SPAZIO LIBERO
CINEPRIME –
“PROMETHEUS”
L’epica aliena
di Ridley Scott
come arte totalizzante


      
Il regista di “Blade Runner” qui confeziona un modello narrativo e visivo citazionistico, metamorfico. Il film appare un’oper-azione trasversale in cui l’autore inglese seziona il grembo sterile del progresso riesumando altre ‘maternità’ in una tracimante metascrittura di suggestione fantascientifica. Quasi un prequel della saga degli “Alien”. Tra i protagonisti, Noomi Rapace, Michael Fassbender e Charlize Theron.
      



      

di Sarah Panatta





Sulla via “delle statue” gabbato il pellegrino. L’uscio della rivelazione (s)chiuso sulla tomba degli idoli.

Genesi. Milite suicida nell’alba imperfetta. Titano in esilio volontario sorseggia il virus della propria condanna/missione. Dal suo corpo, decomposta fibra lunare, il DNA della civilizzazione darwiniana. Avventato miracolo in provetta.

Peccato originario. Dal ferrigno calderone di coaguli cellullari alla prima stilizzata auto-impressione. Macchia sulla roccia. Un’ombra orfana addita/computa il proprio spread-oracolo stellare.

Apocalisse. Dal balbettio della stilizzazione rupestre all’educazione natante di un androide che insegue (senza disperazione?) l’ingannevole nozione di identità. La vanità colposa dell’evoluzione nei bagliori velenosi di una sibilla olografica.

 

“Puro” cinema d’innesto. Tacciato di riciclo spersonalizzante Ridley Scott scala la vetta del (proprio) paradosso. E impenna sublime la bandiera, Prometheus[1] (Usa 2012). Blasfemo dr. Frankenstein il britannico tifone si appiglia, per un rilancio tutt’altro che senile, al prequel-pretesto della longeva quadruplice saga degli Alien. Filone sci-fi (con una fauna sfrenata ma debole di epigoni, su tutti Mimic e Predator) tra i più riusciti e completi/complessi di sempre. Che scantona accurato i pirotecnici abulici giochi  inter galattici (test per melting-pot-wars preventive anti-totalitarismo/i) di George Lucas come le imprese “ravvicinate” della bizzosa retorica spielberghiana, culla bipartisan di robot emotivi, uomini codardi/compassionevoli ed extraterrestri vittime/carnefici. Impigliando l’umanesimo critico di P. K. Dick nelle fauci della bestiona di H. R. Giger, l’Alien svezzato da Scott – e nutrito nella preziosa rifrazione dei sequel di Cameron, Fincher e Jeunet – trasferisce il frusto terminale immaginario della corsa all’Ovest futuribile in un’attualizzata coerente mitologia della metamorfosi. Nell’ultimo capitolo ludicamente (prolissa) prossima all’assunto cyberpunk, ovvio quindi allucinante, del Videodrome (Usa 1983) di David Cronenbergh. L’impulso alla creazione, istinto innovativo-resistenziale umano, contiene le premesse pur necessarie della deviazione/distruzione. Dietro l’avanzamento tecnologico – la clonazione coatta, la tragedia dell’immor(t)alità robotica, la sclerotizzazione pornografica delle idee e dei corpi innescata dal mercato globale – il caos indistricabile dell’ubi consistam.

Ma Scott sembra detestare la falsa gravidanza di tesi preconfezionate. Il rovello filosofico-religioso dei suoi protagonisti è superficie devotamente plasmata (in produzione il mentore Walter Hill, ideatore del dimenticato Supernova), ennesima variazione dell’unico iper-linguaggio narrativo mai adottato dall’autore di Prometheus, l’epica. L’uomo (regista) e la sua quest. Modulo-cavillo di un’oper-azione di arte totalizzante. Non un tritacarne post moderno come l’Avatar-bolla di J. Cameron gonfiata dall’estensione 3D. Bensì un orgiastico avido itinerario percettivo.

 

Inquinando il mistero. Oltre la spettacolarizzazione “rapace” dell’infranto patto scienza-uomo, natio terreno di caccia della science-fiction. Oltre la claustrofobica messa in scena della mera brutale lotta per la sopravvivenza. Sospinto dalla volontà egoistica di “re” decrepiti allevati dalla speranza cronica in un aldilà terreno, e dalla stoica intraprendenza di madri infeconde. Scott architetta una partitura visiva che moltiplica analogicamente le fratture dedaliche della conoscenza negata – l’elica spezzata che diventa astronave-feto, che si dirama prima in corridoio-cripta poi in filiazione antropofaga. In un assemblaggio citazionistico che viola in dissonante compulsione il santuario iconologico dei maestri contemporanei. Scott atterra sulla pangea speculativa del Malik-tree-of-life invertendo la mission-to-mars del cugino de-genere De Palma (omaggio lampante il monolite antropomorfo inciso nella pietra, invito/minaccia) mobilmente incapsulata nel collagene reattivo/cumulativo di uno scenario kubrickiano – le quinte monocromatiche, i sogni schermati da pareti liquide, il duello ontologico macchina-uomo – che si fa metascrittura. Ironicamente riflessiva, mai edonista. E che scansiona, assorbe e schernisce, scaltra e ansiosa quanto un prototipo “Nexus” dal fiato corto, la Storia della celluloide.





Un'immagine di Prometheus (2012), regia di Ridley Scott


Mentre la terra rimane in fuori campo, piattaforma abusata, la vita si riproduce negli insediamenti galleggianti “extra mondo”, tra pozzi minerari, ghetti penali e spedizioni mercenarie.  La fotografia stereoscopica di Gladiator (Usa, 2000), derivazione estetica della notte acida e perenne del tuttora controverso rebus d’esordio Blade Runner (Usa 1982), torna ad allacciare in uno spettrale cordone uterino le rovine dell’umanità, celebrando in vitro la fallibilità maestosa, sudicia, impellente dell’artificio.

 

La bellezza anestetizzata degli interpreti predispone la distopia dell’intreccio, sbilanciato nella seconda sezione dalla falcata più farraginosa ed isterica dello script. Scott censisce il non plus ultra dell’intelletto, disegnando le colonne d’Ercole di un cosmogonico raggiro.

Cuspidi petrose di un pianeta-esca. Laboratori del genocidio. Tempi-sepolcri catturano la buona “fede” di studiosi inermi e appassionati, esponendo al tempestoso vento della discordia la verità di una Creazione-matrigna. Nata per smascherare gli “ingegneri” della razza umana, la dottoressa Shaw (la sorpresa meticcia Noomi Rapace) è nucleo martirizzato del film. Donna illuminata e infeconda, incarnazione della maternità contraffatta dal seme alieno, controparte femminile, dolorante ma invitta, dell’Ulisse dantesco assetato/assediato da verità-compensazioni. I suoi compagni avventurieri deragliati e manager felicemente ottusi. Eccetto il custode solerte e ambiguo. Nella straniante chioma felina, ossigenata emula dell’algida sensualità del Peter O’Toole-Lawrence D’Arabia ossessivamente re-visionato nella solitudine del coma criostatico non consumabile, l’androide-Fassbender manifesta un tenace pressante bisogno di umanizzazione, offerto alla sua diversità intangibile soltanto dalla smagliante simulazione del cinema. Svanita la funzionalità anti umana, l’alien è proto-accenno, giustificazione filologica.

Unica certezza il pericolo della catastrofe-vuoto. Annidato nella curiosità indomita. Brama di auto agnizione che si realizza-camuffa in sottrazione/sopraffazione, sommossa civile, guerra di vicinato, rotta coloniale, imperialismo spaziale.

Il miraggio del divino allevia il sintomo dell’essere.

“Il trucco è dimenticarsi che fa male”.

 

 

 

 

[1] Diretto da Ridley Scott, sceneggiatura Damon Lindelof e John Spaiths, con Noomi Rapace, Michael Fassbender,  Charlize Theron, Idris Elba, Guy Pearce, Sean Harris, Rafe Spall, Emun Elliott, Benedict Wong, musiche di Marc Streitenfeld




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