LETTURE
MICHELE FIANCO
      

Michele Fianco, ma non puoi fare come tutti gli altri?

 

Prefazione di Francesca Fiorletta, postfazione
di Massimiliano Manganelli,

illustrazione in copertina di Giancarlo Caracuzzo.

 

Collana I segni del suono, Edizioni Tracce,
Pescara 2012, pp. 40, € 12,00

    

      


di Marcello Carlino

 

 

Michele Fianco, ma non puoi fare come tutti gli altri? Il titolo, a volerlo ben vedere, è un vero busillis; e l’ironia ci sguazza. Decisamente indeterminate sono, lo si coglie subito, le fonti di emissioni. Chi parla a chi? L’io finto dal testo, che di suo parla a secchiate (un pronome di prima persona così ciarliero è raro incontrarlo) e dunque non ci si può sorprendere che parli lui in copertina, volgendosi (al modo di un personaggio che ne vada in cerca) all’autore che porta la responsabilità di averlo generato, che ne è il tutore, e raccomandandosi che dia le dritte convenienti, che faccia a puntino il compito suo (non le ha date, non l’ha fatto, evidentemente; e la pazienza del personaggio che dice io non è infinita; è possibile, anzi, che prima o poi egli revochi la fiducia al suo autore; del resto ne ha ben donde)?  O viceversa è l’autore che si confessa a se stesso e un po’ si pente, o entra in gioco giocando la parte di chi si pente, dappoiché, comunque sia, è innegabile che non fa come fan tutti?

La pronuncia si deve a una voce fuori campo, che non è quella né del personaggio né dell’autore, ma segna una posizione di terzietà e funziona come da coro (che osserva, che giudica), soffiando straniamento a sbuffi di fumo sulla scena? O è il lettore, giusto quello da intentio operis, quello implicito e quello modello, del quale si prevede e al quale si prescrive che incroci di fioretto questa scrittura, riconoscendone la diversità (sanzionandone la diversità) e, riconosciutala, considerandola più o meno commendevole, più o meno riuscita?

Da chiunque vengano mozione e interpellanza, e quali che sia la grammatura ironica dell’enunciato, l’autore, il cui nome non manca di essere stampato sulla copertina, per un po’ appare come chi respinge qualsiasi conformismo, rifiutandosi alla parte usualmente assegnatagli in copione (e deliberando un suo programma di negazione, come si precisa nella nota di prefazione: un programma che contravviene al senso comune della letteratura), per un po’ si rinviene figurato nei panni di un inetto la cui alterità irredenta è la risultanza di una inadeguatezza, di una debolezza caratteriale (quella che può meritare la desolata lamentazione, la rassegnata sfiducia di tutori, di terzi giudicanti, di osservatori stranianti). E poi l’autore, nella copertina, c’è e non c’è. C’è il nome di Michele Fianco, che tutti sappiamo aver scritto questo poemetto dal titolo extralarge; epperò il nome non è riportato in testa, distanziato e così promosso di rango come si usa per registrare agli atti colui che del libro ha la responsabilità piena; il nome, che con il cognome sta da complemento di vocazione, è assorbito nel titolo, come se il testo fosse acefalo, anonimo e come se l’autorità autoriale nella circostanza fosse poca cosa, cosa irrilevante affatto, anzi.

È certa una cosa, però. Lo scompaginamento dei modi dominanti del cosiddetto versificare (si versifica infatti per blocchi o aggregati di metremi brevi, nettamente scanditi) qui avviene in forza della debolezza di un autore-personaggio che recita il copione di inetto. Ed un medesimo scombussolamento governa i rapporti tra scrittura e illustrazioni. Vuoi perché, perdurando ancora la dialettica del nome e dell’anonimato, mentre sappiamo di sicuro che l’immagine della copertina non è dell’autore del testo, ma di Giancarlo Caracuzzo, nulla ci avverte con chiarezza che di Michele Fianco sono le tavole di illustrazione (ce ne dà conto solo la postfazione che giustamente argomenta circa una monologica intersemiosi). Sia perché alcuni ponti risultano gettati tra le parole del poemetto e le immagini, ma gli accostamenti (per il medio della musica, per la leggerezza del taglio delle scene “agonistiche”, per la composizione autoironica e per gli scorci dissimetrici, per la presenza di un pinocchio che è figura per antonomasia del piccolo, simpatico bugiardo) non escludono davvero mosse differenziali e il discorso visivo, volutamente fatto regredire ad una semplificazione da fumetto pop, il quale racconta di sport e di musica, di giochi di squadra e di complessi da band, pure scantona per seguire una via sua. Interviene cioè frapponendo l’area di rispetto dello straniamento.

Ho detto sopra di inettitudine, potrei dire con la stessa convinzione di un “io” abbassato, destituito, subornato. Di un io che, mentre non è mai a corto di parole e quindi se ne ingozza –  tanto che forse anche per questo cresce materialmente di peso corporeo, e ne misura gli effetti sulla bilancia –, non ha da riferire altro che le sue sconfitte e i suoi sogni infranti, le sue modeste e grandiose impossibilità, i suoi tentativi di riguadagnare il terreno perduto o ritrovarsi in altri programmi di esistenza: e ciò sulla falsariga di una confessione che comunque non si lascia mai prendere sul serio. È un io innamorato, lasciato, speranzoso ancora, avventuroso e sfortunato flâneur lungo i suoi sentimenti; è un io specchiato nell’immagine di un altro io, che forse parla in sua vece da piccolo pinocchio.

Il poemetto lo si direbbe della specie delle flâneries al dunque; ma il viaggio dell’io, un viaggio mentale soprattutto, è lungo le tante stazioni dei non luoghi (e il non luogo ha una sua applicazione visiva patente fatta di cubi numerati): non luoghi i paesi d’Europa attraversati come in un mordi e fuggi per scappare e mai ritrovarsi, non luoghi le puntate per surrogati – e di riflesso, e di rimbalzo –  in interiore homine (con gli appositi sfondi o quinte per quadri di rappresentazione), non luoghi le stanze dei libri di famiglia squadernati in minitrailer, non luoghi gli stessi tempi inscenati che non hanno più ancoraggio alcuno e quindi, spersi come sono in un tutto presente, mancano di una definizione accettabile. Straripa di non luoghi lo stesso paesaggio sociale che si incontra in scorci politici dischiusi sopra l’oggi che ci angustia, o si legge per trasferimenti negli epifenomeni della cultura dominante e nelle evoluzioni espressive da esse promulgate: il rap di una coreografia ritmica di prosaicità cantabile (straniato punto di raccordo intersemiotico, o musica franta), l’immaginario nazional-popolare delle canzonette di successo. Ecco: di non luogo in non luogo, nel segno di una inettitudine scazontica, tra dritto e rovescio menzognero della parola poetica, tra nome e sua lettura in anonimato, questo poemetto dal titolo spropositato triangola Pinocchio, Alice in un paese senza meraviglie, il country di una scrittura on the road un po’ spaesata e molto avvertita della dispnea in spazi aperti di improbabili, poco capienti (per storiche determinatezze) polmoni autoriali. Triangola, senza corrività alcuna con i deboli pensieri di poesia oggi pensati, e praticati, nella cosiddetta temperie postmoderna (che sarebbe il caso, oramai, di chiamare con altro nome, decidendosi di far per benino le bucce e di demistificare questo abusato postmoderno, che, magari per effetto di emulazione – critico da critico e teorico da teorico che ripetono la solfa della contaminazione e dell’allineamento, della citazione e della libera deriva intertestuale come marchi di appartenenza –, troppo ha imperversato); e questo in ragione di un suo disporsi sghembo, per slittamenti e per bruschi arresti, per piccoli choc, per faglie di contraddizione che mettono in allarme il lettore. E questo, soprattutto, in considerazione della messa a coltura di quell’area di rispetto di cui sopra si è scritto, un’area di intersezione straniante e ironica, un’area di conoscenza e di autocoscienza: lì ci abitano le cose come desiderio e attesa di cose, le cose di cui qui si va alla caccia, di cui si sanno la necessità e l’esistenza contro ogni virtualizzazione stordente e derealizzante; lì ci abita la postulazione, prim’ancora della definizione concreta, del piano: e il piano è l’idea del mondo, è il disegno della sua progettazione, è la figurazione possibile di un futuro. Un futuro a contraggenio, come ogni vero piano di futuro in questo stramaledetto postmoderno (che si smetta da usarlo da copertura, accidenti a lui), come è nelle premesse e nelle promesse di chi non fa come tutti gli altri.




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