SPAZIO LIBERO
ADDII
La ‘mens’ aristotelica
di Filippo Bettini


      
È morto improvvisamente la scorsa estate a 62 anni il teorico della letteratura e organizzatore culturale romano. Fondamentale fu il suo apporto negli anni del dopo ’68 per la creazione e lo sviluppo del gruppo “Quaderni di critica”. Nel cui ambito approfondì il rapporto tra Walter Benjamin e Galvano Della Volpe, e sostenne la compenetrazione tra avanguardia e allegoria. Intellettuale in senso lato ‘politico’, si fece mallevadore di manifestazioni, rassegne, festival, premi, pubblicazioni e antologie, materialisticamente convinto della prova della prassi.
      



      

di Francesco Muzzioli

 

 

La scomparsa di Filippo Bettini, così terribilmente improvvisa nel pieno delle sue attività, ci toglie un riferimento forte delle iniziative letterarie e culturali oltre che un caro amico degli anni primi, quelli della formazione, che ci videro compagni nella fondazione e nello sviluppo del gruppo “Quaderni di critica”. Chiacchierate e nottate inesauribili, fumi asfissianti nelle riunioni, programmi battaglieri, insomma quegli anni subito dopo il Sessantotto. Fu lui a fornire alla discussione collettiva di allora le indicazioni più pregnanti sulla nozione di avanguardia e di allegoria, per un impegno politico nella scrittura che arrivasse al cuore del linguaggio, con una lucidità e un rigore che non ho potuto riscontrare altrove. La sua mens aristotelica, infatti, gli impediva di abbandonare l’argomento in esame senza averne sviscerati tutti gli aspetti e risolte tutte le possibili obiezioni, e averne portato a compimento tutte le ragioni, un perfezionismo che talvolta ha impedito ai suoi lavori di giungere a compimento. Nello stesso tempo la base leopardiano-materialistica del suo pensiero lo portava a mettere sotto verifica, con logica implacabile, proprio quelle scritture che in apparenza sembravano volersi sottrarre alla logica; di qui la compenetrazione di avanguardia e allegoria, il collegamento di Benjamin e della Volpe, un lavoro teorico di altissima caratura che andrà riesaminato, magari riunendo in un volume i suoi saggi principali. Sì, perché Filippo ha consegnato la sua opera soprattutto all’interno di libri collettivi o antologie, lasciando pochissimo spazio ai libri interamente suoi.

Né d’altra parte il lavoro di gruppo sarebbe stato possibile senza la sua tessitura organizzativa. C’era in lui, materialisticamente convinto della prova della prassi, accanto allo studioso un organizzatore culturale e un valorizzatore di talenti; di qui le numerose prefazioni, e ancor più i momenti di uscita in pubblico degli autori, le presentazioni, le manifestazioni. Cominciò con gli incontri alla Galleria Giulia e gli “Scrittori nelle scuole” all’inizio degli anni Ottanta, per arrivare al Festival “Mediterranea” in questi ultimi anni. Per lui non ci poteva essere scrittura o valore estetico senza una spinta in senso lato politica. Seguendo Gramsci (un altro dei suoi fari), era interessato ad attivare la politica degli intellettuali, in particolare in quei momenti nei quali l’emergenza si fa tale al punto che non si può più tacere. Su questo versante stanno le iniziative dei Poeti contro la mafia e ancora quell’appello contro le tentazioni del presidenzialismo, promosso da Filippo nel ’96, quando il berlusconismo era appena agli albori, che ricevette moltissime adesioni.





Filippo Bettini


Ma la vera questione su cui Filippo si è battuto è stata quella dell’avanguardia. Venuti subito dopo la fine del Gruppo ’63, il nostro punto era di rilanciarne la sostanza, superardone i limiti verso una più piena incidenza oppositiva. Questo progetto trovò riscontri, ma anche un gran numero di difficoltà, man mano che i tempi si facevano sempre meno accoglienti per le ipotesi di avanguardia. Il tentativo di riaprire il dibattito sulle tendenze in Italia ha avuto in Filippo un inesausto sostenitore; e ha toccato il punto più alto – a mio parere – con le Tesi di Lecce (1987), che riuscirono a riunire diverse generazioni attorno a un progetto alternativo. Successivamente, però, l’invenzione del Gruppo ’93 si sarebbe arenata in una serie di contorti conflitti interni. Filippo proverà a rilanciare ancora la sua scommessa nel 1993 con l’antologia Terza Ondata, elaborata insieme a Di Marco, a dimostrazione di come, sia pur disomogenea e poco consapevole, esistesse nel nostro paese una fitta rete di sperimentazioni poetiche e narrative non allineate.

I primi anni Novanta furono un periodo molto intenso, ma non privo di delusioni. A un certo punto, quasi a rivalsa delle resistenze di una società letteraria e accademica non disponibile, l’attività di Filippo si concentrò sulla organizzazione di iniziative pubbliche. Gli anni più recenti lo hanno visto impegnato nei grandi eventi dei meeting internazionali di poesia e nelle mastodontiche antologie della poesia su Roma. Punto di resistenza rimase il premio Feronia, l’antipremio, che lungo venti anni ha continuato la certosina ricerca e selezione dei pochi prodotti ancora “devianti” passati tra le maglie della omologazione editoriale. Il castello di Fiano, dove si svolgono le premiazioni, mi è sempre apparso come un rocca sopra le vallate percorse da barbari.

Ora, privati del suo apporto, ci resta il compito di rileggere (e raccogliere) i suoi scritti e di riflettere attraverso di essi sul progetto e sul percorso di una alternativa intellettuale possibile.




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