SPAZIO LIBERO
STIGMI MODERNI
La scivolosa danza del saper vivere


      
Sono ormai numerosi gli opinionisti e sociologi che discettano e insegnano ad adeguare i propri comportamenti ad uno status di vita più alto e raffinato. Per i ‘nuovi ricchi’ ecco pronti i ‘personal trainer’ di buone maniere. Perché c’è tutto un processo di apprendimento per far sì che i soggetti socialmente ‘stigmatizzati’ arrivino a cancellare dal proprio corpo e aspetto le tracce di una ‘miseria di posizione’ che tradisce, sempre, un’identità di partenza priva di ‘capitale culturale’.
      



      

di Sergio Toscano

 

Pierre Bourdieu ha teorizzato che «il corpo esercita almeno una triplice funzione: di memoria, di apprendimento delle abitudini di classe e di segnalatore della posizione di classe».[1] Tali funzioni, in forma di capitale (economico, culturale, sociale, etc.), sono immediatamente attivabili dagli agenti sociali nell’interazione. Le nuove forme di stigmatizzazione dei corpi nella prassi sociale si manifestano, di frequente, nel disagio di possedere differenti specie di capitale inidonee all’interazione sociale; da qui la necessità di una riabilitazione identitaria. Per esempio, da un accrescimento improvviso del capitale economico in un soggetto privo di capitale culturale può scaturire la necessità di occultare lo stigma di persona munita di cultura dominata, o di lenirne la portata con il ricorso alle protesi che offre l’ortopedia sociale. Essere nuovi ricchi equivale spesso ad essere stigmatizzati come parvenu, come esseri volgari, non naturalmente distinti, cioè naturalmente plasmati per esserlo.[2] Occorre, dunque, che il nuovo ricco intraprenda un programma di riabilitazione identitaria attraverso una disciplina corporea tesa a modificare gli apprendimenti primitivi.

Numerosi strumenti di pronto soccorso per i consumatori di vernici identitarie sono facilmente reperibili nel mercato; tra questi i manuali di buone maniere, le riviste di stile urbano, make-up, fitness, diete, trovano nutrite fasce di acquirenti, il cui denominatore comune potrebbe essere individuato nella prevenzione, cura, riabilitazione e guarigione dagli stigmi moderni.

 

Le buone maniere sono custodite nella memoria del corpo; ai soggetti sforniti delle disposizioni e abitudini corporee idonee a farsi percepire come conformi alle norme del gruppo di riferimento, ai poveri di buone maniere, taluni autori offrono provvidenzialmente strumenti per plasmare il corpo e imparare la grazia del saper vivere.

Libri come Cose da sapere[3]. Il nuovo bon ton[4] di Lina Sotis rappresentano, al riguardo, dei veri e propri manuali da non sottovalutare.

Ai nuovi ricchi dotati di un recente capitale economico ma sprovvisti di capitale culturale, Sotis impartisce regole precise come per il possesso dei libri. Sul punto scrive: “i libri sono un elemento rivelatore, e come tale pericolosissimo: tre libri sbagliati sul tavolo del soggiorno bastano a rendere vani gli sforzi più che generosi di una padrona di casa.

Anche per i grandi ricchi i libri sono spesso il punto debole che basta a guastare tutto. È normale infatti che il grande ricco abbia bellissimi mobili, perché si è affidato all’arredatore che è il top in quel momento; è normale che abbia bei quadri, perché si è fatto consigliare dal mercante che è il top in quel momento. Ma non è normale che abbia i libri ‘giusti’, perché non esiste ancora la figura del consigliere dei libri”.





Alessandra Di Francesco, in-vestiti, 2010


Istruzioni utili ai nuovi stigmatizzati per cancellare dal proprio corpo il tanfo della miseria di posizione che emana, spesso, da un’identità priva di capitale culturale.

Ecco, allora, profilarsi la concreta possibilità di modellare la propria identità attraverso l’apprendimento tardivo di disposizioni illustrate, con stile elementare, dal personal-trainer di buone maniere. In questa sorta di corsi accelerati, di diplomi conseguiti in un anno anziché negli ordinari cinque anni, di scuole serali di abitudini corporee, lo stigmatizzato è messo nella condizione di potere scrivere un biglietto che accompagna un regalo, di mangiare al tavolo di una famiglia in cui l’incubo della fame è scomparso da diverse generazioni, di viaggiare senza sembrare un italiano all’estero, di come comportarsi con i Veri Importanti quando si è diventati freschi importanti, di come usare il denaro quando non lo si possiede da diverse generazioni, di cosa parlare quando si torna da un grande viaggio.

 

In sintesi, lo studio delle materie obbligatorie per la «persona in ascesa sociale (o che desidera ascendere socialmente) che voglia adottare un comportamento adeguato con la nuova (o con la sua futura) condizione sociale».[5]

La transizione dal corpo scomodo, animale, al corpo nobile adusato a districarsi nei rituali del saper vivere è contrassegnata, quindi, dalla stigmatizzazione dei soggetti inabili a formulare in via posturale un congruo assetto identitario.

L’immagine sociale dei danzatori incapaci di introiettare la scansione dei tempi che la danza del consumo innova di continuo è inevitabilmente respinta nello spazio identitario deviante, lo spazio dove risulta assente la corrispondenza di amorosi sensi tra soggetti che associano lo stesso senso agli stessi segni e dove non è consentito ai medesimi di «mettersi in sintonia gli uni con gli altri, di corrispondersi e di rinforzare vicendevolmente la loro immagine sociale».[6]

 

 

 



[1] Pascal Duret, Peggy Roussel, Il corpo e le sue sociologie, Roma, Armando, 2006, p. 11.

[2] «la cosiddetta volgarità consiste spesso nel fatto che uno che non è naturalmente distinto, cioè non plasmato in modo da esserlo spontaneamente, assume gli atteggiamenti di chi è distinto», intervista a Pierre Bourdieu, www.emsf.rai.it./dati/interviste/In_388.htm

[3]  Lina Sotis ,“Cose da sapere“, Mondatori, 1986.

[4]  Lina Sotis, “Il nuovo bon ton“, Rizzoli, 2005.

[5] Dominique Picard, I rituali del saper vivere, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 220.

[6] Ivi., p. 23.




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