LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (XII)



      

di Gualberto Alvino

 

 

hai sete, ce n’è ancora un po’ nella brocca, bevi piano, a piccoli sorsi, la pancia borbotta, cos’hai mangiato ieri sera? saranno state le prugne, il sakè, rumori, un fascio di spine, lo stomaco, devi correre in bagno, non ti succede da tanto, tutto sommato è una bella sensazione, il corpo che funziona, esige riguardo, un congegno perfetto, serra le natiche e cammina lentamente, cosce strette, la perdevo nel corridoio e papà si precipitava a pulire in ginocchio guardandomi in tralice, ansimando, smorfiando di dolore per farmi sentire in colpa, la colpa, basava su questo il suo potere, come la Chiesa, e come il sarto, anche lui pulisce quando vomito, non aspetta altro, forse mi costringe a mangiare proprio per questo, non è escluso, non è affatto escluso, ma se lo fa lui ti piace, a mio padre li avrei mozzati maciullati ficcati in gola, passando apri la porta dello studio e alza le serrande, trascina il cavalletto sulla soglia, così puoi vedere l’ultimo quadro stando seduta e fumando, la suprema delle delizie, che di più dolce per cominciare la giornata? allentare la morsa del tempo, la massa di tempo che preme sul

 

attenta, allontana la testa, la fiamma potrebb’essersi alzata, zippo traditore, impossibile governarlo, può bruciare le ciglia, portar via mezza faccia, ci pensi ogni volta, ci penserai sempre, come al cancro al prete alla bara mentre il fumo t’asciuga il palato, certi pensieri son duri a morire, faccio di tutto per ignorarli ma ci sei dentro fino agli occhi, ci sguazzi, una broda, sono loro a pensare noi, non aspirare la prima boccata, troppo forte, comincerei a tossire, e dalla tosse al vomito il passo è breve, benché vomitare ti dia un senso di pace, no, riscatto la parola giusta, facile, basta tenersi la fronte, è pulire che mi uccide, schizzi ovunque, tavoletta piastrelle portacarta pavimento, possibile che tutta questa porcheria provenga da

 

ti vanti di saper scrivere, concisione esattezza efficacia, ma non saresti capace di spiegare come, dovrai fissare il coperchio del water, ogni volta rischi di cadere, quella chiavarda va sostituita, non serrata, la vite è spanata, una macchia sulle mutande, stanno per arrivarmi, dopo tanto, sarà perché ho smesso la pillola? il giallo è troppo acceso, bisogna mischiarlo col rosso, una puntina di nero, la sfera in basso somiglia a un occhio, nulla di male, ma devo sfumare i contorni, spezzare la linea, eliminare quel tanto di voluto, didascalico, unitario, terribile quando i conti tornano, bisogna depistare ingannare scansare gli effetti impressivi, non curarti di chi guarda, è lui a dover salire, non tu a scendere, la forma è tutto, ora capisco perché mi incantavo ascoltandoti, anche quando dicevi sciocchezze, perché il racconto di una cosa è più importante della cosa, la pillola, farai bene a riprenderla, o evitare i rapporti occasionali, non riesci a dire di no, a nessuno, perfino a teatro, nei bagni pubblici, nei parcheggi dei supermercati, sulla metro, come se il corpo si staccasse da, fosse per me non lo farei, mai, questione d’estetica, niente è più orrendo di un corpo in foia che si dimena, e guai ridere, uno lo tirò fuori nel carnaio, profittò di una galleria per prendermi la mano e guidarla sotto il paltò, alto, forte, avvezzo al comando, sfregi sugli zigomi, sapeva di tabacco, polvere da sparo, intravidi una fondina e lo lasciai fare, t’accarezzava l’inguine col medio mentre tiravi, al culmine l’infilò dentro fino alla fede, ti schiacciò l’utero, feci ahi ma invece di allontanarmi spingevo, spruzzò il polso di una madama in ghingheri dopo aver tentato di spostarmi lo slip, poi mutò di colpo espressione, nemmeno si fosse lavato la faccia con l’acido, niente gratitudine, nessun riguardo, scese con un balzo da ragazzo, sgusciò fra i portici nel frastuono della banda, credono sia lì per loro, avanti, accomodatevi, un figlio in questo momento, e di chi poi? di un assassino, di uno che passa la vita nei sotterranei come un topo, a infruscare il prossimo, a farsi infruscare, a marcire sulle brande braccia penzoloni nel vocio torbido incessante del

 

basta, àlzati, centra la chiavarda e chiudi il coperchio, sederti qui una volta al giorno è troppo per quel che mangi, chi dice che la pittura deve indicare qualcosa? rinunciare all’universale, sottrarla alla deissi, significare senza rappresentare, restituire dignità al particolare autarchico, sedizioso, un quadro dovrebbe racchiudere dieci cento opere infiniti discorsi schegge a miriadi, diffida della logica, guàrdati dall’ordine, balocchi per beoti, il prossimo colori puri, tassativo, strappa la carta, piegala, troppo sottile, se si rompe mi, cambiare marca, poggia la mano al bordo del bidè, inforcalo ruotando velocemente sul tallone, anzi, doccia, sì, sarai fuori tutto il giorno e quando sei indisposta puzzi di carogna, te ne accorgi se ti muovi di scatto, folate di carcame, basta questo a provare l’inesistenza di Dio, perché proprio di carogna e non di menta, stramonio, finocchio, ciclamino, terra bagnata, di niente? vergógnati, ne avevi di scelte, non usi il tuo potere per un puntiglio, il gioco è crederti a scatola chiusa, promossi, respinti, asserragliato in quel fortilizio da cui

 

troppo fredda, bollente, perfetta, non bagnarti la testa, l’acqua mi toglie il respiro, la sento solida, un muro, li laverai domani, nella vasca, avrò tutto il tempo, versa la schiuma sulla spugna, insapónati, ci vorrebbe il sarto per arrivare al centro della schiena, devi fare da sola, spingi il braccio destro con la sinistra, il sinistro con la destra, ora passa l’indice fra le dita dei piedi, un callo, perciò ti brucia l’alluce quando freni, quando scendo le scale, credevi fosse la scarpa, l’ho pure messa in forma, riempita di carta, ammorbidita con l’alcol, fatica persa, il maestro li teneva, fanno compagnia, ci parlo, quella sera me li fece succhiare, che sapore, tra fuliggine e aceto balsamico, massaggia le ascelle, stropìcciati la pancia, i glutei, l’interno delle cosce, attenta alle orecchie, tutte quelle pieghe, certe macchie, il corpo cresce, spuntano nèi, a foggia di stella, margherita, peli, e la faccia s’allarga, così ami i tuoi figli? perché buttarli in braccio al tempo, allo sfacelo? non ho scelto io di nascere in questa cloaca, un dio che non parla, non risponde, il peggiore dei tiranni sarebbe meno spietato, vuoi che creda in te? allora appari, qui, ora, e mi vedrai strisciare, spellarmi le ginocchia, stramazzare, non sogno altro, pretendi fede e non fai niente per meritarla, potevi farci di ferro, invece basta un’unghia a lacerare la pelle, un urto e la testa si spacca, ossa più gracili di stecchi, un microbo a farci esplodere, asserviti all’aria all’acqua al cibo alla gravità, e dire che ne avevi di scelte, è amore questo? apri il rubinetto, lascia scorrere finché la schiuma sparisce, aiutala con le mani, ecco, ci risiamo, ne hai messa troppa, la dissipazione, l’eccesso, chi ha detto che si può vivere con gli avanzi dei passeri? forse io, devo averlo scritto da qualche parte, no, troppo superiore alle tue forze, di quelli come te si deve perdere anche lo stampo, tutto un imbroglio, un





Camilla Migliori, Ali tra i rovi, 2013


annusa l’accappatoio, dovrei lavarlo, quanto sarà? due mesi? tre? mamma lo annota sulla lavagna, segna tutto su quella lavagna, e non cancella mai niente, lo farò anch’io d’ora in poi, ogni famiglia ha un odore, ogni casa, la mia di plastica arsa, bocche impastate, sonno e rosmarino andato a male, da piccola ti lavavi continuamente, tornavi solo per lavarti, non sopportavo gli odori, mi spogliavo nuda, mettevo la testa sott’acqua e provavo a respirare, perché non dovrei farcela? una volta ho perso i sensi, visto la luce di cui parlano tutti, un cerchio di luce in fondo a un tunnel di pietra lavica, una voce flebile ti chiamava, non so chi mi spingeva, il tunnel, la luce, ma niente coma, solo svenuta, qualcuno mi tirò fuori, polpastrelli di burro, si rimpinzava d’aria e mi soffiava in bocca, gran pugni in petto, un dottore perdio, me ne stavo a guardare, non sentirmi, non sentire, è questa la soluzione, la disfatta, aspettavo di chiudere i conti, aspettavo solo di chiudere i conti di tutta la

 

asciuga con l’orlo le piante dei piedi, l’umidità le macera, potresti scivolare, è successo, mesi sulla sedia a rotelle e anni a chiederti come ho potuto? io che camminavo a occhi chiusi sulla ringhiera della scuola, che attraversavo la strada sfiorando le ruote con le scarpe, un millimetro, non è da tutti, c’è chi resta paralizzato e si muove proprio quando non dovrebbe, zac, la velocità non è umana, metti le pantofole, pèttinati, vedi? ne perdi troppi, e non è tempo di castagne, che c’entreranno le castagne coi capelli che cadono? cuscino pieno, diventassi calva, una liberazione, légateli, si vedrà l’untume? mascheralo con una noce di cera, quelle palline fanno schifo, simili a grani di forfora, pare d’averle sotto la lingua

 

pigia il tampone, altri in borsa, potrebbero servirmi, corri in camera, ma prima senti se il gambo ha pescato qualcosa stanotte in bisca, se il sarto, o il suo amico peloso, che farà il vecchio? le gemelle staranno chiudendo la porta di casa ripassando le lezioni a voce alta, forse la figlia del giornalaio ha, bisogna andare dalla maestra, quella bambina m’è entrata nel cervello, io da piccola, identica, passività e fierezza, devi farlo, pensiero e azione, pensiero e azione, posso vederla, parlarle? non dirà di no, se ha trovato una casa e l’uomo della sua vita lo deve a te, ma non è detto, potrebbe rifiutarsi, cacciarmi in malomodo davanti a tutti, un uomo che la spoglia e lei non alza nemmeno le braccia, le lucida gli stivali due volte al giorno, due, lava federe lenzuola asciugatoi, stende così bene che non deve stirare, caccia fuori la lingua e lui gliela succhia strizzandole i capezzoli, la sbatte per ore senza mai venire, sul tavolo, sulla ghiacciaia, con me era diverso, qualche secondo e s’accasciava, studiava dalla mattina alla sera, tricologia balistica meccanica fine, libri che non avresti usato nemmeno come zeppe, le taglia le unghie dei piedi ruotando la forbicina con destrezza da orafo, le raccoglie con la pinza e le chiude nella teca, non legge più, tranne i necrologi, qualche ricetta di cucina per farle meglio da schiavo

 

apri il canterano, prendi calze pantaloni maglietta, i primi sbrendoli che càpitano, non il reggiseno, stringe, e poi non c’è niente da reggere, niente di cui fare ostensione, quando lavori vuoi sentirti libera, fa’ in fretta, tra meno di mezz’ora devo essere là, dopotutto potrei tardare, rinunciare, restare qui, tosare la siepe, riverniciare i soffitti, compilare i taccuini, lavorare di binocolo, c’è tutto un mondo da, fiumi di sangue fresco di cui nutrirti, chi te lo vieta? ma hai bisogno di soldi, non bastano mai, monsignore non è un pozzo senza fine, ha il doppio dei miei anni, gote incavate, denti guasti, prima o poi fingerà di non riconoscerti e tirerà i cordoni della borsa, tre quarti della vita a pensare ai soldi e il resto a pentirsene, il cerchio si, fango, fumo, l’orrore, l’insormontabile muraglia del

 

dov’è il cellulare? torna in salotto e fàllo squillare con quello di casa, il solo modo di trovarlo, a che serve poi? non ti chiama più nessuno, nemmeno il sarto, lo presi per lui, che allegria quei trilli, mettevi al massimo il volume per sentirteli addosso, aghi nella pancia, dev’essere nell’ingresso, vàllo a prendere, terzo scaffale, come c’è finito? incrostato di sudicio acari briciole, li fanno in modo che non si possano pulire, che c’è sotto? quale complotto? neppure la tastiera del computer riesco mai a pulire, lente forcine cacciavite, come faranno gli altri? bloccalo, pressione lunga su 8 più invio, aggancia il mazzo delle chiavi alla cinta, non è la prima volta che resti fuori, e un’intera giornata a rimuginare sul tuo dannato, irreversibile, sul tuo immedicabile

 

devi mangiare o non ti reggerai in piedi, via quella smorfia dal viso, sempre d’umore intrattabile, perché non passi qualcosa sulle labbra? viola, enfiate, uno spicchio di mela, due chicchi d’uva, dimagrire è un suono, si può sentire, un rodio costante, come di lepre, caparbio, di lima che sgretoli, il diapason della contrazione, pianissimo inesorabile del prosciugamento, devi imparare a esserci di meno, apri il frigorifero, tira fuori il cassetto senza toccare il manico, è incrinato, una mela verde, bene, il colore è così osceno che sembra irreale, non pensi alla polpa, non ci penso affatto, lo dipingerei, un morso, uno solo, andrà sùbito giù, dicono che la sostanza stia nella buccia, fandonie, come la maggior parte delle cose che scrivono, anche la cosa della luce è una balla, il tunnel, e tutti a crederci, i sogni non son forse pieni di luci? ci vuole tanto a capire che è il cervello a fare così? l’elettricità, ecco cosa, un pezzo di carne sconcia e sbrindellata piena di fili collegati a casaccio, perfezione? se un dio c’è è un sadico o un incapace, svolazzano nell’universo e ignorano il cervello, cattedre feluche prebende e non sanno niente, bocca e portafoglio, solo bocca e portafoglio

 

finalmente il vecchio dice qualcosa, i tuoi granai rigurgiteranno, mormora per non irritare le figlie, traboccheranno i tuoi tini di mosto, per farsi compagnia, anche tu ne avresti bisogno, e dalle nubi stillerà rugiada, vivete a un tiro di fionda e non vi siete mai parlati, le labbra del giusto son cibo per molti, ti piacerebbe passeggiare con lui pomeriggi interi, farlo mettere in posa e ritrarlo, preparargli la cena, gli stolti invece muoiono per mente forsennata, imboccarlo raccontandogli fiabe, la pancia dei malvagi patirà la fame, commentare le sue memorie finché non chiude gli occhi, la loro casa sarà travolta, se ne starebbe quieto in un angolo, è Lui che pesa le menti, s’accontenterebbe di nulla, sbuccia le pere con coltello e forchetta, scaccia il traviato e cesseranno controversie e ignominie, come gli ammiragli, testa alta, tronco eretto, gomiti ai fianchi, le mie labbra parlano oneste, si cambia prima di mettersi a tavola, i miei occhi non saranno mai sazî, i suoi arcaismi mi commuovono, meco seco dacché disvassallarsi giunsimo issofatto chiedei, bacia la mano alle figlie ogni volta che entrano, cerca di smolcirle, cos’ha in mente? rauco, tossisce, vuole alzarsi dal letto, cade, un rumore di fune che si tende, sarà legato, dice qualcosa, non sento, la radio gracchia, duecentomila morti, l’oceano divora le coste, aggrappati ai pali alle palme ai recinti finché la marea li cancella sotto un cielo che non li sente, si chiede perché in quella stanza non fa mai giorno, in conto anche questo, staranno incollando le tartarughe, i lavori di fino vogliono tempo, quando sarà il momento tutti i pesci schizzeranno dal, un tonfo, la corda si spezza, scende dal letto, otto passi a piedi nudi verso la finestra, un cigolio, l’anta dello stipo, cos’è questo rombo?





Gerardo Wuthier, Senza titolo, 1995


chiudi bene, tre mandate, la quarta è difettosa, dovresti richiamare il fabbro e saldargli il conto dell’altra volta, l’avrà dimenticato? che vorrà in cambio? troppo vecchio, pelle a scaglie, come i serpenti, sa di grappa e medicine, da turarsi il naso, ma se volesse lo farei, penserebbe a me fino alla tomba, diventeresti un mito, ne parlerebbe al caffè tutte le sere, già lo sento, s’è inginocchiata, mi divorava, premevo, la tenevo per i capelli, ballavo la salsa, le strizzavo il collo mentre mi spariva in quella spelonca, espugnare le menti, soggiogarle, ghermire i pensieri altrui, rinuncerei a tutto per questo, anche sùbito, magari di schiena per non sentire il tanfo, per non guardarli in faccia, hai sempre dato le spalle agli uomini, non ricordo sguardi, sospiri, solo bava sul collo, aria negli orecchi, li senti fare fare, mi frugano dentro, sgraffiano, mi brancano i fianchi, mi tengono giù, mordono succhiano palpano, neanche il tempo stesse per scadere

 

salta quel gradino, c’è un laghetto giallognolo, puzzeresti tutto il giorno, il gatto del generale, o il generale, chissà, ieri ho visto tre scatole di pannoloni nello stanzino della mansarda, e legge sempre meno, l’incontinenza, succedesse a me impazzirei, bagnarmi d’improvviso, in qualsiasi momento, in ogni luogo, sentirla scolare sulle cosce, impregnare le calze, e non poter far niente, forse mamma è sulla via perché non fa che chiudersi in bagno, è capace d’interrompere tre volte una telefonata di due minuti per correre in infognarsi lì dentro, dice bussano alla porta, vado a spegnere il fuoco, una interferenza, così, senz’apostrofo, mi chiamano dalla strada, mente, non viene alle mostre per questo, sono certa, nelle gallerie il bagno non c’è o è troppo lontano, sta in cantina, scale ripide, anguste, manichini ragnatele, spero sia la paura, assai meglio la paura che quella cosa là, se si ammalasse dovrei cambiarla a occhi bendati, darebbe di testa, morirebbe di vergogna, quella di una bimba, diceva, una volta gliel’ho vista mentre dormiva, chiusa piccola composta, la peluria sembrava appena spuntata, mio padre la guardava incantato tenendoci sopra le mani e ripeteva giglio, il mio giglio, non berrebbe per non farla, non mangerebbe, lei che del cibo ha sempre fatto feticcio, accadrà lo stesso anche a te? Bianca dovrà bendarsi gli occhi? piuttosto un tubo nella marmitta e amen, queste cose càpitano di botto, uno pensa sono così grandi che avranno bisogno di secoli per succedere, no, ti svegli e la senti sgocciolare, bagnare il letto, sarà sangue? mi sarò ferita battendo sulla, ti tocchi e è tutto finito, azzerato, e com’è facile rassegnarsi, pare che la natura abbia programmato ogni dettaglio, è questo che fa pensare a Dio, dicono come può la perfezione non essere il frutto di una mente perfetta? ma potrebbe, perché no? dov’è scritto che la perfezione vale più del caos? e se fosse la nostra testa a vederla così? se scoprissimo che non c’è niente, proprio niente da stupirsi?

 

il selciato è cosparso di petali, i merli hanno distrutto le rose, sei l’unica a pensarci e nessuno a dirti grazie, non ne cogli mai una, le lascio a loro, le mettono nei vasi, agli occhielli, le regalano alle amanti, alle spose, mi spezzo le reni, mi crivello di spine e loro a squadrarmi dall’alto in basso come se gli dovessi qualcosa, destino delle donne sole, oche o puttane, non perder tempo a raccoglierli, lo farai domattina, ti sveglierai di buon’ora e spazzerai bene, smorfiando di dolore, guardandoli di sbieco per farli sentire in colpa, premi il pulsante, quanti l’avranno toccato? armate di germi, li senti ballare sui polpastrelli, da oggi basta dito in bocca, apri il cancello, richiudilo senza sbatterlo o il testone della maga spunterà tra i caprifogli e scoppierà il pandemonio senza che tu possa accennare la minima, arrivano i primi clienti, eccola, puntuale come la morte, spia le vittime tra le persiane, vattene o perderà le staffe, si somigliano, evitano d’incrociare gli sguardi perché si riconoscono, volti composti, qualche tic, le mani in tasca, sotto i vestiti, si vergognano, eppure camminano sull’inghiaiato a capo alto badando a non pestare i petali, rassicurali con un gesto tenero e corri dal vecchio

 

come farai a entrare nel giardino senza che nessuno ti veda? le sorelle sono via da parecchio ma l’ufficio dell’amministratore è pieno di gente, che dovranno fare di tanto importante? attenta, si voltano da questa parte, parlottano, si scambiano cenni, non puoi passarla liscia, una mossa sbagliata e ti sarà addosso tutta la polizia della città, questo vogliono, già, la noia dell’attesa, ammazzerebbero i figli pur d’ammazzare il tempo, tira fuori qualcosa dalla borsa, il portasigarette, un oggetto qualsiasi, purché sembri un plico, suona, fingi di parlare con qualcuno, annuncia una consegna, e intanto vedi se dall’interno è possibile aprire, la serratura non è granché, le vedi armeggiare ogni domenica prima di messa le streghe, ecco, s’è aperto, cammina spedita, infilalo nella buca, ferma, quel ragazzo con la sciarpa al collo apre il cellulare, via di qui, penserò più tardi al da farsi, mai agire con




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