PRIMO PIANO
ROBERTO ROVERSI
(1923-2012)
La tempra morale di un poeta controcorrente, stabile nell’instabilità
del mondo


      
È morto l’autore bolognese, fondatore insieme a Pasolini, Leonetti e Scalia, nel 1955, della rivista “Officina”, che ha consentito l’ascesa della poesia civile in Italia. Scrittore in versi, romanziere, giornalista e paroliere (per Lucio Dalla), a partire dalla metà degli anni Sessanta in poi, egli fu presente solo a distanza nei dibattiti sul futuro dell’Italia, così da isolarsi nella sua città natale, esercitando il mestiere di libraio. Ciò non gli ha impedito di essere letto e ascoltato, diventando con il suo volontario ‘autoesilio’ il paradigma di una figura poetica, lirico-eversiva, fuori dal sistema, ma dentro la Storia.
      



      


di Domenico Donatone

 

«Che sorte avranno i miei libri? Forse la pattumiera

della storia. La carta è riciclabile.»

(Chiedi chi era Roberto Roversi, di A. Scanzi,

 Il Fatto quotidiano, 16 settembre 2012)

 

 

Roversi ha fondato nel 1955 la rivista “Officina” (tra cui vi erano anche Francesco Leonetti, Gianni Scalia e Franco Fortini), che ha costituito quel nucleo caldo da cui è stato possibile lanciare la poesia civile in Italia, ma per Roversi esporsi significava diventare padroni di sé più che averli, stare a distanza per non contaminarsi e prendere forma stabile in un mondo instabile. Un mondo in cui la verità poetica è figlia di un intenso “corpo a corpo” con la realtà, così da rappresentare nell’opera finita l’impegno civile, la forza della denuncia e della ragione, come instancabili imperativi morali, necessari ad una specifica esigenza di cultura senza la quale scrivere con distacco, senza gettarsi nella tensione sociale, è come fornicare, accettare cioè un rito del corpo e non l’emozione della mente che pure porta con sé quell’istinto. Sono evidenti, in questa manifestazione poetica lirico-eversiva, inizialmente critica nei confronti dello sperimentalismo come puro slancio ludico, e, in seguito, favorevole a che la parola prevalesse sulla forma, i segni oggettivi e semantici di una indefessa convinzione di fare della letteratura uno strumento politico, multiplo di sé stesso, capace di radicarsi all’interno di un pensiero conclamato secondo cui il sistema-mondo non è migliorabile. Attorno all’esilio volontario di Roversi girano anche delle piccole e grandi leggende, come sostiene Daniele Piccini[1], uniche nel genere dell’artista in totale conflitto con l’establishment culturale italiano, il cui senso però non è di trasgressione ma di avversione, di manifestazione sentita del proprio pensiero e non iperbolica matrice della controcultura, da cui molto spontaneamente e con conseguenze niente affatto leggere il poeta si pone l’obiettivo di respingere la morte, etica e sociale, di perseverare, quindi, in un atteggiamento morale, nel tentativo di ristabilire la dignità all’uomo, anche se più specificatamente isolarsi si confà alla convinzione che il mondo è spietato, severo e che non si cambia. Convinzione secondo cui, visti i pregressi e i sacrifici di uomini niente affatto invisi all’opinione pubblica, anche in tempi recentissimi ai nostri, il senso del mondo non viene scalfito perché continua a reggersi comunque su un conflitto autoritario. C’è chi dà la sua vita per questo, per cambiare il mondo, e chi la sua vita la tutela per non spenderla nel commercio futile degli incontri e degli scambi quotidiani, nell’affanno di obblighi borghesi, esattamente come suggerisce di fare Costantinos Kavafis in una sua bellissima poesia. Mi piace pensare a questa ipotesi reazionaria più che rivoluzionaria di Roversi, convincendosi che egli non abbia affatto sprecato la sua esistenza affinché altri potessero raccoglierla non per farne tesoro ma per dilapidarla, non per farne merito ma speculazione.





Roberto Roversi


Questo fece Roversi, non sprecò la sua vita secondo logiche consumistiche e la sostenne ad essere tale stando in disparte, osservando criticamente da una posizione privata e non assediata, niente affatto rissosa, il mutare della società italiana. Esiliandosi volontariamente nella sua nativa Bologna perché il mondo circostante l’offendeva, egli è riuscito a mantenere intatto il suo ordine di idee. Ci pare questo, oggi, a ridosso dei diversi commenti che si aggiungono di ora in ora nei blog e nella rete, il dato più selettivo e prospiciente la personalità di Roberto Roversi. Un mondo circostante che offendeva così tanto il nostro scrittore da spingerlo a sottrarsi intelligentemente al meccanismo dell’industria del libro, che chiede di essere in prima linea anche se non lo si desidera, di dire anche ciò che non si pensa. Tant’è che Roversi i suoi libri li distribuiva a mano, attraverso la sua libreria privata, “Palmaverde”, in ciclostile, oppure in poche copie speciali per amici speciali, senza piegarsi ai diktat dell’industria culturale. Il suo intento profondo era agire negandosi, in quanto consapevole della violenza e della riottosità del mondo che lascia all’individuo come unico spazio di azione quello privato e, come unico motivo di vita, il ritirarsi. Il ritirarsi di Roversi non è vigliaccheria ma lezione di vita: se il mondo non si cambia almeno non si è complice nel peggiorarlo. Tutto il mondo sensibile di Roversi sta dentro un’operazione della mente, dentro un concerto di idee che il poeta ha provveduto spontaneamente a diffondere, senza sentirsi investito da una direttiva né commerciale e né egoistica, ed essere, di conseguenza, meno letto di Pasolini, che amava gettare pietre che fanno male. I libri di Roversi sono decisamente sperimentali e sono anche difficili da reperire, da quando a metà degli anni Sessanta, dopo aver pubblicato sia con Feltrinelli che con Einaudi, invertì la sua rotta di uomo di cultura rifiutandosi categoricamente di partecipare al vasto consorzio dell’editoria. Il suo mondo divenne la libreria “Palmaverde” di Bologna, che per tanti anni gestì insieme alla moglie Elena, ed anche questo lo fece fino a quando, sicuramente impedito dall’avanzare dell’età (Roversi è morto ad ottantanove anni, il 15 settembre 2012) non maturò il progetto di donare ad una Coop locale l’intero patrimonio dei suoi libri.

Il mondo poetico di Roversi è dunque privato nel suo atto umano, ma pubblico nella sua costituzione morale. La sua riservatezza e privatezza di uomo non sono da confondersi con l’opera che viene preservata e difesa dall’aggressione del capitalismo, mostrata ad un pubblico di pochi eletti in quanto gli attenti fruitori sono grandine improvvise, acquazzoni nella calma del sereno. L’opera di Roversi è rivolta al mondo, ma il mondo non è all’altezza della sua opera, per cui il poeta nasconde quello che sarà opportuno svelare in un tempo futuro, quando, si pera, ci sarà maggiore attenzione. La privatezza di Roversi è dunque parabola esistenziale che fa di lui il paradigma del poeta perché esiliato, quindi capace da sé di crearsi un altro spazio in cui agire, in cui riflettere. La poetica di Roversi scatena la curiosità di indagare, di andare a vedere quel complicato filo che tiene ferma la sua mano sulla pagina, senza soggiacere alle critiche e al sistema del commercio. Scrive Walter Pedullà, in un contributo sul romanziere-Roversi e non sul poeta-Roversi, autore, a suo giudizio, dell’unico vero romanzo che meglio lo rappresenta dentro il vasto panorama conflittuale dello sperimentalismo e della neoavanguardia, dal titolo Registrazione di eventi (1964), quanto segue:

 

«Il moralista si è alleato col lirico e insieme orchestrano musica con molti strumenti di percussione. L’io più diviso è disintegrato dai colpi che arrivano dall’interno. L’informale in Roversi è furibondo allenamento mentale: nulla può essere detto senza che dal discorso si sprigioni energia. Difficile per ora immaginare che essa possa essere finalizzata a obiettivi politici: quindi il suicidio. Ma la cultura ha il dovere di tenere elettrico il campo di tensione che è un romanzo. E così la prosa di Roversi avanza incessantemente per corti circuiti. Il narratore bolognese non teme gli incendi: semmai li provoca questa scrittura che fa fuoco e fiamme in ogni pagina[2]».

 

Il giudizio di Walter Pedullà allinea la figura di Roversi al suo endemico appartenere. Roversi così come è stato un romanziere incendiario, è stato soprattutto un mirabile poeta al dettaglio, uno scrittore di frontiera il cui eco non avrebbe tardato a spargersi nonostante il carattere eremita della sua impresa. Tutto il mondo barbaro e insensibile continua a stare fuori da quella libreria, persevera a vivere nella parte restante della società borghese, brutale, ingorda ed egoista. Per capire il tessuto sociale italiano Roversi si fa poeta già nel 1942, ma non è sufficiente. Così riordina le sue idee, soprattutto la visione d’insieme di un mondo superstite che emerge dai bombardamenti e da ciò che rimane dell’Italia del dopoguerra, e scrive nel 1962 la silloge Dopo Campoformio. Raccolta di poesia in cui si manifesta sin dal titolo un sentimento del tempo intriso di conflittualità, di grigiore, di rabbia, di sacrificio di una nazione e del suo popolo; un sentimento strozzato che vuole urlare perché è in rapida ascesa sulla nuova Italia post-fascista un’altra dittatura. Il desiderio di non compromettersi più con qualsivoglia potere domina le scelte letterarie di Roversi: in questa fase il poeta è un ideologo intransigente. La contemporaneità, però, si rifà sull’opera e insegna che la sua nebulosità è troppo fitta e intricata per essere compresa con la sola poesia. Così Roversi decide di aggiungere mestiere a mestiere, passione a passione, significato a significato. Egli si fa giornalista, scrittore e paroliere.

Scrive, ad esempio, per Lucio Dalla (anch’egli bolognese e scomparso di recente) testi che faranno da base a canzoni imperdibili. L’autonomia della letteratura, l’espressività della neoavanguardia, il fuoco della sua “parola”, il plurilinguismo, al contempo amato e odiato, diventano per Roversi il segno distintivo del suo modulo espressivo in cui si dirama, per rivelarsi qual è, cioè complessa, la realtà. La poesia è il canale non più privilegiato per dire le cose, ma il più offeso e umiliato dal sistema capitalistico, canale con cui Roversi decide di confermare subito l’egoismo e la spietatezza di una precisa e maggioritaria società italiana. Per la parte restante di essa egli avrà parole migliori, darà voce a miti e a simboli quale Tazio Nuvolari, avrà in sostanza bisogno di spazio nuovo (i giornali, tutti di sinistra, con cui collaborerà fino a quando ne sente il bisogno civile e non editoriale) e di tempo libero, davvero ricreativo, per scrivere testi per canzoni. In questo modo Roberto Roversi trova la sintesi ottimale della sua attività poetico-intellettuale. Come Pasolini ha avuto bisogno del cinema per meglio addentrarsi nel magma, così Roversi ha avuto bisogno di cantautori come Lucio Dalla e il gruppo “Gli Stadio”, in reciproco affiatamento, per stimolare la propria fantasia, per rallegrarsi e rendere leggera la vita che sempre più sa di sfida acerrima. La poesia, dunque! Elemento centrale di questa riflessione.

È con le raccolte Dopo Campoformio (1962) e Descrizioni in atto (1963-1969) del 1970, fino a L’Italia sepolta sotto la neve (1989), poi riedita nel 2010, che Roversi esprime il senso di quella inconciliabilità tra esigenza di cambiamento ed esigenza di sopravvivenza. Atti concreti di un popolo, quello italiano, sempre più nemico di sé stesso. Roversi, infatti, si proclama poeta di “patria” ma per la cultura che l’ha resa pulita agli occhi del mondo e non per la politica che l’ha resa povera e indifesa. I versi del poeta sono in qualche modo scagliati sulla pagina per addentrarsi con specifica soluzione nella polisemia dei valori e dei contenuti a lui più evidenti: versi che contengono una sorta di violenza sotterranea, una temperie silente, controllata nella sua forza dirompente: in sostanza una misura lirica che sottende atti politico-civili. Le poesie di Roberto Roversi, i suoi poemetti, sono esattamente come il ricordo montaliano che giace nel ricolmo secchio: c’è in loro una pienezza espressiva, un rigore metrico-lessicale proprio della tradizione e insieme l’esplosione congenita della sintassi che scatena la neoavanguardia. Si palesa in questo modo il bisogno tutto letterario, essenziale, anticonformista, di parlare non tanto all’individuo, ma ad una intera nazione, il dovere di chi vuole avvertire il prossimo che il destino che porta ad auto-isolarsi, a condurre una vita eremitica, non è poi così peregrino. Dunque, bisogna prestare attenzione al mondo e a come esso si muove se non si vuole finire calpestati!





Le tracce del percorso esistenziale sono quelle più care a Roversi. Il significato della ricostruzione, civile e morale, che investe la sua opera come esigenza sia privata che storica, vede il poeta agitarsi e mettere in luce le ipocrisie e le strategie dello sviluppo sociale quali motivi che determinano la perdita definitiva di un’Italia “del cuore”, contadina, saggia e passionale. Diventa un’Italia “sotto la neve” quella di Roversi. Un’Italia coperta di gelo politico, culturale, fredda con sé stessa, incapace di comunicare, drogata di retorica populistica, di viscerale bisogno di cambiamento, mentre il Paese precipita sempre più verso il suo abisso. La poesia ci dà pochi e labili motivi per essere ottimisti, per sperare sul serio in un cambiamento, tant’è che Roversi questi motivi li sottoscrive nella sua opera e non li mitiga, nonostante sia stato un poeta più “leggero” rispetto ai contigui Pagliarani, Sanguineti, Fortini e Pasolini, legati dall’esigenza di comunicare le cose in maniera dura e cruda. Roversi ha il merito di far partecipare il lettore ad un profondo palpito esistenziale, civile, ad un profondo richiamo dei significati, al senso evolutivo di una storia-patria, evitando così di farci fare la figura degli ingenui, dei cretini. La figura, insomma, dei soliti italiani ignoranti e sprovveduti!

 

da DOPO CAMPOFORMIO

 

Una terra

[V. Il dolore d’essere dimenticati ]

 

L’erba è gialla, pietre; il cimitero

con gli ulivi e cipressi sbiaditi.

Anche nella pace i morti

non hanno tregua, risaliti

dal profondo si stringono le mani

rotte dalla fatica.

Madri stroncate dalle gravidanze,

invecchiate con pazienza infinita su reti,

uomini stanchi più dell’aria d’autunno:

con il viso inchiodato fra due date

sanno che non c’è pianto non gridato

né un giorno senza male: che la vita

nel dolore fu tutta patita.

Rimpiangono solo l’oblio dei vivi,

d’essere dimenticati in poche ore.

I ricchi almeno

hanno il nome dipinto nelle prore

delle barche che rosse sul lido

con gli alberi e vele ammainate

attendono la piena primavera

per gettarsi con un grido sui branchi

morbidi e azzurri

nelle calme correnti verso l’Africa.

                                      

                                 *

 

da LE DESCRIZIONI IN ATTO

 

Decima descrizione in atto

V.

 

Accendere una sigaretta (fumata dopo sei anni)

il potere agli operai e ai contadini

– si elidono a vicenda sopraffatti

da queste contraddizioni che non distinguono

fra la necessità e il bisogno, fra chi

(si può dire) di una corda che si sfilaccia

trattiene il bandolo e colui che esautorato esausto

si lascia colpire dal canapo alla faccia.

L’affare è grave e merita considerazione

Oggetto di ogni disputa, nel caldo della stanza

mentre fuori si apre al mondo

distrutto dall’acquazzone

e rigurgita una cloaca con la gola di vacca

e si fa notte fra i lampi

e una pietà di noi si distende sopra le forme immobili

(con noi) nell’attesa perfida dello spettacolo

– la consumata mente, l’usura, il sillogismo,

il calembour sul titolo di chi si compiace al caffè –

è

la fine del mondo, un’arca ribaltata,

sulle pianure le ossa della città

– allora tu dici che il momento del contrasto

si invera in una nuova necessità: (questo è il punto),

ognuno di noi che sediamo

sillogizza ma non opera, la disputa si fa arcaica

e tutti noi (il giro del dito è ampio)

degradiamo nella mistificazione.

Accendere una sigaretta.

Sono anni bui o sono anni nuovi?

Per la verità credo che il buio

sia il buio arcigno tetro gelido perfetto

che sia una luce nuova.

 

                                       *

 

da L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE

 

(Parte quarta, Le trenta miserie d’Italia)

XII.

 

La miseria della misera Italia numero dodici

la testa in fiamme la sterpaglia

della festa dei pensieri paglia che

avvampa brucia fra braci di fumo.

Si consumano notizie mescolate al ricordo

di vecchie età

l’armamentario sul carro della vita in corsa

è spazio di fresca primavera.

Altrove polvere sollevata dall’auto nella strada di campagna

odora di mele mentre il merlo s’allontana

stride forte a filo dell’erba lungo il mare

siepi siepi siepi di oleandri abbandonati e

pini scavezzati dai venti secolari camminano a terra.

Può la morte ordire il suo acuminato massacro

ridurre in cenere il delfino

il vascello in fuoco

la sovrastante nuvola in ciclone e

travolgere la vita?

Il fervore trascinato in gorgo

l’esistente in un attimo è scomparso

giovinezza è il ricordo poi sull’occhio ottuso

del cielo interminabile di tetti

e alla fine dimenticare la tomba

dei vecchi eroi?

Quante primavere gli uomini fuggitivi

abbandonano alle giovani ali che arrivano portate dal

garbino?

Si può considerare l’opportunità di non rassegnarsi

bruciare il carro del vincitore

anche le nostre bandiere.

Per favore.[3]

 

 

 

 

 

 

                                      



[1] http://www.poesia.it, Poesia al fuoco della Storia, di D. Piccini.

[2] La letteratura verso la contestazione, di W. Pedullà in Storia generale della letteratura italiana, a cura di W. Pedullà e N. Borsellino, (vol. XV), p. 221, Motta ed., Milano, 2004.

[3] Tutti i testi poetici sono stati tratti dal contributo di Daniele Piccini, Roberto Roversi poesia al fuoco della Storia (http://www.poesia.it,)




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