TEATRICA
SHORT THEATRE 2012

Spettacolo e non-spettacolo, incroci ed esperienze


      
Sguardi traversi sulla manifestazione romana che si è svolta negli spazi della sala India e della Pelanda al Macro. Tra i lavori visionati: “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” di Copi, per la regia di Andrea Adriatico; la “Utopia” politico-clownesca di Leo Bassi; “Misterman” dell’irlandese Enda Walsh, allestito dalla compagnia toscana CapoTrave; i giovani napoletani di Punta Corsara in “Petitoblok (Il baraccone della morte ciarlatana)”. E due proposte performative-concettuali provenienti dalla Spagna: “Y Por Qué John Cage?” di Jorge Dutor e Guillem Mont de Palol, e “Experiencias con un desconocido” di Sonia Gomez, un esperimento antropologico-artistico, interessante dal lato progettuale, ma deludente sul piano scenico.
      




      

di Marco Palladini

 

 

Short Theatre, il festival romano di fine estate, mi sembra avere come un doppio svolgimento. Quello degli spettacoli, più o meno interessanti, selezionati dal direttore artistico della manifestazione, il regista Fabrizio Arcuri, e quello rappresentato dalla folla di addetti ai lavori che costituisce il grosso del pubblico festivaliero. Qui è tutta una drammaturgia spontanea e improvvisata di incontri, ciacole, inciuci, pettegolezzi, baci & abbracci, valutazioni, commenti, ‘sparlamenti’, polemichette etc. magnificamente allestita da personaggi noti e meno noti (anche ignoti) della scena capitolina, con tutte le sue difformi tribù e sottotribù. A volte vorrei essere un regista di ‘candid camera’ e filmare nascostamente tutta questa movimentazione peristaltica e inter-relazionale. Sono convinto che ne verrebbe fuori un documento socio-antropologico e culturale memorabile. Forse anche più eccitante del teatro inscenato.





Olga Durano, Anna Amadori e Eva Robin's
in L'omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi


Del quale, comunque, è d’obbligo riferire, pur avendo personalmente fatto quest’anno solo qualche incursione nei due spazi deputati del festival. Al Teatro India ho visto una breve performance – 3 Interlúdios e o galope do nariz – del 27enne portoghese Luis Guerra: in sostanza un’esibizione tra danza e pantomima tecnicamente impeccabile ed eseguita con grande slancio e precisione, ma anche di gusto assai retrò, esteticamente datata, come se il Portogallo fosse sempre in ritardo di qualche decade rispetto alle tendenze della contemporaneità.

Non è sicuramente una novità anche il testo di Copi L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi che debuttò a Parigi nel 1971. Però l’attuale allestimento della compagnia bolognese Teatri di Vita, per la regia di Andrea Adriatico, riesce apprezzabilmente a ridare un senso scenico presente alla sfrenata demenzialità ultrafumettistica di Copi. Certo, il profumo di scandalo e di satira corrosiva che c’era quarant’anni fa per le sprezzature di turpiloquio e per la sciamannata androginia – tra donne a cui è stato innestato un cazzo e maschi che si scoprono più che femmine, rompendo genialmente tutte le gabbie delle identità di genere – è oggi fatalmente evaporato o assai depotenziato (per quanto…). Ma l’intelligenza registica di Adriatico è stata di precipitare tutto questo in una spiaggia-discarica senza tempo dove si agitano corpi goffi e sgraziati in costume da bagno che trafficano con secchielli, asciugamani, borsoni e bevande-spray, figurette balzane e mattocchie che saltano cancellate e aggiungono scompiglio, mentre l’ancora affascinante (a cinquant’anni suonati) transessuale Eva Robin’s impersonando la Signora Garbo, si muove appunto come una diva d’antan caracollando su delle megazeppe da 20cm, con vistoso mascara arancione sugli occhi e strascico di tulle nero agganciato al body bianco. Man mano che lo strampalato e anche molto crudele copione trash di Copi si svolge, lo spettacolo assume un’atmosfera sempre più malinconica (più che ‘malincomica’) e cita nel finale esplicitamente lo splendido corto di Pasolini Che cosa sono le nuvole? (1967) con Totò e Domenico Modugno che intonava la struggente canzone omonima. Anche qui, dopo che dall’alto è piovuta in scena una sprezzante ‘cartata’ di finocchi, i personaggi crollano a terra come burattini senza fili e poi sono ricoperti da un telone, come spazzatura antropico-fantastica pronta ad essere rimossa. Ma in Pasolini sopravviveva almeno l’incantamento delle nuvole rimirate dai personaggi-marionetta, trafitti dalla “commovente bellezza del creato”. In Copi-Adriatico nessuna originaria creaturalità del mondo può riscattare il crepuscolo della transessualità.

 

Nello spazio della Pelanda (presso il Macro di Testaccio) ho invece rivisto dopo oltre due decenni Leo Bassi, l’entertainer-clown di origine franco-italiana (ma oggi vive in Spagna), autore di spettacoli felicemente inclassificabili, attualmente sempre più sversati su un crinale polemico-politico. Il suo Utopia che ha debuttato nel 2009, è una sorta di work-in-progress che aggiorna continuamente e localizza a seconda di dove viene allestito la sua fabulazione radicalmente anti-liberista. È come se il clown bianco che Leo Bassi di fondo è (presentatosi in grisaglia e cravatta, come un impiegato, effettua nel finale una metamorfosi a vista in tal senso) qui discopre il suo cuore rosso, di sinistra ancora combattiva e irriducibile. Assomiglia allora qui Bassi a un Dario Fo, con meno risorse attorali e linguistiche, ma con maggiore attitudine circense e provocatoria. Sono leggendari i numeri del sessantenne Bassi che si diverte a ‘terrorizzare’ il pubblico, al fine di scuotere la sua passività, a coinvolgerlo nella ‘verità’ del clown che è come diceva Groucho Marx “la perdità di identità e il crollo della dignità”. Piccola-grande verità che ha a che fare anche con l’essenza di tutti noi, se soltanto sappiamo guardarci veramente dentro. Ecco, il lungo monologare etico-politico di Leo Bassi, erede di una famiglia di circensi italiani che nasce nell’800, inframmezzato dalle gag e dagli ‘attentati alla dignità’ degli spettatori, funge da specchio e da cartina di tornasole per chiunque siede in platea. In tal senso la sua Utopia svolge una funzione pedagogica ben oltre le rampogne anti-Monti e anti-banchieri, lo strip-tease filogay che esegue in stile Village People, la bandiera rossa che poi sventola in explicit, e il grande papero giallo (il suo personale dio delle piccole cose) che nel finale si gonfia invadendo l’intera scena.        





Leo Bassi in Utopia


Venendo dalla prorompente umanità clownesca di Leo Bassi risultava vieppiù gelido e scostante Voce, scritto, diretto e interpretato da Paolo Musìo. Vestito pure lui in grisaglia e cravatta si inerpica su una scala e quasi vi si attorciglia recitando con voce monocorde un testo assai pretenzioso dai toni oracolari, gravato da un sottobeckettismo oggi neppure epigonale, ma semplicemente implausibile. Un lavoro che si dimentica presto e non lascia pressocché traccia.

La compagnia toscana CapoTrave ha proposto, invece, Misterman, secondo studio su un testo del 45enne drammaturgo dublinese Enda Walsh. Va detto che questa drammaturgia irlandese odierna mi sembra, per un verso o per un altro, tutta figlia del gran padre Joyce, fortemente debitrice della sua narratività generosa e polimorfica che scava nelle radici popolari degli abitanti di quell’isola. Pure qui c’è un villaggetto dove s’incontrano folkloristiche, tipiche figure: lo smargiasso ubriacone e bestemmiatore, la vecchietta fuori di testa, il ragazzotto petulante e smarrito, la signora ancora con le smanie etc. Protagonista è un simil-cristo, il 33enne Thomas Magill che ha il suo daffare a tenere a bada una madre agitata e valetudinaria e impegnato a fare del bene, portando in giro il candore della sua fede quasi missionaria.

La regia di Luca Ricci isola la sagoma principale di Thomas e la fa dialogare ora tra sé e sé, ora con altre voci registrate che escono da vecchie radioline piazzate su un tavolo o su di un trespolo semovente. Peraltro la voce della madre di Magill è quella, inconfondibile e sempre efficace, di Daria Deflorian, mentre il giovane Alessandro Roja pur volenteroso mi sembra difettare un po’ di peso scenico e non riesce a fare di Thomas una figura del tutto convincente e compiuta. Ma trattandosi di uno studio è immaginabile che si tratti di un lavoro destinato a crescere.

 

Né studio né spettacolo, né (forse) niente mi è sembrata la performance An afternoon love proposta dalla compagnia veneziana Pathosformel. Qui un ragazzo nero (Joseph Kusendila) con la maglietta bianca si allena a basket, ora palleggiando con irruenza o facendo rimbalzare a grande altezza la sfera, ora sedendo col fiatone su una panchina o al suolo per riposare e poi ricominciare. Delle musiche punteggiano le pause, ma per circa 20-25 minuti non succede nient’altro. Il giocatore di pallacanestro non mostra neppure una particolare abilità. È tutto di imperscrutabile vanità (e vacuità). Lo si potrebbe interpretare come un intervallo simil-zen tra uno spettacolo e l’altro del pubblico vagante e ciacolante, come si diceva all’inizio. Ma dubito fosse questo l’intento dei due ideatori Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani.     

 

Con Petitoblok (Il baraccone della morte ciarlatana) della compagnia napoletana Punta Corsara, nata da pluriennali esperienze di laboratorio a Scampia, si precipita in un clima da meta-farsa che, accomunando le figure dell’attore ottocentesco Antonio Petito (forse il più celebre Pulcinella) e del poeta sanpietroburghese Aleksandr Blok, incrocia l’immaginario di alcune maschere napoletane classiche e quello politico-futuristico dell’avanguardia russa di inizio ’900. Ne viene fuori una sorta di stramba favola dove un capocomico partenopeo, dal nome programmatico di Ciarlatano, finito in esilio a San Pietroburgo vuole creare un teatro d’avanguardia ‘russo-napolitano’ contando su una procace Colombina che è però un automa meccanico, e stringendo un ‘patto giurato’ con la Morte (che ha qui le apparenze di una pingue Saraghina) per eliminare definitivamente Pulcinella e Felice Sciosciammocca (personaggi ‘fratelli-coltelli’) dalla scena vesuviana. In altre parole, l’Avanguardia contro la Tradizione. Da questo abbrivio discendono una quantità di traversie e di povere gag, con continui spostamenti e rovesciamenti. Il Ciarlatano-Mangiafuoco assolda nel suo teatrino-baraccone Pulcinella e Sciosciammocca travestendoli da Petruska e il Moro e manovrando per farli fuori entrambi. Ma alla fine scopre di essere stato raggirato dalle due furbe maschere che se ne fuggono in mutande con appresso Colombina di cui s’è perdutamente invaghito Felice, mentre l’automa rivela di avere un pénchant per Pulcinella che è però, a sua volta, inseguito da una mogliera gelosa e megera. Insomma, un miscuglio di situazioni farsesche e da sceneggiata in un allestimento, diretto da Emanuele Valenti su testo di Antonio Calone, che delimita lo spazio d’azione con pali e tendaggi varî, e in fondo ci dice che se l’Avanguardia è stata fottuta, anche la Tradizione non se la passa tanto bene. I sei giovani interpreti sono sembrati empaticamente coinvolti nell’operazione che si lascia apprezzare per la sua virgolettata giocosità, priva di effetti pretenziosi e di sofismi intellettuali. Lo direi un bonario neo-teatro popolare virtualmente alternativo al neo-pop kitsch e crudele-pulp, ad esempio, di Ricci-Forte.





Punta Corsara: Petitoblok (Il baraccone della morte ciarlatana) (2012)


Ne aveva parlato qualche tempo fa la studiosa Valentina Valentini, c’è una tendenza emergente in Europa a fare spettacolo (o non-spettacolo) non per gli spettatori, ma con gli spettatori. Volendo è una rilucidatura di vecchie strategie di ‘coinvolgimento’ e di complicità, che però adesso passano non attraverso pratiche di animazione collettiva, ma attraverso operazioni eminentemente concettuali. Ne ho avuto un assaggio a Short Theatre, visionando due proposte che venivano entrambe dalla Spagna, sia pure dimensionate in forme assai diverse.   

I due trentenni performer Jorge Dutor e Guillem Mont de Palol hanno presentato Y Por Qué John Cage?, in cui le luci di sala non si spengono, come a presupporre una non differenza (almeno sul piano luministico), una rottura della quarta parete tra scena e platea. L’originaria ispirazione della filosofia cageana (“tutto è suono, anche il rumore e il silenzio”) fornisce il volano ai due per mettere in atto tutta una serie di azioni verbali e gestuali, anche fortemente ripetitive, onde creare per slittamenti progressivi una sorta di micropartitura verbomusicale che parte da unità minime di senso o, pure, di non-senso (come sarebbe sicuramente piaciuto al compositore americano). L’aspetto ludico-fisico del lavoro si sostanzia anche con cripto-citazioni di teatrodanza (ad esempio, Pina Bausch). Il gioco è a fronteggiarsi su due sedie che poi vengono maltrattate, a salire su un trabattello, ad aggrovigliarsi al suolo, a muoversi carponi tra vasi di piante, a sbattere contro i muri o a parlare ad altoparlanti: insomma a mettere in campo tutta una disposizione da ‘altroparlanti’ e ‘oltrerecitanti’, facendo cose anche abbastanza sceme. Lo scatto del gioco avviene nel finale quando il pubblico viene invitato ad allungare una catena di parole omofoniche (tipo: freccette, marchette, barchette, tette, sottilette, casette etc.). Pronta ed entusiasta la risposta degli spettatori, che allungherebbero il brodo ad libitum, ragion per cui Jorge y Guillem dopo un po’ sono costretti ‘con rammarico’ ad interrompere. Sulla scia di Cage mi verrebbe da pensare: tanto rumore per nulla? (O per tutto?)

 

Ben più interessante, se non altro a livello di progettazione concettuale, il lavoro che ha presentato la performer Sonia Gomez: Experiencias con un desconocido. In sostanza, stando a quello che ci ha raccontato, dal 2007 ha realizzato una ventina di esperienze di incontro con uomini sconosciuti, desiderosi di compagnia (presumo non sessuale) per sviluppare il loro lato artistico-creativo. Queste esperienze di ‘auto-affitto’ (la Gomez intende il lavoro come un ‘servizio’) avvengono soltanto con maschi e che siano persone comuni (cioè non artisti, attori o, comunque, ‘addetti ai lavori’). Le esperienze vengono proposte su una rosa di tipologie di schemi di lavoro e all’inizio erano incontri strettamente privati, poi la Gomez ha incominciato a documentarli con dei video (si vede un frammento filmico dove un suo ‘cliente’ la trasporta in giro di notte su un ponte come un ‘bagaglio umano’), e quindi ha deciso di presentare in forma pubblica l’esito della interazione esperienziale con questi sconosciuti.

Ciò che è avvenuto a Roma, con un barbuto, simpatico giovanotto che ha rigettato tutti gli schemi di lavoro prefissato e ha voluto fare il percorso a schema libero. Ora il risultato di questi undici giorni di incontro non era in effetti granché, come se la cosa probabilmente più interessante della ‘experiencia’ sia ciò che avviene nello stretto rapporto a due, anche per sfumature di conoscenza e modificazioni interiori, piuttosto che nel montaggio terminale simil-spettacolare. La Gomez peraltro si presenta con pantaloncini neri di strass e camicetta accollata grigia, mocassini col tacco e calze bianche, un look molto allusivo, tra la monaca e la puttana. Col suo partner svuotano varie bottiglie d’acqua a terra, si rotolano nelle pozzanghere infradiciandosi, lei lo picchia pure, dialogano in un mélange ispano-anglo-italiano, poi lui cita versi della poetessa  Wislawa Szymborska. Lei con un gessetto bianco disegna sul pavimento una cicogna, lui a sua volta si sovrappone disegnando una maschera da sub. La Gomez poi esegue una serie di lente gestualità coreutiche, mentre lui si toglie la giacca e le gira intorno secondo un’anima in pena, alla fine sollecitano domande da parte del pubblico, ma non viene fuori niente di interessante, come del resto appare deludente quello che si è appena visto.

Ripeto, l’idea progettuale è assai più affascinante dal lato concettuale e antropologico-artistico che per ciò che produce. Anche lo spettacolo del non-spettacolo esige dinamiche e contenuti che lo sostengano. Piuttosto, visto che Sonia afferma di avere iniziato questa collana di esperienze per personale interesse nei confronti del mondo maschile, sarebbe stato appropriato chiederle che cosa ha appreso in più sugli uomini in questi anni… se ha appreso qualcosa.

 

 

settembre 2012



Sonia Gomez, Experiencias con un desconocido





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