PRIMO PIANO
VINCENZO GUERRAZZI
(1940-2012)
Lo scrittore
operaio non va
nel ‘paradiso’
dello Strega


      
È morto a Genova, lo scorso 22 giugno a 72 anni, l’autore calabrese, emigrato nel capoluogo ligure, che da lavoratore metalmeccanico all’Ansaldo seppe trasformarsi negli anni Settanta nel capofila della cosiddetta ‘letteratura selvaggia’. Con lui scompare una figura rilevante di militante proletario, anche assai polemico con il Pci e col sindacato, dedito a satireggiare con veemenza gli ambienti intellettuali e dirigenti del nostro paese. Col tempo si dedicò anche alla pittura tenendo svariate mostre sia in Italia che all’estero.
      



      


di Claudio Panella





Vincenzo Guerrazzi


Lo scorso 22 giugno è mancato a Genova lo scrittore e pittore Vincenzo Guerrazzi. Nato a Mammola l’8 novembre 1940, Guerrazzi si era trasferito dalla Calabria a Genova da ragazzo ed era entrato giovanissimo all’Ansaldo (Meccanica Varia) dove lavorò fino alla metà degli anni Settanta. In fabbrica aveva iniziato a scrivere, inviando qualche racconto a giornali locali (“Il Lavoro” e “Il Secolo XIX”) e raccogliendo alcuni suoi testi nel 1972 in un libro auto-finanziato dal titolo Vita operaia in fabbrica: l’alienazione.

La fabbrica costituì il primo canale di sfogo e la principale fonte di ispirazione della scrittura di Guerrazzi, che divenne uno dei più noti scrittori operai degli anni Settanta. In Ansaldo, stimolato dall’abitudine degli operai di esprimersi ricoprendo di scritte i muri dei gabinetti della fabbrica, promosse il quotidiano-murale “L’urlo della notte”. Come si legge nell’opera più nota di un altro scrittore operaio di quegli anni, Tuta Blu (1978) del pugliese Tommaso Di Ciaula: “Le porte [dei gabinetti] sono interessanti. Sono porte-messaggio, portetazebao, si potrebbe fare una mostra”.

Nel 1974 Guerrazzi pubblicò per Savelli e con una prefazione di Goffredo Fofi la raccolta Le ferie di un operaio (ristampato da Ilisso-Rubbettino nel 2006), e poi, nello stesso anno, Nord e sud uniti nella lotta (ristampato da F.lli Frilli nel 2003), edito nella collana “collettivo” diretta per Marsilio da Pietro A. Buttitta e da Nanni Balestrini, che con Vogliamo tutto (1971) aveva aperto la via a molte successive narrazioni e auto-narrazioni operaie e militanti.

Nord e sud uniti nella lotta racconta il viaggio in nave dalla Liguria a Reggio Calabria di una moltitudine di operai che parteciperanno alla manifestazione promossa dai metalmeccanici nell’ottobre 1972, in seguito ai così detti moti di Reggio. A causa del suo linguaggio osceno (che cita anche alcune scritte murali rinvenute nelle latrine operaie) e del contenuto giudicato sovversivo, il procuratore generale della Repubblica di Catanzaro ordinò il sequestro del romanzo, che fu finalista al Premio Sila e che la Marsilio riuscì a far assolvere in tribunale nell’aprile 1976.





Nord e sud uniti nella lotta fu al centro di polemiche anche per la sua rappresentazione impietosa dei rapporti tra operai e sindacati e lo stesso Guerrazzi prese parte ad alcune fasi della nascente autonomia genovese. La collana “collettivo” aveva intanto ospitato nel 1975 un altro suo lavoro, un’inchiesta realizzata sottoponendo una settantina di lavoratori a un questionario che indagava i loro rapporti con la cultura e intitolata significativamente L’altra cultura. A quest’opera, cui diede risalto Valerio Riva su “l’Espresso”, seguirono nel 1976 e nel 1977 altri due libri-inchiesta, I dirigenti, edito da Mazzotta, e Gli Intelligenti, edito da Marotta e contenente una serie di domande irriverenti rivolte da parte operaia a molti importanti intellettuali italiani.

Sostenuto da ripetuti articoli di Riva su “l’Espresso”, nel 1977 Guerrazzi pubblicò con la Cooperativa scrittori e la promozione editoriale dell’Ar&a il volume La fabbrica del sogno, che fu presentato allo Strega 1976 da Luigi Malerba e Nanni Balestrini. Escluso dalla cinquina finale per un solo voto, o almeno così si disse, Guerrazzi inviò a “l’Espresso” una Lettera d’amore a Maria Bellonci di un metalmeccanico rifiutato allo Strega, un testo emblematico per lo stile e per l’amara irrisione con cui l’autore dichiarava l’iniquità della sua condizione di proletario e la sua volontà di portare la questione operaia sui giornali e nei salotti.

Pur non trovando mai facilmente editori che gli lasciassero carta bianca, grazie a queste pubblicazioni Guerrazzi riuscì a lasciare la fabbrica e a dedicarsi alla scrittura e alla sua altra attività favorita, la pittura. Le sue opere vennero anche presentate in un programma di RaiDue (condotto da Stefano Satta Flores) e alla Televisione svizzera (grazie a Valerio Riva). Con entrambi i mezzi, sulla pagina e sulla tela, continuò a raccontare il mondo operaio e le sue rivendicazioni, cercando, come dichiarò in un’intervista del 1977, di riguadagnarsi “quella parte di plusvalore che viene rubata ai [suoi] compagni quotidianamente”.

La fabbrica dei pazzi, edito da Newton Compton nel 1979, offre alcune delle rappresentazioni più esaustive del rifiuto del lavoro teorizzato dagli operai di Guerrazzi: “Tutta la mia guerra contro il lavoro non è che il rancore che nutro per la fabbrica e per gli uomini”, confessa uno di questi, che si definisce anche “un assassino del lavoro”. La sua strategia è quella del sabotaggio, da vero “nemico del lavoro”:

 

Finalmente, dopo tre lunghi anni di lotta, (per lotta intendo la mutua, in tre anni ne feci diciotto mesi, i permessi, qualche settimana d’infortunio) mi avevano riconosciuto ufficialmente come “il non produttivo”. Non ero un maledetto bastardo ruffiano che produceva: mi ero fatto valere.

 

Nonostante il raggiungimento di tale ‘traguardo’, l’operaio è rinchiuso “ancora dentro le mura della fabbrica-pazza” che gli tormenta i sogni e lo fa sragionare provocandogli un’allucinazione dopo l’altra. Lo scrittore non accettò infatti mai quel sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo che porta i proletari a sopravvivere in uno stato di alienazione, materiale e anche psichica.

Secondo molti critici, si possono qui portare a esempio le parole di Goffredo Fofi nella sua introduzione a Le ferie di un operaio, la volontà di scrivere e pubblicare libri degli scrittori operai rivela un rapporto “nevrotico” e di “odio-amore” per la cultura borghese e una “frustrazione” che è “concretissima condizione di classe”. Il caso di Guerrazzi è quello di un operaio che non ha mai considerato possibile affermarsi per mezzo del lavoro in fabbrica, ma che ha riconosciuto la scrittura e l’arte come i soli mezzi che potevano permettergli di riconquistare la propria dignità umana.





Tra i suoi titoli successivi bisogna ricordare La festa dell’Unità, edito da Rizzoli nel 1982, seguito dopo molti anni da Quel maledetto giorno, stampato da Pellegrini nel 2001, e da L’aiutante di S.B. presidente operaio con cui l’autore tornò a pubblicare per Marsilio nel 2004. Questo romanzo è nuovamente ambientato in fabbrica e l’autore vi racconta, con uno stile meno nervoso e sarcastico di quello dei suoi esordi, l’ambigua figura di un nuovo dirigente italiano: il notorio S. B., che negli anni Sessanta il protagonista operaio ebbe come superiore nel suo reparto, desideroso “di fare esperienze in tutte le direzioni” perché aveva in mente, da “vero rivoluzionario”, il “gigantesco progetto politico” di portare “la felicità a tutti”.

Il narratore di quest’opera presenta nuovamente i caratteri degli alter ego operai dei primi romanzi di Guerrazzi e racconta d’aver perso il padre nel 1944 per colpa di un’esecuzione nazifascista, di aver trascorso l’infanzia in una Calabria selvaggia e pre-industriale e di essere diventato operaio a Genova nel 1958, non ancora diciottenne. Tali elementi che corrispondono alla biografia dell’autore (il cui padre fu una delle settantacinque vittime dell’eccidio della Benedicta) sono ricorrenti nelle sue opere, nate da un forte desiderio di denuncia dell’esperienza di fabbrica e dalla sua volontà di riscattarsi da una condizione di “operaio-massa” che negli anni Settanta lo accomunava a tanti altri lavoratori, militanti e anche scrittori come l’Alfonso Natella che ispirò a Balestrini Vogliamo tutto, nato nel salernitano e diventato poi operaio alla Fiat Mirafiori di Torino.

Negli ultimi anni, Guerrazzi ha firmato a quattro mani con il giornalista Stefano Bigazzi il romanzo Il compagno sbagliato, edito da Mursia nel 2007 e ambientato a Genova negli anni della lotta armata, e I primi della classe, edito nel 2010 come e-book da Simonelli, una raccolta di racconti “ironicamente impertinenti” scritti a partire dagli anni Settanta e dedicati ad alcuni dei più ‘perturbanti’ personaggi della politica e della televisione, che sono anche i soggetti di alcune sue opere pittoriche.

Nel 2005 Genova ha ospitato presso la Loggia della Mercanzia una delle mostre più importanti dello scrittore e pittore operaio curata da Marika Guerrazzi (sua figlia) e Nuno da Silva Lopes intitolata Verso il futuro. Dal presente agli anni 70 e accompagnata da un volume edito da EEditrice.com. L’allestimento dell’esposizione comprendeva, oltre a tele e riproduzioni di quadri, un’ampia superficie in cui erano riprodotti articoli di giornale e altri materiali dedicati alla notevole storia di scrittore di Guerrazzi. Il sito http://www.vincenzo-guerrazzi.org/ ospita molte immagini di sue opere e documenti d’epoca e può aiutare senz’altro a comprendere meglio e a non dimenticare questa figura di autore così particolare, che va sì contestualizzata ma anche ristudiata al di là del fenomeno della letteratura che negli anni Settanta era detta “selvaggia”.





Vincenzo Guerrazzi, Operai





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