LUOGO COMUNE
GIALLI D’AUTORE
Detective gaddiani tra delitti
e linguaggio


      
“Omicidio laterale” di Marq Antoni & Flavia Pasti (alias Mario Quattrucci e Alessandra Vitali) e “Dal rumore bianco” di Mariano Bàino, sono due recenti e assai notevoli esempi di romanzo di genere filtrato da una forte personalità autoriale. Che si condensa nello spessore linguistico dei libri, nella ‘caccia ai sinonimi’ che diventa non meno importante di quella ai colpevoli. Insomma, qui la scrittura rivendica la ricchezza perduta dell’italiano, frammischiato al dialetto romanesco o napoletano, come agli ‘stranierismi’ e alle gergalità alla moda.
      



      

di Francesco Muzzioli

 

 

Va molto il giallo. Occupa un ampio scaffale delle librerie (che, stante il predominio della postletteratura che vi si trova, dovrebbero chiamarsi postlibrerie), ha spazio nel cinema, abbonda nel telefilm, nel fumetto e quant’altro. Ci sarà bene un motivo! Forse è la cura omeopatica per l’abbondanza di delitti in una civiltà che sente salire l’imbarbarimento, con la rassicurazione che i responsabili saranno puniti. Forse è quella perfetta “struttura tonale” che individuò a suo tempo Eco, l’arco tra ordine, infrazione e ripristino dell’ordine. Insomma, se esistesse la critica e se la critica esistesse nella forma di critica dell’ideologia, ci sarebbe da interrogarsi sull’ideologia del giallo e non solo registrare sociologicamente il dato della alta quantità del suo consumo.

E forse questa indagine non sarebbe tutta a discredito. Infatti, a fronte dell’altro genere imperversante in quest’epoca di sovrapproduzione dei generi, il fantasy dico, il giallo può vantare alcune note di merito. Mentre il fantasy è pura immaginazione, un sogno ad occhi aperti, quindi disponibile a facilonerie («Il invente!”, protestava ai suoi tempi Verne), invece il giallo ha bisogno almeno di un meccanismo logico e quindi di un contributo della logica. Mentre il fantasy si concentra sullo scontro ancestrale tra il Bene e il Male assoluti, scontro risolto da Eroi con la maiuscola dotati di superpoteri magici, il giallo si fonda sulla ricerca della verità nel mondo reale, da parte di un eroe superiore solo per intelligenza, non per vigoria. Tanto più nel noir, dove un detective con molti difetti ripristina l’ordine, se lo fa, solo dopo essersi reso conto della relatività del bene e del male e dunque della inconsistenza di ogni manicheismo. Che poi, ugualmente, si possa sboccare in un umanitarismo generico e la minuscola possa tornare maiuscola in capo a un eroe solitario (a sua volta un individuo-santo) è la ragione per cui anche il noir può trovare il suo posto nell’odierno sistema dei generi gratificanti e consolatori. Tale sistema, però, può essere, se non infranto, almeno eroso e incrinato dal giallo d’autore – dove per autore s’intende uno scrittore attivo in linguaggi plurimi e complessi, dotato non solo di stile, ma di una “posizione autoriale”.





Consideriamo allora due recenti gialli d’autore: Omicidio laterale, di Marq Antoni & Flavia Pasti (Robin) e Dal rumore bianco di Mariano Bàino (Ad est dell’equatore).

Il primo contiene l’interrogativo nella stessa designazione degli autori, che non sono altri che i personaggi narratori del libro, già presenti in precedenti indagini del commissario Marè e in particolare nel libro scritto da Mario Quattrucci insieme ad Alessandra Vitali (Che spettacolo commissario Marè). I personaggi diventano pseudonimi degli autori? Molto probabilmente, ma con un’aggiunta di un ulteriore complicazione perché nel risvolto di copertina gli pseudonimi sono sciolti a favore degli altrettanto fantomatici Marc Quentin Antonini e Vitaliana Sandri. I presunti veri autori essendo menzionati solo nei ringraziamenti, si prepara un bel gioco di attribuzione per i bibliotecari che si troveranno a dover schedare il libro. Ma, al di là di questo enigma autoriale, è evidente che Quattrucci, con l’aiuto della Vitali, ha voluto segnalare un cambio di scrittura nel suo ciclo, l’abbandono dei risvolti malinconici e anche gastronomici di Marè, verso un’azione più disinvolta, con tratti di parodia del poliziesco nella modalità hardboiled, già sperimentata con La formula, in cui, non a caso, nasceva il personaggio di Marq Antoni.

Entrando nel testo, Omicidio laterale sottolinea, appunto, la “lateralità”. L’indagine, infatti, s’immerge nel marcio della collusione affari-mafia-politica e tuttavia si appunta (come richiede il giallo classico) su di un gruppo limitato di personaggi che non sono nel cuore della rete. Ciò significa che sarebbe troppo comodo rimettere i delitti sul conto di una organizzazione criminale che sarebbe un colpevole anonimo e senza volto: l’individuazione indica che le responsabilità singole rimangono tutte, per quanto laterali esse siano. Se ne potrebbe trarre una utile indicazione riguardo al “realismo”, oggi tanto strombazzato: e va bene, che realismo sia, ma che sia un realismo decentrato, che lasci al reportage di fare il suo mestiere e si attesti sui margini, sugli effetti, sui cascami del degrado morale e civile, da sempre obiettivo della scrittura di Quattrucci in prosa e in versi. Qui, nell’esito affidato al binomio Antoni & Pasti, caratterizzato ancora una volta da un forte spessore di linguaggio, prima di tutto nel dinamismo della postazione narrativa, alternata tra le due prime persone dei narratori, e poi nel plurilinguismo di lingua e dialetto, con il brillante riutilizzo di modi di dire tipici, gli inserimenti di lingua straniera e il gergo di Antoni, le precise citazioni di marche e termini della moda di Pasti.

Il caso di Bàino presenta analogie con Quattrucci, ad esempio una comune ascendenza gaddiana (l’investigatore di Dal rumore bianco si chiama Ingravoglia), ma anche differenze. Intanto Bàino non è (o non ancora) un giallista seriale, è alla prima prova in materia; poi, c’è la differenza ambientale e linguistica del napoletano invece del romanesco; infine, l’orologio della storia non è il presente, ma il passato, da alcuni indizi collocabile negli anni Sessanta. Ma si tratta di rilievi superficiali, veniamo alla sostanza: il detective di Bàino è convenientemente abbassato; non è nemmeno un commissario ma un vice; è poco diplomatico, tant’è che finirà trasferito; viene da fuori (dall’Irpinia, un po’ come l’Ingravallo molisano) e rimane estraneo al fascino e al mito partenopeo. Lupo solitario e disilluso – come noir vuole – rimane un antieroe, per quanto premiato, ma in extremis e quasi fuori dello scioglimento canonico, dall’angelo dell’eros. Da notare che lo svolgersi della ricerca è condotto non già con il tradizionale metodo indiziario, bensì con il ricorso alla percezione, in vari punti distratta ma proprio perciò collegata alle vibrazioni del bambino sensitivo (mi ha ricordato alcuni personaggi di Philip Dick), che risulteranno decisive. Ma in definitiva l’acquisizione della verità appare meno importante dello spiazzamento della realtà, tanto che il cadavere femminile infine ritrovato non è quello della ragazza che si cercava.





Helmut Newton, dalla serie "Corpi di reato"


Anche la scrittura di Bàino è ad alto spettro, anche la sua voce narrante si sdoppia (nel suo caso tra prima e terza persona), anche qui lingua e dialetto si mescolano, e insieme a un aspetto citazionista e ironico sono forti gli interventi delle invenzioni metaforiche. In entrambi i libri avverto una sorta di “caccia ai sinonimi”. Che non è soltanto la fobia stilistica per le melense ripetizioni che ammorbano la narrativa attuale, e neppure una nostalgica rivendicazione della ricchezza perduta della lingua italiana. Mi pare, inserita nella trama del giallo, che la “caccia ai sinonimi” o “bizzarria variantistica” che dir si voglia, riproduca nell’ambito del linguaggio il procedere della ricerca del colpevole: così come gli indiziati vanno tutti messi alla prova, tanto che in entrambi i casi praticamente la soluzione viene lasciata al lettore, perché non è importante la chiusura, ma la ricerca stessa; altrettanto tutti i sinonimi devono essere messi alla prova sulla pagina, saggiati, interrogati ed abbandonati l’uno dopo l’altro, perché l’importante è appunto verificare lo stato del linguaggio. Certo in questo modo la lingua del giallo risulta un po’ inusuale per gli amanti del genere, si avvicina tendenzialmente al livello della poesia. E infatti gli autori sono poeti. Sia Quattrucci che Bàino sono allora poeti prestati al romanzo giallo? Forse, in questi tempi di povertà narrativa e di andazzo corrivo (“racconto dunque sono”, si sente affermare, poveri noi), sarebbe più esatto dire che solo ai poeti è dato scrivere romanzi degni del nome.




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