LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (VI)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Inutile, non riesco a leggere. Nemmeno spiando il generale per ore intere. Non ci riesco. Le righe si accavallano, a ogni sillaba mi chiedo che faccio.

I romanzi russi dell’Ottocento, i francesi tra le guerre. Ne leggevamo uno al giorno a prescindere dalla mole; tu sul terrazzo, estate o inverno, io in camera da letto. Segregate fino all’ultima pagina. Poi a tavola, tra insaccati di Calabria e rossi greci densi come sanguinaccio. Non finivi mai di parlarne, farli a pezzi, penetrarli da tutt’i lati con l’emozione di chi per accidente si trovi a svelare un mistero dopo l’altro sotto gli occhi sgomenti di un uditorio ammaliato. Fruire è stuprare, dicevi esagerando come sempre, un’oliva in bocca. Ogni volta era licenziare una stagione e accoglierne un’altra occhi chiusi e braccia aperte. Ne uscivamo diverse, trasfigurate, pronte a propagare il contagio.

Ma i libri d’oggi. Dio. Grado zero, sottozero, approssimazione sintattica, lessicale, nullità del pensiero, mimesi del parlato, non per scelta ― sarebbe magnifico ―: per pura inettitudine. Premî e lodi, strilli e grancasse ma la noia. Non hanno misericordia. Sono convinti di poter scrivere qualunque cosa. Quando capiranno che senza lavoro sulla lingua è il deserto? che la parola va scelta pesata lucidata staccata dalla carne fonema per fonema? Ogni ora stampano tonnellate di carta, racconti narcotici, romanzi fiume, e sanno fare a stento la propria firma. Centinaia di migliaia, milioni di copie: chi le comprerà? È possibile che qualcuno si lavi, si vesta, esca di casa, salti su un autobus gremito e fetente, chieda dov’è la fermata, scenda badando a non cadere, si guardi intorno, cerchi fra mille l’insegna, si faccia largo nel carnaio, entri, aspetti paziente il proprio turno, tiri fuori un foglietto dalla tasca con su scritto titolo e nome dell’autore, prenda il tesoro, vada alla cassa, si metta in fila, paghi, intaschi la ricevuta e si rituffi nella torma, per poi passare giorni, mesi con un’opera di costoro? Ne trovassi uno gli direi via il cappotto, siedi, vèrsati da bere, dimmi perché.

E i critici?

Perfino i migliori pèrdono il senno, non conto più le abiure di quelli che ho sempre reputato maestri. Sai che dicono? Che l’impegno sulla forma è ansia di perfezione, che perfezione equivale a controllo delle idee, limpidezza espositiva, concatenazione di temi e vicende.

Vicende? Santoddio, come le storie del nonno, le fiabe che inventi per addormentare i tuoi figli, le ciarle da caffè.

Dicono che l’opera deve giovare alla civile convivenza degli uomini, perché se nuocesse meglio sarebbe non fosse stata scritta. Follie. Scambiano l’arte con l’etica, la religione, la medicina, la sociologia. Stile è sostanza. L’arte non può nuocere, neanche quando inneggia alla degenerazione, alla crudeltà, al nulla. Semmai nuoce se crede di giovare. E che significa nuocere, giovare? Me ne infischio degli uomini e della loro civile convivenza, io li brucerei nelle case, raderei al suolo le loro torri. Musica è significato. Modellare una frase è scolpire il pensiero. Razza di mentecatti, turbe di mediocri, per voi dovrei scrivere? Piuttosto mi taglio la mano, la metto nel forno, nel tritatutto, sotto un treno.

Non un racconto: un film, ne farò un film. Senza musica, né montaggio: un solo piano sequenza. Presa diretta, dialoghi confusi. Bidoni come santuarî. Pattume come cancro dell’Occidente e loro riscatto. Inquadrature dal basso: monumentali.

L’epopea dei reietti.

Puro. Arcaico. Straziante.

 

 

Ho tardato ad aprirgli e mi ha rinchiusa nel sottoscala. Ben mi stia. Fortuna c’è da scrivere, anche se la carta non è granché e la poca luce mi farà sbagliare. Devi accontentarti.

Niente paura, fra poco tornerà: il ventisette è giorno di teatro. Io non riesco più a leggere ma lui ne divora due al giorno, poi corre qua per mettere in scena i momenti migliori. Lettura fotografica, dice: basta farsi occhio, evitando eco e pronuncia delle parole in testa. Trenta secondi a pagina, non di più. Due in un giorno, pensa: non so quanto capisca leggendo così in fretta e senza echi, ma noi ci saremmo vendute per molto meno nelle nostre clausure.

Arriva prima dell’alba con una faccia da luna piena, due sporte di cibo e tre abiti nuovi: il terzo per il pubblico, un manichino alto fino al soffitto che dorme in garage ventinove giorni al mese. Ci buttiamo nella vasca, lo lavo, mi lava, ripassiamo la trama, mi veste, lo vesto, piazza le luci, scelgo le musiche, sistemiamo i fondali, brindiamo con frasi famose e via.

L’ultima volta è durata un’eternità. La mattina mi ha fatta spogliare sùbito dopo avermi vestita, ha indicato il letto e m’ha ordinato di sdraiarmi con lentezza placida e compiaciuta, dorso sui cuscini, una gamba allungata sul materasso, l’altra piegata, un piede nel vuoto, come la Danae del quadro. Se mi sposi ti faccio un regalo, ha detto con gli occhi lucidi. Tremava, sembrava davvero emozionato, avrebbe dovuto fare l’attore. Io invece mi sentivo buffa: dimenticavo le battute, dovevo inventarle di continuo non avendo nessun’altra guida che la sua espressione.

Che regalo? Tutto il denaro che ci vuole per coprirti sopra e sotto. Ha aperto il portafogli, si è steso accanto a me e mi seppellito nelle banconote. Io dicevo guarda lì, sul ginocchio, c’è uno spazio vuoto, e lui lo riempiva col fiato grosso. Quanti saranno? Forse cinquanta. Sposami e ne avrai il doppio: quelli che servono per coprirti sopra e sotto. No. Sposami, ha gridato scagliando il portafogli in testa al manichino. M’è saltato addosso e ha cominciato a colpirmi con la scusa di spazzar via i biglietti. Poi ha fatto l’amore fino a sera. Gode un mondo a vedermi docile e dolente. E io a farglielo credere.

 

 

Sono le nove e ancora non arriva. Ho sete. Mi manca l’aria. Perdo sangue dal naso.

Stai pensando che devo lasciarlo, vero? Già, e magari cambiare nome, faccia, colore dei capelli. Fuori discussione, amore mio, assolutamente fuori discussione. Io sono libera di cacciarlo quando voglio perché questa è casa mia. È che non voglio, ecco tutto. Che farei se non sapessi che la porta da un momento all’altro si aprirà e lui si staglierà nella luce delle scale carico di cibo mostrandomi il vestito nuovo appena stirato: guarda, non è stupendo? E senza quegli occhi di raso che seguono ogni mio gesto e mi risucchiano come buchi neri anche a miglia di distanza? Senza i premî e i castighi con cui sa scandire il tempo e dargli senso?

È bello consegnarsi a lui. Ha letto tutti i libri. Conosce popoli usanze continenti. Non c’è cosa che non sappia, mistero che non penetri, dilemma che non sciolga con un guizzo. Da lui ho imparato che l’arte sgorga dall’ira, perciò è visione, eccesso, sfondamento del limite, non veduta e misura. Che siamo assediati dal male: ne sentiamo ovunque l’afrore e ci ostiniamo a crederlo un’eccezione. Che ordine e morale sono menzogne, perché siamo fatti della stessa pasta delle meteore e delle stelle: sorde e cieche le prime, esplose da millennî le seconde. Che la redenzione è di chi regge il filo rosso tra letizia e dolore e riesce a non reciderlo, nemmeno quando scotta.

È un incanto guardarlo lavorare. Lo permette di rado ma quelle volte mi marchiano a fuoco. Fluttuo mentre palpa i tessuti e ne valuta trama consistenza colore mordendosi le labbra. Li srotola sul banco, ne pressa i bordi coi polsi, li fissa come un pittore la tela, poi si scuote dal torpore, impugna il gesso e traccia linee, inseguendo un insieme a lui solo noto. Ho paura quando afferra la forbice nera e affonda le lame contraendo i muscoli delle braccia, dell’addome; ma che emozione vederlo affrontare i lembi con poche mosse sapienti, infilzare la cruna al primo colpo e imbastire senza pungersi, soffiando dopo ogni gugliata. Dice che potrebbe farlo a occhi chiusi. E spesso li chiude davvero: per aumentare l’impegno, per mettersi alla prova e gloriarsi dei proprî trionfi, dimostrando d’esser fatto solo e soltanto per questo.

Un incanto.

La mia guida.

Il mio carapace.

A volte è duro, inutile negarlo. Non mi riferisco a oggi: niente, meno di niente rispetto a quando s’infuria senza motivo, prende la scatola, scioglie il laccio, li tira fuori per le code, me li lancia addosso e incrocia le braccia baciandosi una spalla per soffocare i singhiozzi (non riesco mai a capire se piange sul serio o se lo fa per commuovermi, ma che importa?). Sono io a costringerlo. Deve farlo, altrimenti cosa non mi permetterei? Ormai mi conosco troppo per non sapere che l’eccessiva libertà mi rende insopportabile, ingrata, perfino insolente.





Valeria Floris, Saskia, 2008


Tempo fa mi pregò in ginocchio di mangiare la torta ai mirtilli che aveva preparato trasformando la cucina in un fastoso scenario in cui la sua mole danzava con la grazia di: una fetta, una sola, guarda, più affilata d’un’ostia, stai sparendo. E masticava di gusto per invogliarmi, leccandosi le labbra, portando le mani alla bocca gomiti alzati, quasi non esistesse altro che quel grumo vischioso, la cui sola vista mi tagliava il respiro.

Faccio di tutto per assecondarlo, ma qualcosa che non capisco mi impedisce di spingere fino in fondo la mia sottomissione, sebbene quella sia la mia forma, la mia vera volontà (tu lo sai più di chiunque altro, anche se non hai mai osato dirlo).

Cos’è un angolo di torta? Si manda giù in un lampo. E in un lampo lo addento. Per risputarlo intero nella pattumiera non appena lui volta le spalle. Fisso la macchia livida rigata di giallo, non ho occhi che per lei, premo le nocche sullo sterno come quando trovo il colore giusto, la fisso e dico che credevi di fare? hai perso anche stavolta, strada sbarrata, non ce n’è per nessuno.

Ribellione? spirito d’indipendenza? di rivalsa? Peggio: avevo dimenticato l’ordine, completamente rimosso. Sì, era un momento difficile per me*: a un tratto stecchivo in un sonno di piombo, una specie di coma da cui stentavo a scuotermi. Ma questo bastava ad assolvermi? Così, quando mi afferrò le caviglie e mi buttò in cantina pensai è giusto; sentii la scatola aprirsi, le bestie squittire, la chiave girare tre volte nella toppa, e dissi lo merito, equa condanna.

Non so quanto tempo passai là dentro. Ricordo solo le orecchie dritte, quei corpiciattoli invertebrati che si guardavano e mi saltavano sopra: si arrampicavano sui polpacci, scivolavano, impietrivano un istante, concertavano il piano e ritentavano la scalata. Il più piccolo mi si rannicchia tra i piedi, si rovescia, e un lungo tremito lo scuote. Richiamo le ultime forze e lo allontano con un calcio. Mentre tutti gli girano attorno smarriti il padre gli stringe la coda fra i denti, lo trascina in un canto e si ferma a scrutarlo, colpendolo ogni tanto col muso per capire se è vivo. Dovevo a ogni costo resistere alla vertigine. Sapevo che il solo modo di dominarla era abbandonarsi. Pensai al momento in cui la porta si sarebbe riaperta e ci riuscii, salmodiando una filastrocca al contrario per far passare il tempo. Drizzo la schiena, frego la nuca contro il muro e rollo sul fondo dell’oceano, tra orche bambine, nodi d’alghe. Ripresi a respirare solo quando lo vidi. Mentre mi torceva i polsi e mi strappava i capelli lo imploravo di non avere pietà: schiacciami, fàmmi schizzare il cervello. Sospira, sbarra la bocca come un pesce a secco e allarga la morsa. Poi mi sbatte sul banco, mi incastra la testa tra le ganasce e inizia a girare la leva, finché tutto si spegne.

Mi sveglio accanto a lui. Singhiozza. Gli lecco le lacrime e resto così, ore, senza muovermi: toccami, non sono ancora sparita, ne farai un’altra, mangerò tutto, anche le briciole.

Era triste mentre mi tamponava le tempie col fazzoletto, quasi pentito della sua generosità. E ne aveva ben donde.

Non sapevo che fare per guadagnarmi il perdono e fargli tornare il sorriso. Glielo prendo e lo tengo stretto tutta la notte, accarezzandogli le gambe, l’inguine, i capezzoli, il solco dei glutei, senza smettere neanche un momento, per fargli sentire la totalità, il nitore del mio pentimento. Intanto le ferite bruciano, il sangue cola a fiotti, e non posso darmi pace. La trovo poco prima dell’alba, quando mi gira sul fianco serrandomi la gola e consuma in tre colpi di reni tutto il suo sdegno. Mi scuote come la fiera il carcame, ingiuriandomi, pestandomi. Più la sua forza mi opprime più la sento legittima. Al culmine cerca la carne ma non trova che spigoli, ossa da far schifo a una iena affamata. Speravo che stringesse fino a sgozzarmi per aumentare il piacere della sua sacrosanta rivalsa. Invece si lasciò cadere come un sasso, poi raccolse in fretta bestie e vestiti, tossì alla sua maniera, un diesel a secco, e se n’andò senza salutare, sbattendo la porta.

Che avrei potuto fare per lavarmi almeno in parte la coscienza?

Hai già capito.

Vuoto frigo e cantina, pigio tutto il cibo in un sacco, lo frantumo a colpi di mazza, lo mando giù fino all’ultimo bruscolo turandomi il naso per non sentirne il fetore. Il magma unto e pastoso rampolla, mi scoppia dentro, rimonta come frotte di salmoni. Schiaccio le mani sulla bocca e pensando a lui domo il rigurgito. Poi qualcosa mi spinge nello studio. Chiudo le finestre, spremo i tubetti sul polso e dipingo in pochi minuti il quadro più atroce degli ultimi anni: un groviglio di spirali in una bocca mastodontica, marcia e purulenta, crivellata da decine di spilli su ognuno dei quali è appiccata l’effigie di tutti i volti che ho conosciuto tranne il tuo, surrogato da un profilo di corvo.

Tornò dopo mesi, armato d’un sorriso che avrebbe convertito un sicario, squagliato un ghiacciaio. Mi spoglia con la tenerezza di un padre e non trattiene un grido alla vista del mio addome teso, gonfio come mai. La mia piccola, non farlo più. E mi racconta il prossimo vestito sbozzando il vuoto con le dita: l’ho pensato stanotte, taglio a uovo, perla e avorio come tua carne, tocchi di giallo canarino, stasera pronto, prepàrati.

Ecco chi è il mio uomo. Non ho paura di lui, lo capisci? Ho paura di me. Dell’altra. Straripa, dilaga, prende il sopravvento. Solo affidandomi a te ne verrò a capo.

Ti serve una parabola per la tua interpretatio? Quante ne vuoi. Domani ti dirò la più recente. Senza una parola di commento, per lasciarti libera di scatenarti come si deve.

 

* Rinunciare alla figura senza bandirla del tutto. La scommessa di quella Pasqua, ricordi? Ho capito che il solo modo di ritrarre poeticamente l’esperienza maturata sinora è comprimere il più possibile la mia naturale inclinazione all’astratto, e insieme far sì che ogni macchia di colore sappia d’umano. Niente di macchinoso, basta un indizio, una suggestione: la linea di un omero, l’ansa d’un gomito, la sfera di un seno sono più che sufficienti a spegnere la mia sete di realtà. Averlo afferrato in modo lucido è già una conquista. La chiamo sfigurazione. Il gioco sarà troppo scoperto ma nessun’altra parola direbbe altrettanto.

Ti terrò informata.

Minuto per minuto.

 

Una volta per tutte: perché non rispondi alle mie lettere? Hai cambiato casa e hai scordato di mandarmi il nuovo indirizzo? Tuo marito non vuole? Sei malata? Se è così, spero seriamente, gravemente, all’ultimo stadio, perché solo un male inguaribile può scagionarti.

Si può sapere che t’ho fatto di così orribile da non meritare non dico una visita domenicale con tanto di fiori e bignè, ma un rigo, cristo, due parole di spiegazione?

Brava, vedo che conservi gelosamente la tua stupenda abitudine di impermalirti per un nonnulla, di covare rancore e meditar vendetta usque ad mortem et ultra, quasi che ragione e giustizia stessero sempre e indiscutibilmente dalla tua parte. Tu lo sai che non è così, vero? O devo salire sul primo aereo e venire a provartelo di persona? Non provocarmi, t’avverto: potrebbe saltarmi il ticchio, che so? di riunire la sacra famiglia al completo e intrattenerla su un paio di cosette che credevi morte e sepolte e invece, guardastrano, sono più vispe di te e non aspettano altro che schizzare dalla mia bocca per dar fuoco alla miccia (anch’io so staccare le spolette, o pensi di avere l’esclusiva perfino in questo?). Chiamalo ricatto, chiamalo come ti pare: non temo le parole, specie se vengono da te, che bareresti anche coi santi in chiesa pur di salvare la faccia. Be’? Perché quello sguardo da bestia al macello? Cos’ho in corpo, dici? Se m’è rimasto un briciolo d’amor proprio? Lascia stare, non incanti nessuno col tuo moralismo da trivio. Vuoi che dia la stura? Certo. Magari uno dei prossimi giorni. Se me ne ricordo. Già, dovrai aspettare. Con tanta tanta pazienza. Come io aspetto le tue lettere.

Pari e patta.

Ma sì, taci pure, se vuoi. Strappami, rispediscimi al mittente, usami come segnalibro o tampone per le tue cose. Ti scriverò lo stesso, perché non resisti alla tentazione di leggermi, ed è questo il mio scopo. Scriverò ogni volta che mi farà comodo. E anche di più. Non puoi vietarmelo.

 

Non ha portato nessuno. Mi aveva detto di prepararmi e di pulire la stanza degli ospiti ma non ha portato nessuno, né rom né straccioni. È arrivato verso l’una: un minuto dopo m’avrebbe trovata stecchita nel mio sangue. Succede sempre così: quando sono al chiuso e mi manca l’aria perdo sangue dal naso, come se qualcosa di me volesse uscire a ogni costo. Si è chinato, mi ha preso in braccio e m’ha tenuta stretta finché non mi sono addormentata. Deve avermi raccontato qualcosa perché è stato un sonno dolce, pieno di gente che voleva aiutarmi senza chiedere niente in cambio. Uno ha perfino tagliato a metà il suo mantello.

Presto la parabola. Capirai tutto.




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