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GIAN CARLO FERRETTI
Mi rifiutano, ergo sum (scrittore)?


      
È assai interessante e suscita molteplici domande il libro “Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti”. In cui il noto critico e storico della letteratura ripercorre i casi più clamorosi di autori e testi variamente o a lungo ricusati da importanti case editrici prima di riuscire a trovare un canale di pubblicazione. Si va da Moravia a Tomasi di Lampedusa, da Soldati a Pasolini, da Parazzoli a Malerba, da Camilleri alla Tamaro. Ci si dovrebbe, però, oggi ulteriormente interrogare sulle diverse dinamiche editoriali relative alle mancate pubblicazioni e capire quanto influirà il crescente fenomeno del ‘self publishing’.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Giuseppe Cerone è un insegnante di inglese di Agropoli che da tempo si diletta a scrivere racconti e poesia. E fin qui nulla di strano: il nome potrebbe essere quello di qualsiasi altro italiano, non necessariamente con solidi studi e letture alle spalle. Cerone però ha fatto qualche passo in più di altri, inviando plichi di manoscritti a svariati editori. Chiunque dopo un po’ avrebbe detto «ok, basta», perché stufo di stampare e ristampare, rileggere e rilegare, correggere, andare alle Poste, prendere il biglietto con sopra il numero e la lettera P, e trovarsi sempre allo stesso sportello, magari con il solito operatore che ormai conosce la storia e ci chiede «un altro?». Già, un altro.

Ma Cerone è un osso duro, e ha continuato a spedire manoscritti per anni, ricevendo rifiuti più o meno personalizzati. A sostenere l’attività sono stati anche i giudizi positivi espressi da critici e intellettuali come Claudio Magris e Geno Pampaloni. Perché, nel frattempo, Cerone è riuscito a pubblicare qualcosa, ma a spese proprie e presso piccoli editori. E quando così tanta gente ti fa i complimenti, più o meno sinceri, beh, un po’ di tigna anche se non ce l’hai te la vai a cercare in qualche cassetto insieme al manoscritto di una vita.

Fatto sta che il “caso Cerone” riceve attenzioni e il 10 ottobre del lontano 1993 Giorgio Calcagno presenta la vicenda alla nazione dalle pagine del quotidiano La Stampa. L’anno dopo esce un libro di Giuseppe Cerone. Attenzione: il libro è pubblicato da un piccolo editore romano (Garamond) e l’autore racconta la propria vicenda d’autore attraverso i rifiuti.

Un paradosso, sembrerebbe, visto che l'autore arriva sì alla pubblicazione, ma non di un suo sudato manoscritto, ma del racconto della sua vita da rifiutato e quindi del suo non essere uno scrittore. Ma, ancora una volta, attenzione: il libro si intitola Lo scrittore[1].

 

 

Questo progetto è così bello che non vale la pena realizzarlo[2]

 

Svuotati i cassetti, rinunciato per sempre alla pubblicazione, gli eterni esordienti continueranno a ricordare i rifiuti, magari più dei loro scritti. Può accadere, però, che una «Provvidenza laica», venga in aiuto e se il testo vale (veramente) diverrà libro. è questa, a grandi linee, la storia raccontata da Gian Carlo Ferretti nel libro intitolato Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti (è sua anche l’idea di una «Provvidenza laica») uscito per Bruno Mondadori nel 2012 (prezzo libro cartaceo 20 €; in ePub viene 14 €).

Ferretti, da tempo tra i più importanti studiosi e addetti ai mestieri dell’editoria (e non solo), con questo volume intende invertire l’approccio alla storia dell’editoria: non solamente come storia imprenditoriale e di titoli, di idee e di intellettuali, storia di successi e anche di insuccessi, ma focalizzare l’attenzione proprio sul rifiuto, sulla negazione della pubblicazione da parte dell’editore (o molto spesso del suo comitato di lettura, o anche solo di un lettore). È ovviamente scontato che non si possa tener conto di tutti i rifiuti, ma solo di quelli che per un motivo o per l’altro hanno avuto valore storico e sono documentabili. E molto spesso si tratta di rifiuti che hanno dato vita a successive pubblicazioni di successo.





Quando si parla di rifiuti eccellenti la mente va subito alla vicenda di Tomasi di Lampedusa e del suo Il Gattopardo. Fu un successo clamoroso di casa Feltrinelli (sia letterario che di vendite), una intuizione di Giorgio Bassani (che lavorava nella casa editrice milanese) e perché per lunghi anni si è sempre ritenuto che la cecità di alcuni editori – o meglio, letterati editori, secondo la definizione di Alberto Cadioli – fosse stata determinante[3]. I fatti però, come lo stesso Ferretti racconta da anni, sono ben diversi da quanto spesso si sostenga. Vittorini non fu un lettore poco attento, semmai non prese in considerazione la pubblicazione di un più che sconosciuto autore all’interno della collana I Gettoni che dirigeva per Einaudi. Collana che, come si sa, aveva una certa vocazione sperimentale, e che nella seconda metà degli anni ’50 non era più investita dallo stesso entusiasmo degli inizi (la prima pubblicazione era del 1951). Vittorini semplicemente non reputa il manoscritto adatto per la pubblicazione all’interno della collana da lui diretta. Ma la posizione di Vittorini in teoria si aggraverebbe perché non ha sostenuto la pubblicazione del libro per Mondadori. Tutt’altro: Vittorini capì le potenzialità del romanzo e lo pose all’attenzione dei dirigenti della casa editrice. Ma questi non presero in considerazione la pubblicazione. «In entrambi i casi insomma [quello Mondadori e quelli de I Gettoni Einaudi]» dice Ferretti «Vittorini è, in modo diverso, editore autentico». È quindi necessario attribuire delle colpe? E soprattutto: possiamo parlare di rifiuto vero e proprio della serie “Siamo spiacenti …”? Forse potrebbe essere utile adottare una distinzione tra quei manoscritti rifiutati e quelli che vengono presi in considerazione, apprezzati, ma poi non pubblicati[4]. E quindi capire perché.

 

Non tutti i rifiuti nascono però da strategie editoriali, dimenticanze o cecità. Ferretti ci guida in un percorso che inizia con il Ventennio e quindi con le pubblicazioni vietate e censurate da regime o per motivi di affiliazione della casa al regime. Elio Vittorini è uno dei protagonisti, ma stavolta come autore. Il garofano rosso pubblicato a puntate sulla rivista Solaria tra il 1933 e il 1934, è ritenuto offensivo dal governo per delle «espressioni licenziose» usate da Vittorini e per l’offesa «alla morale e al buon costume». Dopo le obbligate modifiche, il libro non è comunque pubblicato da Mondadori (nonostante Vittorini fosse già un collaboratore della casa). Il romanzo sarà pubblicato solo nel dopoguerra.

Agli inizi degli anni ’20, il giovane e sconosciuto Alberto Moravia aveva ricevuto un netto rifiuto con tanto di giudizio («una nebbia di parole») da parte dell’editore Lioncurti della casa editrice Sapientia. Moravia finisce così per pubblicare il romanzo a sue spese presso Alpes (dove c’era Cesare Giardini) che ovviamente non se la sentiva di rischiare con uno sconosciuto. Dal 1925, approvata la nuova legge sulla stampa, il romanzo è osteggiato dal regime ma riscuote comunque un certo successo proprio perché mal visto dalle autorità e perché se ne scrive e non sempre positivamente. Anche i successivi lavori dell’autore, come Le ambizioni sbagliate, sono osteggiati dal regime e non hanno vita facile.

Possono esserci anche altre ragioni per rifiutare – o essere costretti a farlo – la pubblicazione di un manoscritto. Ragioni non necessariamente connesse al contenuto, ma all’autore stesso. Si tratta di negazioni dovute all’avversità politica e ideologica, o peggio ancora razzista. È il caso degli autori ebrei dopo le leggi razziali in Italia a partire dal 1938. Anche se già nel 1935 un gioiello come America primo amore di Mario Soldati è rifiutato da Bompiani (che l’anno prima aveva pubblicato il Mein Kampf) perché parla troppo bene degli ebrei. E pensare che il giovane Soldati era partito con la sua bicicletta da Tellaro (La Spezia) per portare il romanzo a Milano, da Bompiani. America primo amore sarà pubblicato nel 1935 da Bemporad, editore ebreo poi osteggiato dal regime[5].

Un editore come Giovanni Laterza, davanti alla “problematica razziale” poteva dirsi certo che «l’unico mezzo sicuro per riconoscere gli ebrei sia accertarsi se sono o no circoncisi». Precisando che «nel latifondo di Casa Laterza, senza voler sfidare la volontà del Signore, c’è posto per la sinagoga e per i templi di tutte le religioni»[6].

 

Nel dopoguerra, una delle case editrici che più è riuscita a incarnare (e pubblicare) il desiderio di rinascita culturale italiana è stata Einaudi, se non altro per il prestigio dei collaboratori, tra i quali Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino.

Un caso molto importante nel dopoguerra editoriale, letterario e politico è stato quello di Se questo è un uomo di Primo Levi. La Ginzburg diede giudizio favorevole, contrario invece fu Pavese. Il libro finì per essere pubblicato dalla casa editrice De Silva di Torino, in 2500 copie. Era il 1947 e dopo cinque anni Einaudi continuerà a non pubblicare quel libro, lo farà solo nel 1958 e sarà un long seller. Le cause? Forse una errata considerazione del testo come l’ennesimo capitolo di memorialistica bellica (sì, ma era stato letto) e la mancata presa di coscienza dello sterminio ebraico.

In ogni caso anche dopo la caduta del regime fascista non mancano i casi di negata pubblicazione per ragioni politiche. Dai verbali dei consigli del mercoledì di casa Einaudi si legge come la stessa casa editrice sottoponesse all’ambasciata dell’Unione Sovietica una lista di titoli di autori russi per sapere quali poter pubblicare e quali no. Pasternak, ad esempio, è uno dei vietati.

Anche case più grandi non possono fare scelte ardite, in linea con una morale cattolica imperante. La Mondadori si troverà quindi a rifiutare la pubblicazione del Diario di Anaïs Nin e ad adottare la soluzione della vendita per sottoscrizione ai soli privati di romanzi “spinti” di Henry Miller come Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno.

Interessanti sono anche le vicende relative al rapporto tra Pier Paolo Pasolini e la case editrici Mondadori e Garzanti. Vittorio Sereni, collaboratore di Mondadori, giudica positivamente la raccolta poetica L’Usignolo della Chiesa Cattolica, ma della pubblicazione non se ne parla. Siamo nel 1950. Quattro anni dopo, Pasolini entra in trattativa con Mondadori per la pubblicare Ragazzi di vita e Le ceneri di Gramsci, ma nella trattativa si inserisce Garzanti il quale punterà molto su Pasolini. L’autore è però costretto a tagliare oscenità dal successivo Una vita violenta e per via del romanzo precedente subirà un processo insieme all’editore. Saranno assolti, ma Garzanti nel 1959 non se la sente di rischiare ancora con un romanzo che scotta: Lolita di Nabokov.

Ferretti riassume criticamente questi rapporti editoriali. «Si può concludere che fin dall’inizio Pasolini, con il suo mito popolare antiborghese e anti-istituzionale, con il suo violento pastiche dialettale e gergale, e con un discorso tutto calato dentro una bruciante realtà italiana, non è un autore Mondadori, e trova invece alla fine del catalogo garzantiano una funzionale collocazione, nonostante il pedaggio dell’autocensura. Pasolini entrerà nel catalogo mondadoriano oltre vent’anni dopo la sua morte, ma ricomposto per così dire nella marmorea sede filologico-istituzionale dei Meridiani»[7].





Luigi Malerba: il suo primo libro venne rifiutato da Bassani, Calvino e Bertolucci


Oltre ai nomi eccellenti della letteratura sia tra i rifiutati che tra i rifiutanti, ci sono molte vicende di autori destinati (e programmati) al grande successo. Tra questi intellettuali e romanzieri.

Ferruccio Parazzoli (classe 1935) sottopone il suo romanzo I giorni dell’ira a Vittorini nel 1959 (per i Gettoni, esperienza che ormai stava volgendo al termine) e viene rifiutato. Parazzoli ci lavora un po’ su, cambia il titolo e lo manda a Mondadori, ma Vittorio Sereni e Raffaele Crovi lo bocciano. Bisogna aspettare il 1976 per vedere pubblicato il primo romanzo di Parazzoli O città o Milano dalla casa editrice Coines. Poi pubblicherà con Bompiani, Rusconi, Mondadori, Rizzoli, Paoline, il Saggiatore, …

La scoperta dell’alfabeto, primo romanzo di Luigi Malerba, viene rifiutato da Giorgio Bassani per Feltrinelli, da Niccolò Gallo per Mondadori, da Italo Calvino (per Einaudi) e da Attilio Bertolucci (per la rivista “Palatina”). Un po’ più attento fu Ennio Flaiano, che lo propose a Valentino Bompiani e quindi ai lettori.

                                         

 

Arriveremo a vedere le opere di Stalin pubblicate da Rizzoli, e Sant’Alfonso de’ Liguori uscire da Feltrinelli, purché paia che Stalin e Alfonso “andranno”, si venderanno[8].

 

Il cinquantennio a noi più vicino ha ospitato notevoli e progressive mutazioni nell’attività editoriale. Sono cambiati i libri sia nella forma (diventano tascabili) che nei contenuti (ovviamente seguono i tempi). Ma sono cambiate anche le librerie (le Feltrinelli degli anni ’60 e via via fino alle catene e al franchising, senza considerare Amazon, almeno per questa volta) e sono morte case editrici, altre sono nate, ma perlopiù si sono “concentrate” (i marchi restano, ma i proprietari sono i grandi gruppi editoriali). Da più parti si rivendica una maggiore attenzione all’aspetto culturale e non solo commerciale del prodotto-libro e una maggiore propensione alla sperimentazione, che in campo editoriale potrebbe stare a significare una propensione al rischio investendo sul nuovo, su progetti nei quali si crede e non sempre nella “solita storia”.

D’ogni modo, anche questa editoria – la vogliamo definire limitatamente marketing oriented? – è stata poco attenta[9] (secondo un approccio basato sui rifiuti).

Uno come Andrea Camilleri, che certo non era sconosciuto (già aveva lavorato per il teatro, la televisione, la radio, scritto su riviste, …) riceve una decina di rifiuti dal 1967 in poi per il suo primo romanzo Il corso delle cose. Eppure lo scrittore siciliano aveva una certa amicizia con Niccolò Gallo in Mondadori e infatti tutto sembrava programmato per una futura pubblicazione. Ma non se ne fece nulla perché Gallo venne a mancare nel settembre del 1971. Camilleri partecipò allora a un premio letterario e riuscì a strappare una promessa di pubblicazione presso una casa editrice di Taranto. Ma sarà solo una promessa. Provò allora con Marsilio, ma nulla. Niente da fare anche con Bompiani, Garzanti, Feltrinelli. Giuliano Manacorda degli Editori Riuniti gli assicurò la pubblicazione, ma venne poi sostituito dallo stesso Gian Carlo Ferretti il quale non giudicò positivamente il romanzo. Dante Troisi, amico di Camilleri, lo propose come soggetto cinematografico, ma non sembrò adatto neanche per questo. Troisi puntò allora alla tv e il piccolo editore Lalli di Poggibonsi, decise di pubblicarlo gratis purché nei titoli di coda dello sceneggiato ci fosse il suo nome. Era il 1978, e nel 1980 Camilleri pubblica con Garzanti e solo nel 1984 pubblicherà il suo primo romanzo con la Sellerio di Palermo (La strage dimenticata) e nel 1994 tirerà fuori dalla manica l’asso vincente: il commissario Montalbano.

Susanna Tamaro, autrice del best seller Va’ dove ti porta il cuore, non ha certo bisogno di presentazioni, ma anche lei è dovuta passare attraverso innumerevoli rifiuti di alcuni suoi inediti (prima del grande successo di Va’ dove ti porta il cuore) nonostante fossero stati sostenuti da Claudio Magris presso Einaudi e Giorgio Voghera presso Adelphi. Luciano Foà disse che Adelphi non pubblicava libri di autori italiani viventi. Gli scritti della Tamaro vengono via via rifiutati da Guanda, Sellerio, Feltrinelli, Mondadori, Longanesi, Theoria e per ragioni contrattuali si perde l’occasione di una pubblicazione con Studio Tesi di Pordenone. Già Einaudi aveva fatto notare che «L’unica cosa ammirabile in lei [Susanna Tamaro] è la caparbietà nel credersi capace di scrivere». La Tamaro non demorde, ma anche Va’ dove ti porta il cuore riceve rifiuti. I tipi di e/o lo rispediscono al mittente per la «bassa qualità», Alessandro Dalai invece si accorge delle sue potenzialità e del valore[10].

Un altro super-rifiutato dei giorni nostri poi destinato al successo è Antonio Pennacchi. Operaio, nel 1987 mette il punto al suo manoscritto. Una storia di lotta politica e sindacale di forte matrice autobiografica, come spesso succede con le opere prime. Pennacchi invia manoscritti e al rifiuto modifica il romanzo, gli cambia il titolo e lo ripropone allo stesso editore. Alla fine il consuntivo non ammette interpretazioni: quello che si chiamerà Mammut è rifiutato per ben 55 volte da 33 editori diversi. Ma il 1994 è la sua annata e insieme alla laurea in Lettere a La Sapienza, Mammut è pubblicato da Donzelli. Successivi romanzi di successo come Il fascio comunista (2003) e Canale Mussolini (2010) escono per Mondadori e il secondo vince anche il premio Strega.

Varrebbe la pena continuare con altre storie, ma per queste c’è il libro di Ferretti. Piuttosto è il caso di fare delle osservazioni e porsi qualche domanda.

 

Nell’introduzione al volume – intitolata Niente di meglio di un rifiuto – Gian Carlo Ferretti è molto preciso nello spiegare gli intenti di questa controstoria (o «storia in negativo dell’editoria libraria» come lui la chiama). Oltre la complessiva originalità dell’approccio, come suggerisce l’autore, è da sottolineare la possibilità di comprendere alcuni aspetti che nella tradizionale storia in positivo  non è scontato cogliere.

Alcune precisazioni di Ferretti sembrano importanti per capire i fondamenti delle scelte e dei rifiuti. «Si possono evidenziare due livelli fondamentali per la capacità di scoprire e avviare un autore a una durata (catalogo), a un futuro squisitamente editoriale, che presuppone naturalmente una qualità per dirla qui in breve. […] I due livelli in sostanza sono: il livello della sperimentazione, scoperta, maieutica, tipico del consulente o direttore di collana o editor […] e il livello delle pratiche, della macchina, dei processi produttivo-promozionali-distributivi, tipico dell’editore imprenditore o insomma dell’editore tout court (e/o dei dirigenti e funzionari editoriali). Va aggiunto che la prefigurazione di una durata e di un pubblico nei casi migliori è ben presente a entrambi i livelli»[11].

Siamo spiacenti non deve essere letto con spirito di rivalsa degli insuccessi nei confronti dei successi, piuttosto è importante comprendere i fenomeni, le scelte, i gusti estetici, i processi decisionali aziendali, gli obblighi (come nel periodo fascista), e tutto ciò che rientra nella strategia editoriale, dell’una e dell’altra casa editrice. E ciò dovrebbe farci riflettere su alcuni concetti base per comprendere la “modernissima editoria” (diciamo dagli anni ’80 in avanti): che non esiste un manoscritto buono in assoluto. Ma più che altro si tratta di titoli che si sono rivelati importanti e di successo in varie circostanze e per diverse ragioni (culturali, sociali, di marketing, …).





Bruno Conte, dalla mostra "Le carte, i libri", Mart di Rovereto, 2013


In tal modo si dovrebbe mettere in guardia dal falso intento e dalle errate letture che si possono sostenere riguardo un lavoro come quello di Ferretti. Una lettura sbrigativa infatti, potrebbe lasciare al lettore solo l’amaro in bocca e innescare, qualora già non affermati, atteggiamenti di diffidenza verso gli editori tradizionali e finire poi negli uffici (quando ci sono) di quelli a pagamento, eterna dannazione degli esordienti (il fatto che molti grandi autori del Novecento siano ricorsi a pubblicazioni a proprie spese sostiene solo la libertà di poterlo fare, libertà che si avrebbe comunque, ma non valorizza in nessun modo il proprio manoscritto: questo è scontato). Altra soluzione prospettata potrebbe essere quella del self publishing, interessante e importantissima realtà editoriale non rivoluzionaria, ma innovativa della quale si è già parlato ampiamente (e non esaustivamente) qualche numero fa[12].

Una lettura più composita dovrebbe invece tener presente non solo del rifiuto e del futuro successo, ma anche delle ragioni dell’uno e dell’altro. E quindi che possono esserci diverse tipologie di rifiuto, difficilmente categorizzabili, alcune delle quali non sembrano affatto dei rifiuti. E forse questo, è il limite di studi di questo tipo. Limite che per essere superato necessiterebbe di un testo molto più ampio (il cui progetto, magari, sarebbe stato rifiutato).

È molto importante, a mio avviso, comprendere le diverse dinamiche che interessano una mancata pubblicazione. Capire quindi se il manoscritto è stato letto o meno e, nel caso, se viene negata la pubblicazione per ragioni legate o no alla qualità dello stesso. Come visto, direttori di collana come Vittorini si trovano a rifiutare la pubblicazione di titoli per la collana I Gettoni: ciò non significa che non possano essere presi in considerazione per altre collane[13].

Bisogna stare attenti inoltre ai casi in cui la mancata pubblicazione è dovuta a incomprensioni e disaccordi di natura contrattuale più che letteraria. Si tratta di rifiuti?

Oppure casi in cui un autore in carriera decide di passare a un altro editore, perché convinto da qualcuno in grado di cogliere la scontentezza di un autore. E magari questo qualcuno è un altro autore, un direttore di collana, un amico dell’editore, … E magari succede che con un editore si “funziona” meglio che con un altro. Un po’ come succede con i calciatori che con una squadra, in un campionato, sembrano imbambolati, poi cambiano maglia e vivono la loro gloria: perché cambia la squadra, l’allenatore, il tipo di gioco, la società, le condizioni, … Possono essere considerati dei rifiuti? Sembrerebbero piuttosto delle sottrazioni o processi che rientrano nelle comuni trattative.

Ci sono poi i casi in cui un manoscritto viene pubblicato, ma nel tempo l’editore smette di credere nelle successive proposte di quell’autore. Al quale non resta che trovare altre opportunità di pubblicazione.

Studi di questo tipo, dovrebbero inoltre stimolare alcune riflessioni sull’identità stessa del ruolo dello scrittore. Quando un editore scarica o rifiuta un autore e i suoi manoscritti, questo può continuare a definirsi uno scrittore pur solo nella speranza di qualche futura pubblicazione? Chi si autopubblica è uno scrittore? E chi si fa pubblicare a proprie spese? Le domande potrebbero continuare ancora.

Torniamo allora alla storia di Giuseppe Cerone, il rifiutato per eccellenza, quello che è riuscito a farsi pubblicare solo la storia della sua ostinazione. Nel suo libro Lo scrittore tira un bilancio della sua attività: 300 lettere scritte, 30 risposte ricevute, 5 recensioni, 4 citazioni, una decina di telefonate importanti (dice lui) e 7 tra articoli e interventi. Chiude il bilancio una domanda: «posso considerarmi uno scrittore?».

Una domanda che oggi – nell’epoca della vanity press, del self publishing, dei post, dei tweet, dei commenti, dei blog, dei concorsi letterari d’ogni genere, in ogni paese e fatti su misura per ognuno – sembra necessaria.

 

 

 

 



[2] Cesare Zavattini (?); cit. in Gian Carlo Ferretti, Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti, Milano, Bruno Mondadori, 2012, p. 72.

[3] Alberto Cadioli, Letterati editori. L’industria culturale come progetto, Milano, Net, 2003 (9,50 €).

[4]  Evidente che la distinzione spicciola è mia. Ad ogni modo per approfondire la vicenda de Il Gattopardo e tra Tomasi di Lampedusa (ed eredi) e Vittorini sono utili Gian Carlo Ferretti, L’editore Vittorini, Torino, Einaudi, 1992 e dello stesso autore La lunga corsa del Gattopardo. Storia di un grande romanzo dal rifiuto a successo, Torino, Aragno, 2008. Curioso per comprendere quanto Tomasi di Lampedusa fosse sconosciuto è ricordare che nel 1958 l’Agenzia letteraria internazionale di Erich Linder, pochi mesi prima della pubblicazione del romanzo, chiedeva a Feltrinelli di riservare un’opzione sui diritti tedeschi a un editore di Colonia, considerando però l’opera come di Giorgio Bassani. L’anno dopo la segreteria dell’agenzia sarà un po’ più precisa: il nome sarà  Tommaso di Lampedusa.

[5] Soldati ricorda e precisa: «Bompiani mi aveva soltanto accennato alle difficoltà politiche nella pubblicazione. Ma io, sdegnato, avevo escluso di modificare anche una sola parola. Così America era uscito da Bemporad, e subito dopo la guerra verrà pubblicato da Einaudi, poi da Garzanti e infine da Mondadori. Bompiani non se ne è mai dimenticato, infatti mi vuole molto bene e infatti mi chiede continuamente perdono per quel lontano rifiuto». Davide Lajolo, Conversazione in una stanza chiusa con Mario Soldati, Milano, Frassinelli, 1983; cit. in Mario Soldati, America primo amore, Palermo, Sellerio, 2003, p. 301.

[6] Cit. in Gian Carlo Ferretti, Siamo spiacenti, op. cit., p. 33. Dall’articolo Croce, Laterza e “L’Italia ebete” di Nello Ajello, apparso su La Repubblica del 12 Gennaio 2010.

[7] Ibidem p. 62-63. Corsivo dell’autore.

[8] Luciano Biancardi in una lettera alla rivista Belfagor, 24 luglio 1962. Cit. in Gian Carlo Ferretti, Siamo spiacenti, op. cit., p. 122.

[9] Si può scegliere cosa significhi limitatamente. Se si riferisca ai limiti di una editoria eccessivamente marketing oriented, per quanto l’impresa editoriale non sia mai solamente marketing oriented, oppure al fatto che non lo sia abbastanza ovvero che non riesca a intercettare realmente le esigenze del mercato, lasciando fuori (per via di costi di produzione elevati ad esempio) molte pubblicazioni che potrebbero trovare un riscontro. E in questo i libri elettronici e l’e-commerce librario potrebbero venire in aiuto.

[10] Oltre al riferimento al testo di Ferretti in esame (p. 140) si rimanda all’intervista allo stesso Alessandro Dalai, dove si può capire come ci sia un rapporto non semplice tra l’autrice  e il suo “primo editore” http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_news.asp?tipoord=news&id_contenuto=3725834

[11] Gian Carlo Ferretti, Siamo spiacenti, op. cit., p. 5.

[13] Si parla spesso di collana: un contenitore che ha avuto molta fortuna (quando la ha avuta) nell’editoria italiana contemporanea e tra gli argomenti più importanti nelle storie dell’editoria italiana. Avrà ancora senso in quella digitale? O possiamo immaginare le collane sostituite da una diversa progettualità editoriale?

 




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