LETTURE
VITTORIO FRANCESCHI
      

Tre ballate da cantare ubriachi e altre canzoni

 

Edizioni Pendragon, Bologna 2013, pp. 173,
€ 14,00

    

      


di Alfio Petrini

 

 

Quando mi è stata annunciata la spedizione del libro di Vittorio Franceschi, Tre ballate da cantare ubriachi e altre canzoni, ho pensato che si trattasse di un libro di teatro. Meglio, che il libro raccogliesse  alcuni testi linguistici destinati al teatro. Invece, no. È un libro di poesie che ho letto d’un fiato e che mi spinge a fare a caldo alcune considerazioni.  

L’opera si avvale della sapiente e rigorosa presentazione di Claudio Beghelli, il quale riporta all’inizio una frase di Alfredo Giuliani: “della poesia è bene non parlare”. Parlarne vuol dire spiegarla, descriverla, raccontarla. Vuol dire distruggerla. La poesia parla da sola, non ha bisogno di supporti esplicativi. Le spiegazioni diminuiscono la  carica di energia e di mistero che porta con sé quando è genuina.

 

Franceschi non fa poesie, ma fa poesia. Fa quello che scaturisce dal suo comportamento poetico: una dimensione interna che non può essere annoverata tra il sapere, ma tra il non sapere. E, non essendo un sapere, non può essere né trasmessa né acquisita. Franceschi è un poeta: non perché scrive in versi con il corredo di un’aura poetica, ma perché ha la facoltà di produrre un quid d’impalpabile e d’invisibile che è la poesia. La poesia si accetta per quello che è, si percepisce, e non ha bisogno di giustificazioni contenutistiche. Quindi, accogliendo il suggerimento del prefatore, non dirò una sola parola sul significato delle composizioni raccolte nel libro.

 

In una intervista, l’attore e scrittore bolognese, ha fatto questa affermazione, riportata dallo stesso Beghelli: “la mia scrittura scenica ha cadenze poetiche; e, viceversa, la poesia ha accenti teatrali”. Si può dire infatti che Franceschi sia un grande produttore di energie e di ritmi: elementi fondamentali ai fini dell’arte del fare teatro e dell’arte del fare poesia.

Durante la lettura del libro avevo una sensazione che non riuscivo a definire in alcun modo. Avvertivo la mancanza di qualcosa. Sentivo il bisogno di fare qualcosa. E quando ho prodotto spontaneamente alcuni suoni articolati ho trovato immediatamente la risposta all’istanza percettiva. Manca il corpo, mi sono detto. Ma il poeta lo ha messo in preventivo, di certo, e io l’ho dato in prestito alla sua poesia. Insomma, ho capito che le parole del poeta erano state scritte per il corpo e con il corpo dell’attore, e di rimando per il corpo dell’ignoto lettore-performer. Dunque, se è vero, com’è vero, che il teatro è corpo e che la voce è un fatto materico, è vero che anche la poesia, la poesia dell’autoattore Franceschi, la parola della sua poesia, ha  bisogno di essere detta, di essere pronunciata, meglio di essere incarnata per diventare linguaggio a matrice fisica.

 

La sua straordinaria capacità d’inventore di ritmi e di energie  mi è apparsa in chiara e motivata evidenza soprattutto nella terza ballata (Apocalisse), dove ho avuto come preziosa consigliera un’altra sensazione. Mi sono sentito investito  e invaso da una massa di materiale incandescente che si gonfiava, ribolliva e rumoreggia come la piena di un torrente, alimentata dalla reiterazione ossessiva del verbo fuggire che reggeva l’intera architettura linguistica. Ed ha perfettamente ragione Beghelli quando dice che nella dimensione caotica dell’apocalisse si ha l’impressione di sentire, a volte, la voce  di Lear che grida nella tempesta degli elementi naturali che si sono scatenati.

 

Ricordo conclusivamente il titolo dell’opera come perfetta sintesi del mio ragionamento: Tre canzoni (Il milite ignoto,  Capitano e Apocalisse) da cantare (un’azione fisica a cui partecipa tutto il corpo) ubriachi  (in stato di ebbrezza dionisiaca).  Il che indica un fare poetico originale e moderno, posto a fondamento di un libro che intreccia la parte sensibile con la parte razionale del processo di comunicazione, dove pongono una questione di rilevante importanza la necessità e l’urgenza del “mestiere” del poeta, unite alla sincerità dell’atto di disvelamento che attraversa l’opera nella sua interezza.




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