LUOGO COMUNE
RISPOSTA A MARCELLO MARCIANI
Se non si è più abituati alla critica


      
Controreplica alla lettera inviata dal poeta abruzzese e pubblicata a marzo in cui si contestava la recensione relativa ai libri “La corona dei mesi” e “Rasulanne”. Qui si rileva la generale insofferenza oggidiana degli autori verso i giudizi negativi e si ribadisce che la poesia è conoscenza e linguaggio e, dunque, si può essere scrittori validi in dialetto e non esserlo, invece, in lingua italiana.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

Sarebbe un profondo controsenso se un critico non accettasse le critiche e non fosse abituato alla bolgia delle affermazioni dell’io iper-internettiano e narcisistico che si sta manifestando in maniera sempre più paradossale. Ringrazio, quindi, Marcello Marciani della sua lettera indirizzata al direttore responsabile della rivista Reti di Dedalus: lettera che parla di me e che mette in guardia nel finale, non so con quali propositi (?), finanche Marco Palladini a diffidare per il futuro dei miei giudizi critici. Nella lettera scritta da Marcello Marciani (http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/marzo/LUOGO_COMUNE/ 4_polemiche.htm), dal contenuto molto risentito (avrò forse colpito nel segno?), traspare che sarei, anzi sono, un critico letterario dilettante. Accetto la provocazione e anche la sfida (altrimenti che si vive a fare!), così come posso aggiungere che sono ignorante, molto direi!, e del tutto privo di spessore dialettico. Se il dilettantismo definisce una mediocrità di giudizio, altrettanto credo nel dilettantismo come ragione per diffidare dai dilettanti comuni. Quello che Marciani scrive di me è frutto del suo attento pensiero che rispetto.

Quello che la lettera solleva, mi par di capire ormai con sicura e comprovata certezza, è un problema abbastanza inquietante, rispetto al mio “esilarante temperamento tellurico”, che consiste nel fatto, comprovato non solo dal sottoscritto, che non si può più “criticare” nessuno e fare critica con libertà (vedi caso Carofiglio-Ostuni[1]), perché c’è una generazione di scrittori, che nulla ha a che fare con l’elenco stilato dal caro Marciani, che non accetta nessun giudizio critico che non sia corrispondente a un’aspettativa, questa sì, davvero pregiudiziale, di positività. Nonostante non abbia dato né dello “scribacchino” e né del “mestierante” a Marcello Marciani, e mai l’avrei fatto!, il Nostro amico-poeta, che altrove avrà, spero per lui che sia così, ricevuto ben alt(r)e critiche, esprime sulla mia persona un giudizio alquanto discutibile. Il tema vero non è tanto quello che io ho scritto di Marciani e quello che egli ha scritto di me (anzi desideravo, con giusta causa, varcare una frontiera che Marciani ha varcato insieme a me, così entrambi abbiano raggiunto lo scopo nobile di andare a fondo nella letteratura), ma il tema più evidente è dato da una specifica generazione di “scrittori” che lamenta come offesa e reprimenda ciò che concerne comunque l’attività critica. Appare evidente che lo scrittore che vive in questo sciagurato tempo storico, afflitto dal prepotere della finanza, è chiuso in un’ampolla sacra in cui si artefà e guai se qualcuno gliela rompe.

Il punto culturale è che non si è più abituati alla critica. La critica è unidirezionale: finché la fai va bene, se la ricevi scatta la querelomania. Non è questo il caso, ma qual è il caso? Che io debba rispondere sul serio a Marcello Marciani? Ci mancherebbe che non gli rispondessi allineandomi ad una bella vis polemica, nonostante la mia “supponenza e ignoranza”, crassa, aggiungerei la prossima volta, perché di certo non sono un “gladiatore della critica” che ha detto ai suoi di “scatenare l’inferno” su Marciani. Ho semplicemente detto, e magari la formula dialettica non è stata sicuramente gradita, che ho delle difficoltà come critico a ritenere Marcello Marciani un valido poeta in lingua. Provi, Marciani, a contattare Alfonso Berardinelli per un giudizio “diverso” e avrà, forse, la possibilità di chiarirsi le idee. Ripeto, per essere più preciso, che i versi in lingua di Marciani non mi piacciono. Il mio concetto di piacere non è di un “poverello che ha la formazione liceale” e che avanza per reminiscenze, ‒ e la formula accusatoria di Marciani mi fa sorridere perché si sente che proviene dalla provincia dove tutto si amplifica, dove anche un venticello diventa un uragano ‒ e dunque a tale formula egli mi fa con forza corrispondere («è inutile puntualizzare tutto ciò all'ex ragazzo Domenico, troppo scioccato ancora dalla lettura mefitica del misconosciuto demonizzato mio collega Orazio [Mastrosanti nda] per accorgersi di simili deviate bizzarrie e concedermi competenze di poeta»). Il mio è un piacere che si basa sulla divaricazione profonda che c’è tra studio e interesse. Prima si studia e poi si può dire cosa ci piace. Ho studiato molti poeti contemporanei e sono felice di aver letto anche Marcello Marciani: Marciani insieme a Lunetta, a De Luca, a Pietrangeli, a Davidovics, a Longo, a Riviello (sia Vito che Lidia), a Ruffini, a Carabba, a Ponso, a Chiesa, a Saviano (Elena), a Colusso (non dico Palladini altrimenti il Nostro chissà cosa può pensare!) e tanti altri di cui ho apprezzato il linguaggio. Perché la poesia è linguaggio. Marciani se pensa che la poesia si fondi su un “linguaggio decorativo” è liberissimo di farlo, ma se affermo che la poesia è linguaggio è perché esso ha valore di soluzione. Il testo deve trovare un suo spazio di affermazione. La poesia va cercata come un tartufo in un campo. Ci vuole fiuto, occorre naso. Sono costretto a rivelare, senza qualche umano rammarico e disumano sorriso, nonostante possa dire oppure non dire un fondamento gnoseologico, che non si è mai paghi di ciò che si può scrivere di un’opera letteraria, e il nostro Marciani, purtroppo, lo conferma.





Marcello Mantegazza, Fragile Friends, foto-installazione, 2011


Lo conferma dimostrando di non aver gradito, a suo svantaggio meritorio, perché non ho certo negato un suo estro poetico che riguarda la produzione in vernacolo, nemmeno il giudizio sull’opera in dialetto abruzzese dal titolo Rasulanne (molto ben fatta e linguisticamente notevole, e qui lo confermo), creando una ulteriore stortura semiotica che torna nuovamente a chiamare in causa il patrimonio di studi che si possiede. Scrive Marciani con senso di preterizione, dicendo tra i denti “grazie” ma negando pure quello stesso grazie: «Ringrazio il recensore per l’analisi in gran parte elogiativa di questo secondo libro, o sarà bene obiettargli che cambiando la lingua non si fanno miracoli? […] se non si “scorge nessuna causa meritoria” per definirmi poeta, come decreta l’arcicritico, allora rimango comunque un nonpoeta, in italiano e in lancianese, in inglese e in giargianese o in altra lengua idioma idioletto e gergo dell’universo-mondo.»

Senta, Marciani, non mi ringrazi, non perda il suo tempo con un ragazzo-critico-militante dalla formazione adolescenziale! Si convinca soltanto che il critico è un tecnico che approfitta del lavoro altrui, e che tanto più quest’ultimo è valido, tanto più lo sarà quello del critico. Il Nostro scrittore aggiunge: «Non sarà forse sdoppiato contorto e anfibio proprio il Donatone?». Dirò soltanto, in maniera schietta e a scanso di equivoci, in tutta risposta ai desiderata di Marciani, pur apprezzando molto il suo sforzo di fare “il critico del critico al critico”, che non è affatto vero che un poeta che riesce in lingua riesca anche in vernacolo e viceversa. Per dire questo bisogna essere attenti, aver sbattuto la testa sui dialetti, e non fare il poeta stravagante, bisogna essersi chinati sui testi fino a farsi abbassare la vista di due diottrie a notte (ecco la formazione del poverello che torna!). Il tema della possibile dualità del poeta, che sia egli entrambi dialettale e in lingua, è molto stimolante sul piano esegetico ma di scarsa entelechia. Ho letto tantissimi dialettali che appena hanno messo la penna sul foglio per scrivere in lingua non si sono avvicinati neanche lontanamente a ciò che hanno scritto di bello e nobile in vernacolo. Casi si possono citare, ma di certo non faccio il citazionista spensierato, e sono Giuseppe Gioachino Belli e Achille Serrao, nomi noti ma spesso ignoti a chi scrive in dialetto (e non mi sto riferendo a Lei, caro Marciani), oppure Ermanno Catalano e Giovanni Cerri. Di quest’ultimo conosco anche gli inediti in lingua che sono “favolette” rispetto ai versi in dialetto. Vede, quando Lei scrive che cambiando la lingua non si fanno miracoli, si fa un torto, ammette che per Lei la poesia non è conoscenza, mi rassicura che non sa cosa significa “lingua” in letteratura, perché ogni poeta ha il suo linguaggio che trova scavando e andando a fondo. Lei, bontà sua se lo crede, è sicuro di essere sia poeta in lingua che poeta dialettale. Io, se posso per l’ultima volta permettermi dal basso dei miei fondamenti, credo il contrario. Credo che Lei sia un valido poeta dialettale, ma la sua produzione in lingua, del testo La corona dei mesi, si affanna in una ricerca semantica che non trova sistemazione felice nel verso: martelliano alessandrino o a doppio senario o settenario che sia. Certo che c’è qualche buon verso anche lì, ma non prevale sul flusso continuo ipermetrico dell’intera opera. Montale (che Lei pure cita nella lettera) avrebbe usato la formula “poeti laureati” per dire quanto la poesia abbia un linguaggio che le è avverso se non è il suo linguaggio. Un linguaggio è tale non perché è pura parola, ma perché quelle parole diventano misura di qualcosa. Raffaele La Capria a tal proposito asserisce che bisogna avere lo stile dell’anatra, essere leggero, la fatica non farla trasparire come Lei ben fa quando scrive in dialetto lancianese. Lingua significa, dunque, patrimonio, immersione dentro il linguaggio come sistema (Ferdinand de Saussure), ma significa anzitutto conoscenza, perché se c’è una cosa che non s’improvvisa è proprio il dialetto e in generale la poesia. Et voilà, c’est la difference!

Per quanto riguarda “darLe del farmacista”, suvvia!, non penserà sul serio che ce l’abbia con Lei per questo? Ho messo in evidenza un dato che è notorio, risaputo, e la sua biografia me l’ha suggerito con quel tenero e quasi infantile accostamento “farmacia-poesia”, e cioè che gli scrittori attuali, gli scrittori del postmoderno e del catamoderno, non quelli che cita Lei scomodandoli da un riposo mai pago (Tobino, Bulgakov, Čechov, Celine, Schnitzler, Eliot e Joyce), ognuno con la propria occupazione e appartenuti a un tempo storico così diverso dall’attuale, subiscono a loro insaputa il fascino del passato senza sapersi confrontare sul serio col presente. Della intangibilità degli scrittori contemporanei sono ancora più convinto, e questo grazie a Lei.

Saluti vivissimi dal burrone in cui vorrebbe vedermi precipitato e dal mezzo del fiume che guado, da sempre, anche come generazione perduta, grazie all’aiuto dei suoi utilissimi anfibioni.

Con deferenza.

 

 

 



[1] «Si può dire a Carofiglio “Sei uno scribacchino?”» di B. Lopez 24 set 2012 www.fattoquotidiano.it; «Scribacchini contro scribacchini» di M. Parente, 27/09/2012 da www.ilgiornale.it




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