fatto, tra il 1910 e il 1912, Croce cominciava a rendersi davvero conto che la sua era una po­sizione isolata, solitaria, nonostante il proliferare degli “i­dealismi”. E  che, nella grande battaglia contro “le diverse e opposte  schiere [...] dei positivisti, empiristi e filologisti da una banda, dei genialoidi e mistici e dilettanti dall’altra”, i secondi, da lui indirettamente cooptati per deprimere i primi, rischiavano di prendere il sopravvento. Non a caso l’intonazione delle lettere, alle quali il ricco e perspicuo apparato di note della curatrice fornisce il commento necessario a comprendere i retroscena e le implicazioni, diviene a questa altezza, soprattutto  per quel che riguarda Croce, sempre più distaccato, mentre la parte più rovente della polemica si sta svolgendo in pubblico.  Si era fatta strada nel filosofo la convinzione di trovarsi di fronte ad una specie di patologia: proprio nel 1910,  sottolineando con quanta frequenza comparisse ne­gli scritti e nelle conversazioni di tanti intellettuali la parola “superamento”, che Papini era stato uno dei primi a prediligere, Croce osservava che tanto in filosofia, “ove si usa a sproposito (perché dovrebbe essere riservata ai dibattiti circa la teoria del superamento)” che nella vita morale, “il pericolo è tanto maggiore in quanto gli intellettuali di oggi sono quasi tutti [...] infetti dalla lue dannunziana”[2]. Il che significava: più propensi a porsi al di sopra delle parti che a cercare di es­sere all’altezza della situazione, più desiderosi di sopravanzare e dirigere i propri simili che di adoprarsi ad aiutarli nel com­pimento del loro destino storico e umano. 

 

 

 

 



[1] B.Croce,  Il risveglio filosofico e la cultura italiana (1908), in Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bari, Laterza, 1955 (3), p.10.

 [2] B.Croce, Il "superamento" (1910), in Cultura e vita morale cit., p.119

 




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