LUOGO COMUNE
SAGGI
“Antiphasis”
– Da Postumia
(postilla critica)


      
Una breve nota riflessiva per contestualizzare il saggio che pubblichiamo a parte, scritto in un momento cruciale della storia contemporanea che sancì il definitivo crollo dell’impero sovietico e dei suoi satelliti, e la messa in mora dell’idea di comunismo che, però, oggi sembra riprendere corpo, come asseriscono filosofi quali Slavoj Žižek e Alain Badiou, di fronte alla crisi post-utopica del sistema capitalista globale.
      



      

di Stefano Docimo

 

 

Così ci siamo voltati indietro, a quel lontano 1989, a quel frammento di memoria, oggi che dal lupanare della storia siamo come sospinti a "cominciare dall'inizio"[1], oggi che "La sinistra del XXI secolo può finalmente lasciarsi alle spalle l'introspezione, il pentimento e l'espiazione successivi alla caduta dell'Unione Sovietica"[2]; oggi che L'idea del comunismo sembra riprendere corpo[3]: "Oggi come allora si ritrovano zone assai estese di estrema miseria all'interno degli stessi paesi ricchi. E disuguaglianze mostruose e crescenti tra paesi e tra classi sociali. La separazione netta, soggettiva e politica, tra contadini del Terzo mondo, i disoccupati e i salariati poveri delle nostre società «sviluppate», da una parte, e le classi medie «occidentali» dall'altra, è assoluta e contrassegnata da una sorta di indifferenza carica di odio."[4]

Ci si era allontanati da qualcosa su cui oggi si ritorna a fissare lo sguardo, in controtendenza, dunque, all'alveare mediatico delle nuove privatizzazioni del «general intellect» e al conseguente furto della «proprietà intellettuale». In altre parole, parafrasando Žižek, ma anche Andrea Fumagalli: "Nel capitalismo cognitivo, l'azione sindacale non può che essere biosindacale, condizione perché la moltitudine si trasformi in sciame, partendo da sé, dalle proprie differenze, dai propri desideri, in altre parole, dalla propria vita per rivendicarne l'autonomia, la sottrazione e l'esodo dalle attuali forme di espropriazione."[5] Ma come siamo arrivati a questo punto?[6] È qui che l'analisi socio-economica di Žižek sembra attualizzarsi in modo sempre più pregante, anche se discutibile: "Le proteste del '68 focalizzarono le loro lotte contro (quelli che erano ritenuti essere) i tre pilastri del capitalismo: fabbrica, scuola e famiglia. Il risultato è stato che ogni ambito venne sottoposto a trasformazioni tipicamente postindustriali: il lavoro di fabbrica è sempre più esternalizzato o, almeno nel mondo sviluppato, riorganizzato sulle basi del lavoro di squadra interattivo, non-gerarchico e postfordista; l'educazione privata, flessibile e permanente, sta sempre più rimpiazzando l'educazione pubblica e universale; le molteplici forme delle relazioni sessuali flessibili stanno rimpiazzando la famiglia tradizionale. La sinistra perde nel momento preciso della sua vittoria: il nemico immediato è stato sconfitto, ma è stato rimpiazzato da una nuova forma di dominazione capitalistica anche più esplicita. Nel capitalismo «postmoderno», il mercato sta invadendo nuove sfere che, finora, erano considerate domini privilegiati dello Stato, dall'educazione alle prigioni e alla sicurezza."[7] Vivere da schiavi, dunque, al tempo della digitalizzazione del mercato mondiale, della Net economy e del Capitalismo divino, visto che di religione si tratta. Parafrasando lato sensu un breve frammento manoscritto di Walter Benjamin: "Non riusciamo a stringere la rete dentro la quale ci troviamo" , anche se alcuni aspetti di questa struttura religiosa del capitalismo, sono oggi riconoscibili: il culto che "non conosce alcuna dogmatica specifica, alcuna teologia (...) Il capitalismo è la celebrazione di un culto sans trêve et sans merci[8] (...) In terzo luogo, questo culto colpevolizza/indebita"[9].





Alighiero e Boetti, Senza titolo


Non è un caso, allora, che venga ripreso anche dal libro di Elettra Stimilli, fino a permearne il titolo, Il debito del vivente, quel frammento "inedito" quanto "lungimirante" di Benjamin che occupa una parte non secondaria, per non dire centrale, dell'ampia disamina del paradigma «sacrificale» come "chiave di lettura privilegiata dell'epoca moderna e delle sue forme di potere", come si legge sin dalle prime righe dell' Introduzione.[10] Se dunque, via Benjamin "L'aspetto storicamente inaudito del capitalismo risiede nel fatto che la religione non è più riforma dell'essere, bensì la sua frantumazione"[11], può apparire anche chiaro come, solo dopo aver aperto tutte le porte alla tempesta del presente, sia stato possibile, in contemporanea, gettare più d'uno sguardo ai regesta che vanno a spigolare tra le rovine d'un recente passato e che segnano drammaticamente, a loro volta, il passaggio d'una figura allegorica, quella degli spiriti animali del capitalismo, in quella che fu la tempesta che disintegrò i regimi comunisti. Oggi, quelle «immature» aspettative utopiche della maggioranza, come dichiara S.Žižek, nella Introduzione «Gli spiriti del male nelle regioni celesti» del suo voluminoso saggio Vivere alla fine dei tempi : "La gente voleva capra e cavoli: volevano libertà capitalistico-democratica e abbondanza materiale, senza dover pagare il prezzo di una vita in una «società del rischio»; ovvero, senza perdere la sicurezza e la stabilità un tempo (più o meno) garantita dai regimi comunisti. Come venne fatto doverosamente notare da sarcastici commentatori occidentali, la nobile lotta per la libertà e la giustizia si rivelò poco più che una voglia di banane e pornografia."[12] Lo possono del resto testimoniare tutti coloro che in quegli anni, come il sottoscritto, hanno frequentato quelle contrade, dove si era consumato uno dei più grandi progetti rivoluzionari dell'umanità, quello d'un cambiamento radicale di rotta, nella storia del mondo.

L'ideologia dei mercati, prevalente sino a questo momento, è stata smascherata, portando alla ribalta ancora una volta la sua vera natura storico-realistica, segnando oggi "un apocalittico punto zero. I suoi «quattro cavalieri dell'apocalisse» comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli squilibri interni al sistema stesso (problemi con la proprietà intellettuale; imminenti lotte per materie prime, cibo e acqua), e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali."[13] Ci troviamo oggi di fronte alla crisi post-utopica del sistema capitalista globale: dalla tragedia, l'attentato dell' 11 settembre 2001, alla farsa, con il crollo finanziario del 2008.[14] Sembra così, commenta sardonico Žižek "che l'utopia degli anni Novanta di Fukuyama debba morire due volte, dal momento che il crollo dell'utopia politica liberal-democratica dell'11 settembre non ha colpito l'utopia economica del mercato capitalista globale; se il collasso finanziario del 2008 ha un significato storico, allora, è come segno della faccia economica del sogno di Fukuyama."[15]

 

 

 

 



[1] Slavoj Žižek, Come cominciare dall'inizio, in L' idea di comunismo, a cura di Costas Douzinas e Slavoj Žižek, 2011 DeriveApprodi, p.232.

[2] Id. p.6, traduzione dall'inglese di Cecilia Savi.

[3] Id. p.9. Cfr. anche Alain Badiou, L'ipotesi comunista, trad. it. di L. Boni, A. Cavazzini e A. Moscati, 2011 Cronopio.

[4] Id. Alain Badiou, L'idea del comunismo, p.23.

[5] A.Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci ed., 3ª ristampa settembre 2010, p.226.

[6] Op.cit., p.248

[7] Id. (crs.vo.ns).Per quanto riguarda il passaggio al tipo di fabbrica postfordista, cfr. anche Marco Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi 2001. In particolare, la conclusione Il ritorno dell'uomo solidale che "Più che col gigantesco Gulliver, dal corpo pesante e distruttivo, è dunque con i minuscoli (ma numerosi e mobili) lillipuziani che s'identifica, praticando una saggezza che all'homo faber era sconosciuta. Per questo non assomiglia a nessun'altra figura politica che l'ha preceduto; ricorda piuttosto quella particolare e indefinibile categoria di persone che in The Invisible Writing è colta all'opera – in uno dei momenti più oscuri della vicenda sovietica, all'inizio degli anni Trenta – tra le macerie e gli orrori, silenziosa e fattiva, sobria e distante dai furori ideologici e dalle meschinità burocratiche della politica e del potere." (pp.282 e sgg.)

[8] "senza tregua e senza pietà" (ndr.)

[9] Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione. Con Boris Groys, Jochen Hörisch, Tomas Macho, Peter Sloterdijk e Peter Weibel. A cura di Marc Jongen. Edizione italiana di Stefano Franchini. Postfazione di Paolo Perticari, Mimesis ed. 2011, p.119 e sgg. "Il capitalismo, si presume, è il primo caso di un culto che non toglie il peccato, ma genera colpa/debito", id.,p. 120.

[10] Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo, 2011 Quodlibet, p.9. Leggi, cap.V Il capitalismo come religione, pp. 175-206; I. Un culto permanente, che riporta "anche se solo in nota" una serie di appunti sparsi di Benjamin., primo fra tutti il "Confronto tra le immagini dei santi di diverse religioni da un lato e le banconote di diversi stati dall'altro (...) Lo spirito, che parla dell'arte dell'ornamento delle banconote", id. p.179. Ma anche: "Centrale, nella nostra lettura, è che in ognuno dei tre autori menzionati da Benjamin venga sviluppata, con gradazioni differenti, un'originale critica dell' «ideale ascetico», che intendiamo, qui, prendere seriamente in considerazione.", id. p.206.

[11] Op.cit., Walter Benjamin, Il capitalismo come religione (ca. metà 1921),  p. 120.

[12] Slavoj Žižek, Vivere alla fine dei tempi, trad. di Carlo Salzani, Ponte alle Grazie 2011, pp.7-8.

[13] op. cit., pp.10-11

[14] S. Žižek, Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, trad. di C. Arruzza, Ponte alle Grazie 2010.

[15] op.cit., p.12.




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