LETTURE
BRUNO CONTE
      

Retro muro

 

Edizioni Empirìa, Roma 2013, pp. 84, € 14.00

    

      


di Massimo Giannotta

 

 

Una casa sogno di un castello, una villa, un palazzo incompiuto, forse tradito, travisato nel tempo. Un giardino con recinti disegnati da ormai trascurate siepi di mortella e di bosso, pallidi ricordi di arte topiaria che disegnano sfocati quadrangoli, dove, in qualche luogo, spunta la coltivazione semiclandestina di rossi pomidoro. Una sala a cupola, dimensioni fuori misura, alti soffitti. Il colle, luogo della misantropia. Il padrone ovvero il castellano, Follino: l’uomo di fatica,  Doda: la governante, il cane Bastiano. Principali personaggi di quella che pare una comunità simbiotica che al suo centro ha la casa. Presenze animate assieme a quelle a prima vista inanimate, sono elementi di una comunità che rassomiglia a un sistema ecologico pervenuto ad un sorprendente climax, in cui esistenze e presenze occupano silenziosamente una propria nicchia, a formare un equilibrio capace di autoregolarsi e di difendersi e in cui si intrecciano vite organiche e inorganiche.

Potrà la scoperta di un segreto turbare questo equilibrio? Un vano segreto della casa come nell’antica dimora dei Canterville contiene forse una tremenda memoria? Oppure, quello che potrebbe essere il sogno di un’artista, ancora più pericoloso nella sua indeterminatezza, forse la vergogna di un tentativo abortito? Tutto questo nella casa, luogo dell’amalgama, dove gli abitanti si sentono sicuri, quasi parte dei muri, delle lesene, dei vecchi oggetti, e dove viene prestata la propria silenziosa esistenza alla solenne vita minerale della dimora, che pallidamente ricorda la cupa casa degli Usher.

Il padrone (o lo schiavo della casa), quello che scrive in prima persona, ne è maggiore esperto e elemento fondamentale di quell’equilibrio sospeso tra l’aulico e il penoso casalingo. Talvolta egli si fa guida svogliata delle visite di estranei, tra cui ragazze, attentamente osservate, soprattutto per scoprire in esse una sorta di segno comune, per archiviarle assieme ai ricordi di tutte le altre ricapitolandole in un unificato segno astratto. Visite del fuori desiderate ma anche sopportate, considerate con sospetto. Palazzo labirintico, dove i momentanei ospiti potrebbero perdersi e diventare parte del patrimonio dei ricordi della casa, o vivere in una sorta di luogo parallelo e anch’essi, o parte di essi, divenirne simbionti. Per i componenti di questa comunità tutta la vita e gli avvenimenti hanno il loro centro qui, e comunque un centro che detta ogni significato, anche per ciò che avviene fuori di esso. Presenza rassicurante che fornisce la chiave di lettura.

Un silenzioso giacimento culturale che serba il ricordo di innumeri vite, passaggi, avvenimenti. Stratificazione, memoria pietrificata, rarefatta, claustrale, monastica.  Per i personaggi che ospita la casa, essa è l’unica dimensione in cui è possibile positivamente di riconoscersi. Scrigno di itinerari familiari la cui storia che ne impregna le mura è quasi dimenticata  e comunque custodita.

Questo sistema, che segue logiche a sé tutte interne, con i suoi percorsi nascosti e segreti, induce il protagonista a muoversi con cautela guardinga fuori di esso. Egli veste i panni dimessi di un pensionato che ha lavorato per anni alle poste. Una figura scialba, che non suscita curiosità pericolose che potrebbero provocare non desiderate intrusioni e turbare equilibri forse fragili, ormai archiviato nell’inventario della casa come uno che non è stato mai giovane. Costui si confessa scrittore di storie senza storia che reputa ‘pur sempre emozionanti’. Come c’è da aspettarsi, egli  rifiuta la scrittura per un pubblico di lettori di massa, in cui legge la criticabile complicità dell’autore con consumatori frettolosi e superficiali o addirittura con semplici compratori di libri che talvolta, forse, non saranno mai aperti alla lettura.

Questa posizione nasconde la preoccupazione di correre il rischio di avventurarsi in tipi di rapporti che potrebbero sconfinare con l’intrusione. Vicinanze sgradite.

Giustamente Marcello Carlino, nella sua nota, mette in evidenza la presenza di un io-occhio, a sottolineare l’azione del guardare, del commisurare, come caratteristica legata allo sguardo del nostro protagonista. Dunque, da un lato un comportamento da archivista che rimugina e precisa un complesso inventario. Ma non tutto è sguardo: oltre alla catalogazione, compaiono anche interventi ed apporti che ci mostrano materialmente come il meccanismo dell’impercettibile procedere, del vivere del sistema, abbia necessità di un accumulo per evolversi, sia pure osservabile in tempi lunghissimi. Apporti, ad esempio, di opere acquisite, come quella frutto di un baratto e posta dall’inquilino all’interno della casa: un’immagine condensatasi in oggetto. L’opera il cui autore è ‘un giovane che sembra vecchio’, immagine speculare del protagonista, viene acquisita scambiandola con una medaglia di piombo il cui originale di bronzo dorato è già custodito nella casa. L’opera, ancora una volta viene definita Una storia senza storia. Essa è descritta come una tavola orizzontale da cui spunta un fascio di aculei che sembrano indicare un addensamento che rassomiglia a una nera forma lunata. Una sorta di domestico Odradek.

Anche le sfocate pitture, le semicancellate riproduzioni fotografiche interpretate come ‘esplose scritture’ sono in qualche modo risucchiate e inglobate nella casa, confermandosi come ad essa intimamente legate  assieme ad altri oggetti logici ‘sconosciuti’, casualmente trovati per strada,.

Nelle sue incursioni all’esterno, l’abitante della casa coltiva di malavoglia anche un’amicizia femminile con tale Evina, notata in un corteo storico in costume e successivamente avvicinata.

Modesta ceramista (in una bottega di ceramiche per turisti) che riproduce terrecotte di più antichi e reputati maestri, che viene infine invitata tra mille esitazioni nella casa-castello con il pretesto di mostrarle un non più esistente tondo di tal ‘Della Rubbia’ ceramista (sic!), alcune delle cui opere vengono da ella riprodotte.

Nella logica della casa il tondo è stato assorbito, metabolizzato ed è passato nella forma di memoria: una traccia a sagoma di ciambella nel muro.

Per il nostro vi sono le visite nella bottega di lei, vi sono i colloqui su un divanetto nel laboratorio, il prestito di libri, anche se Evina pare mantenersi in un circoscritto altrove, in un suo luogo nascosto e segreto. Talvolta evasiva.

La visita di Evina, desiderata ma più volte rimandata, dopo molte esitazioni e differimenti viene accuratamente preparata. Si immagina una visita esterna a particolari architettonicamente ritenuti più interessanti, poi all’interno.

Dopo l’arrivo di Evina, e il suo primo sguardo imbambolato al palazzo, vi è l’entrata dei due dentro la sala grande, dove si percepisce un’atmosfera subito attenta della casa, percepita anche dalla perplessa ospite.

Seduti al tavolo i due parlano, poi si passa alla visita al tondo che non c’è, ma ogni spiegazione sul perché della sua assenza, naturalmente sa di falso. Nella stanza dei libri, poi, neppure si trova il libro promesso, anche se uno, comunque, viene dato in prestito alla donna. La visita procede all’esterno, alla piccola vigna, che produce solo poco vino di modesta qualità per la casa, di cui una bottiglia è preparata per delibare con l’ospite, al suo congedo, per una specie di ‘bicchiere della staffa’. Evina assaggiandolo di malavoglia, sommando le sue perplessità alle sue incomprensioni, lo definisce ‘una purga’ e non finisce neanche di berlo.

Ma quando finalmente è andata via, il suo bicchiere sarà vuotato dal castellano, con un evidente senso di sollievo, mentre la casa torna ai suoi consueti equilibri, allontanate le estranee presenze perturbatrici.

Poi avviene la scoperta del luogo nascosto, celato dietro il fantasma di un vecchio plastico ferroviario, una stanza segreta. Dopo lunghe elucubrazioni, e una laboriosa preparazione, ci si mette al lavoro per portare allo scoperto il suo contenuto. Appare dunque  una grande pietra scolpita in una figura emergente descritta in disegni (riportati nel libro) che vanno precisandone sempre più la fisionomia, per successiva puntigliosa approssimazione. Questa resta pur sempre indifferenziata anche se la fantasia galoppa verso il nome di Michelangelo.

Comunque si tratta di una presenza, forse un falso, eppure di una presenza importante. Vi sono anche altre cose nel camerino riportato alla luce, in particolare un foglio, che sembra interessante con alcuni schizzi a penna, con appunti e schemi, alcuni graffiti, alcuni vecchi oggetti.

La scultura potrebbe valere molto e forse sarebbe bello diventare ricchi, ma perché lottare anche per gli altri facendo diventare pubblico un bene così intimamente privato? Anche gli invadenti studiosi che si mobiliterebbero non sono affatto simpatici.

Quanto rassomiglia alla casa questa pietra, con i suoi ripensamenti, il suo pudore, turbata da un sogno ideale inseguito e certo non raggiunto. Quasi un cuore del cuore.

Chissà se Evina percepisce il cambiamento che ha operato il ritrovamento, notando nel protagonista una nuova autorevolezza che richiederebbe maggior rispetto, maggior considerazione. Non pare.

Lui dice:

Se fossi stato più giovane e molto ricco, ti sarebbe piaciuto vivere con me?

Domanda rischiosa.

Lei dice:

Tu non potresti mai essere ricco e non puoi essere stato giovane.

In fondo è vero. È più facile abbandonare i sogni rivoluzionari. Tagliare i ponti.

Uno dei libri prestati ad Evina, viene scoperto con l’orrenda impronta del fondo di un bicchiere sull’antica copertina. Questo certo, non si può perdonare.

Dunque archiviato il sogno, che fare? Occultare il blocco? Distruggerlo? E il foglio? Murare tutto forse, oppure ricostruirvi l’antica parete. Distruggerlo? In prospettiva ripristinare tutto come prima. Tra cento anni neppure il pentimento per una distruzione ci sarà. Nessuno si pentirà di avere sbagliato. Di questo sogno di cambiamento si cercano di cancellare le tracce.

Vi è, parallelamente, una lunga riflessione sulla opportunità dell’anonimia, una meditazione sull’esterno, sulla città, sulla folla che allinea  squallide facce di patata. Ma si può anche indossare una maschera, una maschera viva e insieme segreta, con cui fingere di essere uno dei tanti. 

Il sistema deve essere conservato, conservato il cuore segreto. Senza parere si deve mantenere il mimetico aspetto insignificante pur assumendo dentro di sé una certa altra importanza.

Anche le formiche sul braccio sono la casa, la scrittura è fatta di formiche.

E se un visitatore curioso, forse un lettore casuale, volesse personalmente indagare, per soddisfare la sua curiosità confrontando la verità delle circostanze con la suggestione descrittiva, si troverebbe di fronte a una normale palazzina, somigliante ad altre case dei dintorni. E probabilmente il protagonista della storia, un uomo grigio, forse con qualche scusa eviterebbe di farlo entrare promettendo un incontro successivo. E se nel giardino, dentro un riquadro di orto avventizio, non potrà fare a meno di notare, emergente dalla terra soffice, una pietra che pare in qualche modo modellata, a somiglianza di certe rocce che sembrano modellate, penserà che essa può fornire solo un suggerimento allusivo.

Il borgo antico ed anche Evina sembrano sfocati, senza carattere come eludessero la loro storia. E quando finalmente si aprirà la porta della casa e il visitatore verrà introdotto nella sala col soffitto ad arcate, percepirà la casa stessa come ordinaria, innocente, senza segreti, simile a tante altre. Come ripiegata su se stessa.

Mentre il padrone mostrerà frettolosamente cose poco interessanti, tanto per sviare il discorso, il visitatore concluderà dentro di sé che nessuna indagine riuscirà a stabilire come stanno le cose, così neanche le domande a proposito del luogo segreto troveranno risposta, ma solo uno sgabuzzino delle scope. E perfino una bolletta lasciata là come con innocente finta disinvoltura, si atteggerà a prova certa che non vi è alcun mistero.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006